L’opposizione ombraIl Pd dovrebbe considerare l’ipotesi che a prevalere, nei Cinquestelle, sia la linea Dibba

I democratici continuano a sperare nell’inesistente leadership di Conte, ma tutto, compreso il caso Azzolina, fa temere che abbiano fatto male i loro calcoli

di Joshua Fernandez, da Unsplash

L’ultimo increscioso episodio riguarda Lucia Azzolina e il suo indegno tweet su Roberto Formigoni. Ma è soltanto, appunto, un episodio, che non si distingue dai mille analoghi che si potrebbero andare a ripescare. E proprio qui sta il suo significato. Nel fatto cioè che, insieme con tutti i precedenti, conferma una tendenza, consentendo di unire i puntini e tracciare così una linea: chiara, intelligibile, univoca.

Lo stesso non si può dire del Partito democratico. Nemmeno sfiorato dal sospetto, a quanto pare, che tutti gli sforzi profusi da oltre due anni nello strenuo corteggiamento del Movimento 5 stelle possano risolversi ancora una volta in un nulla di fatto. E non solo perché i puntini di cui sopra disegnano qualcosa che non ha nulla a che vedere con qualsiasi idea di sinistra si possa concepire al mondo. Ma anche perché, banalmente, i democratici potrebbero avere puntato sul cavallo sbagliato. Vale a dire su Giuseppe Conte e il suo fumoso progetto di una riconversione progressista del grillismo.

Ma partiamo dall’inizio, e dai fondamentali. Azzolina, parlamentare cinquestelle ed ex ministra dell’Istruzione, ha lanciato ieri su tutti i suoi canali social una delle tipiche «card» con cui il suo Movimento 5 stelle ha insegnato come si fanno questo genere di operazioni a tutta l’estrema destra italiana (o meglio: ha insegnato loro come meglio utilizzare le nuove tecnologie al servizio di simili operazioni, che l’estrema destra italiana insegnò al mondo intero cento anni fa quasi esatti).

In alto, come si dice sempre nelle scuole di giornalismo, la notizia: «Il consiglio di garanzia del Senato conferma il vitalizio a Formigoni». Al centro, la foto dell’interessato. In basso, il commento aizza-tifosi: «Scandaloso!». Ma in questo caso è ancora più significativo quello che Azzolina (o chi per lei) scrive personalmente a corredo del tutto: «Come scatarrare sui cittadini onesti…».

Se pensate che sia una questione di galateo, o di garantismo, o semplicemente di politica, siete completamente fuori strada. Prendere un ex potente che ormai non ha più nessun ruolo, che è stato già condannato dalla giustizia, che è stato in carcere, sbattere la sua foto su un manifesto (sia pure virtuale, anzi, tanto più se virtuale, e nelle intenzioni virale), per attizzare e strumentalizzare l’odio delle persone, quali che siano i motivi per cui è inviso a tanti, è puro squadrismo.

Il fatto che si tratti di un politico condannato per corruzione a cui alcuni partiti ritengono che il Senato debba togliere la pensione per indegnità morale, invece che di un immigrato arrestato per aver rubato una mela, non cambia di una virgola il carattere dell’iniziativa.

Questo episodio, come i mille analoghi precedenti, in cui fino a non molti anni fa al posto di Formigoni campeggiavano abitualmente esponenti del Pd, dovrebbe suscitare, a sinistra, qualcosa di più dell’attuale, imbarazzato silenzio (volendo sperare che sia almeno imbarazzato). Dovrebbe suscitare riprovazione e allarme, in particolare al pensiero che questi metodi possano entrare a far parte del normale armamentario del centrosinistra, grazie alla lungimirante politica di alleanze del Pd. E infine dovrebbe anche suscitare una riflessione più generale sulla solidità di una simile politica.

Sappiamo infatti che alla base di quella strategia c’è l’idea che Conte voglia e possa davvero cambiare la natura dei cinquestelle. E sappiamo che in questo quadro anche lo scontro fratricida con Davide Casaleggio e l’Associazione Rousseau è considerato da tempo, dai vertici del Pd, come un prezzo tutto sommato esiguo da pagare, se non addirittura come la garanzia dell’autenticità e dell’irreversibilità dell’operazione. La domanda che vorrei porre loro è dunque banalissima: e se accadesse il contrario? Se quanto accaduto a Roma con la candidatura di Virginia Raggi si ripetesse, pari pari, su scala nazionale?

Per mesi i dirigenti del Pd si sono lasciati convincere che al momento decisivo Conte avrebbe costretto la sindaca uscente a non ricandidarsi, e che in caso contrario l’Avvocato del popolo non avrebbe esitato a compiere uno strappo clamoroso. Come è noto, al momento decisivo è successo esattamente il contrario: è stata Raggi a minacciare Conte di schierarsi con Casaleggio – e Alessandro Di Battista, e verosimilmente parecchi altri – costringendolo a un tardivo quanto umiliante endorsement.

D’altra parte, osservando le cose dal loro punto di vista, non si è trattato certo di un esito imprevedibile. Tutto, nella costellazione grillina, spinge in quella direzione. Basta leggere il Fatto quotidiano, che pure è sin dall’inizio fermissimamente schierato dalla parte di Conte, ed è oggi al tempo stesso, per mille ragioni, uno dei principali organi dell’opposizione al governo Draghi. Basta ascoltare il redivivo Di Battista, nuovamente in campagna promozionale per il suo ultimo libro, un concentrato di tutto il cospirazionismo antiglobalista tipico dei cinquestelle, che ha ovviamente in Mario Draghi – e non da oggi – il suo bersaglio privilegiato.

Con quali argomenti, qualora si arrivasse mai a un vero scontro, e dunque a un confronto pubblico tra le due fazioni, un esponente dei cinquestelle potrebbe ragionevolmente difendere la scelta di sostenere il governo Draghi insieme con Pd e Forza Italia, e respingere l’accusa di avere tradito uno dopo l’altro tutti i più sacri principi del movimento?

A spiegare le esasperanti esitazioni di Conte nel lanciare il suo inesistente progetto di rinnovamento grillino non ci sono dunque soltanto le mille grane legali in cui i cinquestelle si sono impelagati con Casaleggio (che ci sono, e sono una bella rogna, ovviamente).

Non c’è solo il fatto che annunciare di avere risolto un problema nel momento stesso in cui ne rinvia persino la discussione è sempre stato il tipico modus operandi di Conte sin da quando sedeva a Palazzo Chigi (che è un altro inconveniente non da poco, indubbiamente). C’è soprattutto, e una volta tanto, un dato oggettivo. Anzi, un milione di dati oggettivi: di cultura politica, lessico, metodi, riferimenti, parole d’ordine. Dati ben più pesanti di quei quattro indirizzi hotmail e telefoni cellulari ancora con lo zero davanti su cui da mesi sta bisticciando con l’associazione Rousseau.

Dati di fatto e di cultura politica, che in quel poco o tanto che resta della base grillina suscitano sentimenti e risentimenti, alimentano mitologie e ideologie, e vanno tutti nella direzione di un’opposizione al governo Draghi persino più radicale di quella di Giorgia Meloni, figuriamoci del maldestro e sostanzialmente innocuo tentativo di fare sempre «più uno» da parte di Matteo Salvini.

Ecco perché, prima di spingere con tutte le proprie forze la Lega fuori dalla maggioranza, con il rischio di destabilizzarla, il Pd farebbe bene a considerare l’ipotesi che possa essere l’intero Movimento 5 stelle, prima o poi, a rifluire naturalmente sulle posizioni di Di Battista