L’altra moglie di TottiGli occhi azzurri di Mattarella non me li aspettavo così belli, dice Greta Scarano

L’attrice romana, che ha interpretato Ilary Blasi, ha fatto perdere la testa al commissario Montalbano e ha celebrato il 25 aprile con il presidente della Repubblica, ci racconta com’è strano andare a scuola in Alabama

Il suo personaggio, apparso nell’ultima puntata del “Commissario Montalbano”, “Il metodo Catalanotti”, ha suscitato discussioni accese tra i tanti appassionati della fiction italiana più vista degli ultimi anni (oltre 9 milioni di spettatori e il 38 per cento di share per l’ultima puntata, giusto per ricordare la misura del successo). Ma Greta Scarano sta attraversando un momento di grande successo visto che ha appena interpretato con grande efficacia e successo anche Ilary Blasi in “Speravo de morì prima” e stasera torna su Rai 1 con una nuova serie “Chiamami ancora amore”, in cui interpreta Anna, una donna che dopo undici anni di matrimonio e un figlio si lascia col marito. La separazione, però, si tramuta presto in una guerra per la custodia del bambino e la serie si rivela un’indagine su come due persone che si sono amate molto possano farsi volontariamente tanto male, perfino utilizzando il figlio per questo scopo. Ma prima di arrivare a parlarne c’è ancora un altro ruolo da ricordare.

Hai condotto al Quirinale la cerimonia per l’Anniversario della Liberazione, com’è stato?
È stata una bellissima esperienza. Quella del 25 aprile è una celebrazione che, nonostante i miei 34 anni, sento molto: un po’ perché ricordo come mia nonna mi parlasse spesso della guerra e mi sento attratta da quel periodo fin da allora, ma soprattutto perché ritengo sia necessario tenere alta l’attenzione su quel momento storico e sento il bisogno di continuare a parlare dei partigiani e del loro coraggio, soprattutto oggi che, purtroppo, ne sono vivi sempre meno. Anzi, voglio rivelarti che sto lavorando a un progetto, per ora solo in fase embrionale, proprio legato alla Resistenza, ed è una cosa che mi sta prendendo molto. Perciò, quando mi hanno chiamata, sono stata estremamente felice e onorata. Oltretutto devo ammettere che è stata anche una chiamata molto inaspettata.

Immagino che la celebrazione sia stata solenne, ma, per via del Covid, anche un po’ meno calorosa del solito.
Sì, eravamo tutti molto distanziati. Ma ho avuto l’occasione di intrattenermi con lo storico Emilio Gentile, uno dei massimi esperti di fascismo in Italia, e soprattutto ho potuto conoscere il presidente. È una persona dai modi meravigliosi, estremamente gentile, con dei bellissimi occhi azzurri. Un’immagine che mi resterà impressa, non me li aspettavo così belli.

Anche per girare, ormai seguite da mesi delle regole molto severe.
Io benedico davvero il protocollo che hanno attivato, perché ci sta permettendo di girare. Ci sono regole severe, certo, c’è un controllo continuo con tamponi a giorni alterni, ma mi pare che stia funzionando bene. Noi attori, chiaramente, non possiamo tenere le mascherine mentre giriamo, però cerchiamo di tenerle il più possibile indosso per il resto del tempo. In ogni caso la troupe ha sempre la mascherina e, per questo, fa una grande fatica. Ho girato pure l’estate scorsa e ti assicuro che, per chi lavora al film, non è piacevole restare con la mascherina sotto al sole, per ore. Quindi la troupe subisce le conseguenze più degli attori, ma lo fa con grande professionalità. In definitiva, tutti si sforzano di rispettare al meglio il protocollo, perché tutti hanno innanzitutto una gran voglia di girare. Si perde qualcosa sul lato dei rapporti umani, è vero: io, per esempio, sono una che tende a fare amicizia, che ha voglia di comunicare con gli altri, che ama il contatto… Però è il prezzo che dobbiamo pagare. Anzi, ci consideriamo perfino fortunati se tieni conto che chi, invece, fa spettacoli dal vivo, o gestisce cinema, o fa concerti sta subendo danni e perdite decisamente maggiori.

Giustamente fai notare che, per il momento, gli attori non indossano la mascherina mentre girano, ma ti aspetti che, a un certo punto, cominceremo anche a girare film o fiction ambientati durante la pandemia? A me stupisce ce ne siano ancora pochissimi…
Penso proprio di sì. Solo che adesso l’esperienza è ancora talmente calda e vicina, che riuscire a raccontarla non è semplicissimo. Forse occorrerà davvero superarla prima di poterlo fare, perché, per ora, ne siamo ancora troppo condizionati. Ci ha privato delle libertà, ha fatto tanti morti e ne sta ancora facendo… Sono certo che ne scriveranno, ma occorre la lucidità che solo la distanza temporale può dare.

Mi è capitato di sentir dire a molti che, ormai, quando guardano un film, la prima cosa a cui pensano è: «Ehi, ma perché si abbracciano? Perché non hanno le mascherine?».
A me capita una cosa simile, ma con le scene di massa o quando appaiono posti molto affollati. Appena le vedo mi distraggo dalla storia del film e penso alla nostra condizione. Ma poi, capisco quanto dici, però secondo me c’è pure un’altra ragione più pratica dietro al fatto che non si vedano film con le mascherine. Tu immagini attori che recitano con le mascherine? Cosa vedresti?

Stasera va in onda la prima puntata di “Chiamami ancora amore”.
È una serie che ha tante peculiarità, parla di diversi temi e li affronta in modo diverso dal solito. Anche solo girarla è stata una bellissima esperienza, faticosa però estremamente vitale e importante. Sono felice di aver toccato in modo originale un tema come la maternità che trattiamo in una maniera molto “vera”, riconoscendone le fasi più belle, per esempio il momento del diventare genitore, però senza renderla troppo romantica o edulcorata. Vogliamo farla vedere per quello che è, quindi raccontandone anche i difetti e le imperfezioni, quei momenti che tutte le madri affrontano, ma che molto raramente vengono raccontati. Le cose bellissime che scaturiscono dal diventare madre – quel legame incredibile che si crea con un altro essere vivente – però anche condizioni che cambiano e difficoltà. E soprattutto il fatto che la genitorialità ti porta, anche controvoglia, a cambiare, e tanto. È una scelta di scrittura dirompente quella di Giacomo Bendotti, che è riuscito a trovare un linguaggio originale, vivo e realistico, poi perfettamente messo in scena da Gianluca Tavarelli che l’ha diretta e, spero, anche da noi che l’abbiamo interpretata.

C’è un tono molto sincero nel descrivere una crisi di coppia con adulti che non si trattengono nell’usare il figlio per farsi del male l’un l’altro di proposito. E che arriva in tv dopo un anno di pandemia che, stando a tutti i dati, ha acuito tensioni e messo in crisi moltissime famiglie.
La pandemia – è chiaro – è un’altra cosa… Io non ho figli, però so perfettamente di molte madri che hanno dovuto badare quasi esclusivamente all’educazione dei figli, mettendo in secondo piano il lavoro e la realizzazione personale. Ne ho sentite molte di mamme che, in mezzo allo smart working, dovevano pure supplire al ruolo dell’insegnante, mentre non conosco papà che mi abbiano detto altrettanto. Noi con questa serie, senza essere melodrammatici, proviamo a raccontare certe dinamiche della famiglia e della coppia che, però, mostrano che è quasi sempre la donna a dover fare delle rinunce o a dover deviare il proprio percorso professionale e di vita per fare la madre. La pandemia ha solo messo ulteriormente alla luce un sistema che, ahimè, era in piedi già da prima.

Con questa serie torni su Rai1 dopo aver sconvolto mezz’Italia facendo perdere la testa a Montalbano. C’è perfino il rischio che quello sia l’ultimo episodio di Montalbano di sempre, l’ultima scena che ricorderemo di lui è quella…
Non lo sappiamo ancora con certezza…

Ok, però Montalbano che lascia Livia, la moglie, con così poco coraggio, al telefono, per il capo della scientifica, il personaggio che tu hai interpretato… È stato un tema di dibattito per molte persone.
Io non mi aspettavo tutto il clamore che c’è stato intorno a questa cosa. Luca Zingaretti, invece, me lo diceva già mentre giravamo: «Guarda che le persone ti odieranno, perché non si aspettano di vedere il loro beniamino in questa situazione, in preda a una crisi così forte». Aveva perfettamente ragione. Poi non so se la cosa avrà un seguito – non dipende assolutamente da me – e quindi se ce lo ricorderemo davvero andare via così… Ma, insomma, io ho interpretato un personaggio, non è colpa mia.

Ci mancherebbe altro.
Perché un sacco di gente fa ancora fatica a capire che, quando uno fa l’attore, non interpreta personaggi veri o per scelta.

Non mi dire che per strada ti rimproverano.
Qualche volta mi è capitato. Magari con un po’ di goliardia. Però diverse signore, decisamente fan del commissario, mi hanno detto cose come «Brava, hai fatto bene». Io ho risposto: «Ma signora, io sono un’attrice, non sono quella che lei ha visto».

È anche paradossale che Montalbano fedifrago andasse bene a molti, ma se lascia la moglie colpisca tanto.
Molto strano. Andava bene il comportamento, ma non la scelta.

Visto che parliamo di confusione tra realtà e finzione: sei anche appena stata Ilary Blasi, moglie di Francesco Totti, in “Speravo de morì prima”. È chiaro che ti sei ispirata a lei, senza farne un’imitazione.
Credo che un’imitazione sia credibile solo quando dura qualche minuto, non di più. In quei minuti può essere una cosa anche molto divertente. Però, nel momento in cui devi affrontare un personaggio, e, tra le altre cose, non deve neanche fare tanto ridere, fare proprio un’imitazione mi sembrava controproducente. Non è stata una scelta solo mia, ma tutta la serie è stata coerente, tutti siamo andati nella spessa direzione: ispirarsi alle persone che interpretavamo senza imitarle. Anche perché poi il rischio di cadere nella macchietta era a un passo.

Per te che sei di Roma deve essere stata una grande responsabilità.
Non come Pietro (Castellitto, ndr) che faceva Totti, però anche io mi sono sentita caricata di una responsabilità notevole. Poi, anche se – come ti dicevo – sono un’attrice e non saprei neanche fare l’imitazione, interpretare una persona realmente esistente è qualcosa di particolare. Io ho studiato Ilary in ogni particolare per diversi mesi prima di iniziare le riprese, ho letto davvero tutto quello che si poteva leggere su di lei, proprio perché mi sentivo una certa responsabilità sulle spalle, nei suoi confronti e perché è una storia che ha riguardato la passione di moltissimi tifosi.

A proposito di biografie altrui, rileggendo la tua ho scoperto che hai vissuto un anno in Alabama.
Ho fatto lì il quarto anno di liceo, ho vissuto in un posto stranissimo, popolato veramente poco. Lì ho imparato l’inglese ed è stata un’esperienza che mi ha formato molto, anche se difficile, visto che arrivavo dal centro di Roma e da un liceo storico come il Virgilio e da un ambiente completamente diverso. Considera che nella scuola che frequentavo non c’erano ragazzi neri.

Strano.
Assurdo. Pensa che i nonni di alcune delle persone che ho conosciuto avevano fatto parte del Ku Klux Klan. Quindi una realtà piuttosto lontana non solo, chiaramente, dalla nostra, ma anche dall’America che immaginiamo, un’America che non c’entra niente con New York o Los Angeles e con la bellezza o il fascino di città che sono alla fine più simili a quelle europee.

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Gli autori che hanno partecipato a questo numero con un racconto originale scritto appositamente per K sono:
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