La contraddizioneMiracoli e trappole del famoso welfare svedese

È il fiore all’occhiello della civiltà nordica, il bene primario da difendere e di cui essere orgogliosi. Ma se la comunicazione viene manipolata, come racconta Elisabeth Åsbrink in “Made in Sweden” (Iperborea) diventa anche alibi e ragione per opporsi alle nuove migrazioni

Fotografia di Jon Flobrant, da Unsplash

L’intera baracca – la struttura nordica del welfare – si fonda sul fatto che lavorino più persone possibile e, così facendo, contribuiscano al benessere collettivo. Libertà, uguaglianza e obbligo fiscale. Il modello svedese non fa eccezione.

Ciò significa che c’è un’unica, evidente questione che dovrebbe coinvolgere tutti quanti, a prescindere dall’appartenenza politica, e che dovrebbe essere il compito a casa obbligatorio per chiunque aspiri al potere politico ed economico: che cosa succede al welfare se cresce il numero delle persone senza lavoro?

Nel dibattito pubblico qualche opinionista sfiora la questione. A volte. Qualcuno per esempio prende in considerazione il fatto che la Svezia ha una popolazione che invecchia. Come faranno i più giovani ad accumulare con il proprio lavoro abbastanza contributi previdenziali da mantenere tutti i futuri pensionati? Non andrebbe alzata l’età pensionabile, di modo che i più anziani si mantengano da soli ancora per qualche anno? Si tratta di un problema estremamente concreto e della massima serietà, ma nessuno sembra particolarmente coinvolto – non i giornalisti, non gli oratori alla Settimana di Almedalen,* non i commentatori sui social media. È come se la questione non si accendesse mai. Nessuno viene preso di mira dagli hater del web perché discute di demografia.

Resta il fatto che il modello svedese ha un punto debole, una contraddizione congenita. Se non ci sono abbastanza persone che lavorano, come farà lo Stato a raccogliere le risorse fiscali per tenere in piedi la buona società a cui i cittadini si sono ormai abituati?

Fondamentalmente si tratta di tradurre in parole la struttura del welfare, e la sua debolezza. La contraddizione avrebbe potuto essere portata alla luce all’inizio degli anni Novanta, quando il numero di occupati in Svezia diminuì di oltre mezzo milione di persone – c’erano una disoccupazione e una crisi enormi.

Allora sarebbe stato del tutto ragionevole chiedersi se il welfare non fosse minacciato. Nessuno però voleva o aveva la forza di esprimere questa minaccia. Tutta l’attenzione fu rivolta invece al sistema dei sussidi: per anni il dibattito pubblico fu monopolizzato dalle discussioni sulla dipendenza dalle indennità, le frodi previdenziali e gli errori di sistema. C’era un sacco di gente senza lavoro, la contraddizione dello stato assistenziale si mostrava in tutta la sua evidenza – ma nessuno le diede forma verbale. Sui giornali, nei sondaggi d’opinione e nelle campagne elettorali rimase un vuoto.

Le minacce al welfare possono avere diversi volti, ma se tutti fanno finta che le minacce nemmeno esistano, la questione rimane nel vago, nel non detto, e chiunque è libero di appropriarsene. Ed è quello che è successo. La contraddizione è stata fatta sparire. E la minaccia al welfare trovò allora la sua formulazione sul piano del contrasto nei confronti dell’immigrazione.

È possibile che in quel giorno di agosto del 2014 Fredrik Reinfeldt, l’allora primo ministro, cercasse di impedire proprio questo? Il suo discorso era forse un modo per tentare di riconquistare il terreno perduto nel dibattito pubblico e di riguadagnare il controllo su come formulare la contraddizione del welfare? Può anche darsi che volesse essere trasparente sullo stato delle cose. Quale che fosse la sua intenzione, era il momento di dare l’avvio alla campagna elettorale, e Fredrik Reinfeldt radunò stampa e pubblico in Norrmalmstorg a Stoccolma per tenere un discorso.

Quel suo comizio avrebbe cambiato tutto.

Abbiamo adesso persone in fuga in numeri simili a quelli che avemmo durante la crisi dei Balcani all’inizio degli anni Novanta. Faccio ora appello al popolo svedese perché abbia pazienza, perché apriate i vostri cuori per vedere persone in preda a forte angoscia, con minacce alla propria vita, che fuggono, fuggono verso l’Europa, fuggono verso la libertà, fuggono verso condizioni migliori. Mostrate quell’apertura. Mostrate quella tolleranza quando sentite dire che «diventano così tanti», «diventa così complicato», «diventa così difficile».

Mostrate la tolleranza e mostrate anche di ricordare che già in passato l’abbiamo fatto. Abbiamo visto persone arrivare da situazioni di stress, fuggire dall’oppressione, che poi si sono inserite nella nostra società, hanno imparato la lingua svedese, trovato lavoro e adesso danno una mano a costruire una Svezia migliore e più libera.

C’è qualcosa di onorevole in queste parole. Mostrano fiducia in coloro che voteranno, nel fatto che avranno il coraggio di prendere una decisione che può anche comportare disagi. Fredrik Reinfeldt espresse chiaramente la contraddizione, ma era troppo tardi. Invece di ottenere che i cuori degli abitanti si spalancassero, Fredrik Reinfeldt divenne il primo politico importante a formulare pubblicamente la contraddizione dello stato assistenziale con le stesse parole di chi era ostile agli immigrati. E la cosa ebbe delle conseguenze.

Secondo il Barometro sulla pluralità, uno studio annuale condotto dall’Università di Gävle, in passato una netta maggioranza della popolazione aveva avuto un atteggiamento positivo sulla questione se le persone debbano avere gli stessi diritti sociali a prescindere che siano nate in Svezia oppure all’estero. Nell’indagine del 2016 i favorevoli scesero dal 77 al 55%, il valore più basso da quando nel 2005 ebbero inizio i rilevamenti. Il discorso di Reinfeldt si rivelò un punto di svolta decisivo.

Fino ad allora il welfare era stato contrapposto ai tagli fiscali. Dalle ore 13:00 di sabato 16 agosto 2014 il welfare venne contrapposto all’immigrazione. In un colpo il dibattito politico sul welfare cambiò, finendo per essere dominato dai costi per l’accoglienza dei rifugiati. Il suo discorso è un’importante spiegazione del grande successo dei democratici di Svezia alle elezioni del 2014.

Johan Ulvenlöv e Tobias Lundin Gerdås, due opinion maker della Confederazione sindacale svedese LO, esaminarono più da vicino i social media nel periodo del discorso «Aprite i vostri cuori» e scrissero sull’Expressen: «Fino al 16 di agosto immigrazione/accoglienza dei rifugiati venivano nominate in media in 745 tweet alla settimana. Dopo il discorso sono 2438 i tweet alla settimana che parlano di immigrazione e accoglienza dei rifugiati».

Se si analizzano i testi sui quotidiani che contengano entrambe le parole, «welfare» e «immigrazione», la tesi trova conferma. Nel corso dell’anno elettorale 2014 il numero di articoli che mettevano in relazione i due concetti aumentò, passando da 108 nel mese di luglio a 926 ad agosto, dopo il comizio di Reinfeldt.

Il discorso «Aprite i vostri cuori» contribuì a far sì che Fredrik Reinfeldt perdesse in un colpo solo le elezioni, la carica di primo ministro e il ruolo di leader del suo partito. Il dibattito pubblico venne rimandato.

Eccoci qui. Però il fatto rimane. Se qualcuno tra quei responsabili politici e opinionisti che non avevano un’agenda ostile agli immigrati avesse espresso per tempo la contraddizione – avesse dato forma verbale alla debolezza strutturale che è senz’altro presente nell’edificio del welfare – si sarebbe potuto dare un altro valore al discorso di Reinfeldt. Il presente sarebbe sembrato diverso, e forse anche il futuro.

da “Made in Sweden”, di Elisabeth Åsbrink, Iperborea, 2021, pagine 384, euro 18