Cento giorniBiden ha risollevato l’immagine degli Stati Uniti nel mondo

Dallo scorso 20 gennaio, data dell’insediamento del nuovo presidente, l’apprezzamento dell’America è cresciuto in Germania (+22%), Giappone (+19%), Francia (+17%) e in molti altri Paesi. Merito della differenza evidente con gli atteggiamenti aggressivi di Trump, ma anche della capacità di dialogare con tutti e una certa dose di pragmatismo che definisce sua diplomazia

Lapresse

Sono passati poco più di cento giorni dall’insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca. Fino ad oggi l’amministrazione si è concentrata su alcune priorità annunciate già in campagna elettorale: da una parte il completamento del piano vaccinale e un piano di rilancio che sostenesse la ripresa economica per superare gli effetti della pandemia, dall’altra la necessità di estendere la rete di protezione sociale e ridurre le diseguaglianze all’interno del Paese.

In questo solco si inseriscono i primi grandi risultati ottenuti nella campagna vaccinale – la soglia dei cento milioni di vaccini nei primi cento giorni è stata superata, sono 220 milioni le dosi somministrate – e anche misure straordinarie come l’American Rescue Plan Act, un programma di spesa da 1.900 miliardi di dollari che riguarda famiglie, disoccupazione, scuola e tanto altro.

Sul fronte degli Esteri, l’amministrazione Biden si è mossa invece per ricucire gli strappi degli ultimi anni con gli alleati della Nato, ha annunciato il ritiro dall’Afghanistan, ottenuto il ritiro dei militari russi dalla frontiera ucraina, organizzato un vertice virtuale sui mutamenti climatici.

Per questo motivo anche in altri Paesi gli indici di apprezzamento del presidente americano sono cresciuti molto: un sondaggio di Morning Consult Political Intelligence su 14 Stati rileva che le opinioni favorevoli sugli Stati Uniti sono aumentate in media di 9 punti dall’inaugurazione di Biden – con una crescita del 22% in Germania, del 19% in Giappone, del 17% in Francia e leggermente inferiori in Messico, Australia e tra i Paesi europei.

Dallo scorso 20 gennaio a oggi la percezione degli Stati Uniti è peggiorata notevolmente in Cina: quasi 3 adulti cinesi su 4 hanno una visione negativa degli Stati Uniti, in aumento di 9 punti dall’inaugurazione di Biden.

Il primo indicatore che spiega il cambiamento nella percezione di Washington all’estero è la netta differenza tra Biden e il suo predecessore: in tutto il mondo, le persone sembrano aver apprezzato il fatto che gli Stati Uniti non abbiano più un presidente che fa il bullo sulla scena internazionale.

«La Germania è stata uno dei principali bersagli dell’amministrazione Trump. Uno dei suoi ultimi atti da presidente è stato il ritiro forze militari di stanza nel Paese, e poi Angela Merkel è stata anche accusata di non fare la sua parte nella Nato», dice a Linkiesta Gianluca Pastori, professore di Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa dell’Unicatt e collaboratore dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi).

La differenza tra The Donald e Biden si nota anche in altre regioni del mondo: «Ricordiamo che uno dei primi atti di Trump – suggerisce Pastori – è stato il Muslim ban, con ovvie ricadute in termini di percezione sui Paesi del Medio Oriente. E poi ci sono i rapporti traballanti con Messico e Canada degli ultimi quattro anni. E in Asia Trump è stato relativamente poco presente in un periodo in cui la Cina è stata percepita come una minaccia da molti Paesi, Giappone in particolare».

Trump ha fatto di tutto per minare l’immagine degli Stati Uniti all’estero, così Biden anche solo allontanandosi da lui ottiene risultati positivi: ha avuto gioco facile a ripristinare, almeno in parte, la percezione degli Stati Uniti all’estero, perché in generale quando gli Stati Uniti sono più presenti hanno un’immagine migliore agli occhi degli alleati.

Adesso però, dopo aver buttato giù la retorica aggressiva di Trump, Biden dovrà ricostruire le relazioni internazionali. Come ha già dichiarato: lo scorso febbraio – un paio di settimane dopo il suo insediamento – nel discorso al Dipartimento di Stato, quello del «l’America è tornata», aveva fatto sapere al mondo che la diplomazia sarebbe stata al centro della politica estera statunitense almeno per quattro anni.

Biden dovrà scegliere innanzitutto le cause giuste: «Una prima scelta di campo fondamentale è stata fatta con la posizione ambientalista. Rilanciare il ruolo degli Stati Uniti in questo ambito ha ricevuto il sostegno esplicito anche da parte del governo cinese, un riconoscimento di leadership che ha il suo importante ritorno in termini di immagine pubblica», dice Pastori.

Nei prossimi anni bisognerà ridefinire anche i rapporti definiti da accordi multilaterali, che Donald Trump ha più volte denigrato pubblicamente. E ovviamente anche le relazioni con l’Europa, forse uno degli aspetti più critici dopo l’amministrazione Trump: «Gli europei guardano Biden ancora con gli occhi della luna di miele. Ora però devono veramente cambiare le cose. Ad esempio in questo momento Stati Uniti e Unione europea stanno ancora cercando di definire il loro accordo commerciale, questo sarà un banco di prova decisivo: dirà molto di quanto gli Stati Uniti saranno disposti a cedere a uno dei loro partner privilegiati», aggiunge Pastori.

Ma non ci sarà solo Bruxelles in agenda. Anche i rapporti con altre superpotenze, a partire dalla Cina. Proprio nelle ultime ore il Segretario di Stato Antony Blinken parlando ai microfoni di Cbs News ha definito la Cina un Paese autoritario, aggiungendo però che gli Stati Uniti non possono permettersi di non considerare Pechino un interlocutore, non possono far finta che non esista.

Un atteggiamento che Pastori considera un compromesso tra l’idealismo di fondo che guida questa nuova amministrazione Biden e una buona dose di pragmatismo. È un discorso che si può applicare ai rapporti con alcuni alleati storici in Medio Oriente come l’Arabia Saudita.

Con Mosca, invece, le frizioni sono sempre più evidenti, ma pur essendo rivali le due potenze si riconoscono come interlocutori necessari e sono capaci di sedersi al tavolo su alcuni dossier chiave. Come il trattato New Start.

Lo scorso febbraio l’ufficializzazione della proroga fino al 2026 dell’accordo ha sgomberato il campo da un importante punto di contrasto tra i due Paesi: durante il 2020, i negoziati si erano arenati sulle rispettive rigidità e gli auspici non sembravano favorevoli per un rilancio prima della scadenza naturale.

Poi è entrata in gioco la diplomazia di Washington: «Da più parti si invoca un superamento del trattato New start: la proroga concordata da Biden e Putin dovrebbe offrire alla diplomazia il tempo necessario per affrontare concretamente le diverse questioni sul tappeto», conclude Pastori.

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