Dürrenmatt nella nebbiaUn aspetto sottovalutato di Milano è che è una città meticcia, dice Enrico Vanzina

Il regista e scrittore è percepito come romanissimo (e lo è), Eppure, insieme al fratello Carlo, ha raccontato il capoluogo lombardo in una ventina di film. E ha ambientato lì anche il suo ultimo romanzo giallo

Stefano Colarieti / LaPresse

Quattro anni dopo “La sera a Roma”, Enrico Vanzina (scrittore, sceneggiatore, regista e produttore) ha pubblicato un nuovo romanzo giallo, “Una giornata di nebbia a Milano” (HarperCollins). È una nebbia reale, ormai inconsueta ma anche metaforica, quella che avvolge la vittima dell’omicidio nella prima scena del libro. Il protagonista del libro è un giornalista: dovrebbe accorrere sul luogo del delitto stancamente, per lavoro, come abitudine, invece scopre che la vittima è il padre e, in breve, che la principale accusata è la madre. A questo punto parte una ricerca che lo obbliga a indagare non solo sulla famiglia, ma su sé stesso, sulla vecchiaia, su Milano e su altre cose ancora che «non sarebbero proprio attinenti al 100 per cento a un’indagine poliziesca normale», un’indagine a tutto campo sul passato che affiora all’interno di un’indagine obbligata.

È un giallo in cui l’omicidio interessa a tutti, meno a quelli cui dovrebbe interessare davvero, cioè alla polizia.
Ho deciso di scrivere questo libro tre anni fa, nel momento stesso in cui ho messo l’ultima parola al giallo che ho scritto su Roma (“La sera a Roma”). Poi, nel frattempo, il mio lavoro è andato avanti e si è ammalato mio fratello – per cui ho scritto “Mio fratello Carlo” che è un libro completamente diverso – ma quando ho ripreso a pensarci non sapevo come partire, perché volevo realizzare una cosa completamente diversa. Allora mi sono detto «devo trovare prima di tutto un’idea di struttura». Dopo una decina di giorni mi sono scritto un appunto – ce l’ho ancora – c’è scritto: «Non metterci la polizia». È stata la scelta fondamentale per fare un romanzo un po’ più sorprendente dei tanti di genere che si fanno adesso. Una cosa alla sudamericana dove al posto della polizia a indagare ci fosse la letteratura.

Il protagonista si trova a indagare sui propri genitori. Non solo scopre cose che non conosceva – probabilmente capiterebbe così a tutti – ma soprattutto scopre di una vitalità che lui non immaginava.
C’è una specie di ribaltamento dei ruoli per cui lui è un giovane vecchio. Ma questo gli è capitato proprio perché i suoi genitori l’hanno fatto diventare vecchio sbattendogli addosso tutta la cultura di cui lui vorrebbe liberarsi. Così scopre che la vecchiaia è sì quella cosa terribile descritta nei romanzi, ma è anche un momento di grande liberazione di contraddizioni in cui ci si muove come farfalle impazzite e si fanno cose incredibili per cercare di evitare la decadenza. E poi che la vita frenetica dei suoi genitori contiene sconosciuti, seconde vite, amanti e questo rapporto muto, assolutamente asessuale, con una ragazza che si sente sola e si lascia guardare al parco da questo signore che ha bisogno di lei. E viceversa.

Voyeurismo di solito riservato ai social network.
Io ho fatto una scelta, anche legata all’età, per cui conosco bene la situazione di chi vive al di fuori dei social. Però è chiaro che questa ragazza è anche lei una ragazza vecchia, che probabilmente potrebbe avere rapporti di tutt’altro tipo e invece, di colpo, scopre che farsi guardare senza ricevere messaggi è qualcosa che le manca.

Nel libro ti sei divertito a svelare il meccanismo del giallo.
Ogni meccanismo si può svelare o raccontare secondo le varie scuole. Questo romanzo mette una specie di occhio di bue sul punto di vista di Friedrich Dürrenmatt, perché Dürrenmatt ha fatto cose diversissime, è stato pittore, autore di teatro e altro ancora, ma nella sua parte gialla mette in risalto il lato della casualità e così smonta quelli che sono proprio i canoni dell’investigazione. È come se dicesse che l’intelligenza dell’investigatore è uno stratagemma dell’autore perché nella realtà c’è una dose di casualità che impedisce sempre di capire esattamente cosa è successo.

È la chiave del successo della cronaca nera?
Una volta Umberto Eco ha raccontato che “è colpa tua” è una delle frasi più usate nel lessico quotidiano. Perché le persone hanno voglia di riportare sempre tutto all’ordine e quando c’è qualcosa che si rompe vogliono scoprire immediatamente chi l’ha rotta, altrimenti si inquietano. Per questo a tutte le ore, perfino al pomeriggio in tv, le persone hanno voglia di conoscere i dettagli morbosi di un delitto, perché sperano di trovare un colpevole e cancellare i dubbi.

Nel libro fai un accenno anche ai documentari e al true crime, come si chiama adesso, di Netflix.
Li guardo, ma mi pare che si risolva sempre tutto con cose tecnicistiche, e le scene del delitto siano tutte in fotocopia. E che ci sia sempre un meccanismo mostrato come reale, ma studiato a tavolino. Per me, invece, il grande tema è capire quanto ci sia di vero nel racconto giallo e quanto invece la verità sia mediata dalla letteratura. È come quando guardi un cesto di frutta e ti pare non ci sia niente, poi arriva il pittore, fa la sua natura morta e scopri quello che non avevi visto. Chi ha ragione?

Insomma i libri e i film perlomeno aiutano a capire la vita e solo la scrittura mette ordine nel caos, ma non è detto che sia un ordine sincero.
Chi da piccolo viene condotto dei genitori o dal caso a frequentare i libri, i film o il teatro alla fine ha in testa un immaginario confuso attraverso cui, spesso, prova a comprendere la realtà umana. Qualcuno prende addirittura delle scelte che riguardano l’amicizia o l’amore proprio perché influenzato dai film che ha visto e dai libri che ha letto. Mio fratello diceva che preferiva il cinema alla vita perché nel cinema, perlomeno, spesso c’è il lieto fine.

Il libro si apre con una giornata di nebbia a Milano di quelle che, però, non si vedono più. Forse aveva ragione Totò a dire che a Milano la nebbia c’è, ma non si vede.
Quando a 14 anni andavo a Milano a vedere le partite, perché ero fissato col calcio, arrivavamo in curva a San Siro e che fosse Inter o Milan facevamo un solo coro: «Solo la nebbia, avete solo la nebbia!». Perché allora c’era veramente. È chiaro che, invece, adesso è solo metaforica. Ma volevo anche dare un’immagine evocativa, perché per Milano la parola “nebbia” è fondante. E poi perché la nebbia è qualcosa di molto particolare, nel senso che ne vieni coperto, ma ne esci identico: non modifica nulla, copre soltanto. Allora mi piaceva raccontare questa città grigio Armani e mettere in testa al libro la frase di Eugenio Montale che descriveva Milano come un conglomerato di eremiti. Non la Milano dei grattacieli, ma quella del Jamaica, di Luciano Bianciardi e Giorgio Gaber, una Milano che si sta perdendo e che è stata barattata per l’Hollywood e quella roba là.

Tu sei riconosciuto come una delle voci di Roma e della romanità, però poi hai raccontato moltissimo Milano…
Qualche anno fa, Paolo Mereghetti ha organizzato per il Corriere della Sera un convegno su come il cinema ha raccontato Milano e mi ha invitato. Non me l’aspettavo. Quando sono andato, però, ho capito perché. Aveva fatto una ricerca più approfondita di quanto ricordassi io, e aveva scoperto che con Carlo abbiamo fatto 18 film a Milano.

In questi giorni in cui giravano a Milano il film sull’omicidio Gucci passavano di continuo foto degli abiti di Lady Gaga o di Adam Driver accanto a quelli dei protagonisti dei vostri film. È chiaro che nella descrizione di quegli anni e quegli ambienti siete il riferimento.
Alcuni dei nostri film nella loro leggerezza popolare descrivono bene come sono e com’erano i milanesi: gli emigrati di “Eccezzziunale…veramente”, i manager cretini di “Yuppies”, la borghesia di “Via Montenapoleone”, la moda di “Sotto il vestito niente”. Pensa alla sfilata di Moschino davanti alla stazione… Resta un’immagine fortissima, con un impatto enorme sull’immaginario collettivo, perché dà proprio l’idea immediata e precisa della Milano degli anni Ottanta.

Come reagiscono alla pandemia Milano e Roma?
Milano rincorre sempre il futuro: è una corsa che ti regala vitalità, ma che ti delude sempre. Come diceva un mio amico architetto la cosa che va fuori moda per prima è il contemporaneo, perché dopo cinque minuti è già vecchio. Milano è stata sicuramente toccata di più dalla pandemia, ma a Roma la viviamo anche con più scetticismo, un atteggiamento non voluto, che parte proprio dell’indole. Perché Roma ha fatto una scommessa diversa, ha dimenticato il futuro e vive sicura nel passato. Uno può preferire la città che vuole, ma io credo che Roma sia la città più bella del mondo perché per indolenza o per intelligenza non ha mai distrutto quello che si è adagiato sul suo suolo, per cui, quando tu cammini dentro Roma, passi nel giro di trecento metri dall’antica Roma, al Medioevo, al Rinascimento, al Barocco, Settecento, Ottocento, era fascista e sta tutto lì tutto accanto.

Visto che parliamo di gialli, la tv continua a mandare in onda fiction in cui il tempo è sospeso prima del Covid.
Molti sono stati semplicemente girati prima… Ma questo sarà comunque, e molto presto, un grandissimo problema. Non credo potremo continuare a lungo a raccontare storie che finiscono proprio il giorno prima dell’arrivo del Covid. Anche perché al di là dell’apparenza che può essere vedere gli attori con le mascherine, resterà il fatto che il Covid lascerà traumi su tutti, e sta già significando moltissimo per tutti. E questo andrà raccontato in qualche modo. Nessuno potrà evitarlo, che siano storie gialle, di politica, commedie o thriller. Sarà un problema di natura creativa gigantesco. Perfino un limite in un certo senso.

Tu sei uno dei pochi che ha già provato a rischiare e a raccontarlo.
Mi ha fatto piacere leggere su Repubblica che il mio film sul Covid viene considerato adesso un film malinconico e amaro, e molto rispettoso della morte. Esattamente tutto il contrario di ciò di cui mi accusavano gli hater della prima ora. Io mi sento la coscienza a posto perché l’ho fatto nell’unica maniera in cui era possibile farlo in quel momento e l’ho fatto perché credo serva anche un po’ di coraggio nell’affrontare le sfide di questo mestiere.

Il pubblico fa più fatica a riconoscersi o a riconoscere i tipi che vede caratterizzati nella commedia?
Uno scrittore francese diceva che dobbiamo augurarci che il mondo continui a rimanere ridicolo perché se il mondo non è ridicolo noi – quelli che fanno la commedia soprattutto – siamo fottuti. Ma per fortuna credo che in Italia non corriamo ancora questo rischio. Continuo a vedere moltissime persone, soprattutto tra i potenti, completamente inadeguate al ruolo che ricoprono, e questo è ancora abbastanza ridicolo.

Il rischio opposto è che la realtà abbia superato la fantasia. Si dice anche questo.
C’è un film che ebbe pochissimo successo quando uscì, tra l’altro tratto dal mio primo libro, “Le finte bionde”: se tu lo andassi a rivedere oggi – è del 1988 – troveresti incredibile quanto tutto si è realizzato proprio come lo immaginavamo noi.

C’erano già i romani che imitavano i milanesi.
Un aspetto di Milano sempre sottovalutato è che Milano è una città meticcia. E per questo, anche linguisticamente, è interessantissima. Noi abbiamo lavorato alla grande intuizione di Diego del terruncello che ha portato a “Eccezzziunale… veramente”, ma poter osservare la trasformazione sociologica e antropologica è sempre fantastico.

Mi sono segnato questa frase dal libro: «Che ingiustizia nascere dopo».
Io cerco di non fare bilanci della vita, però alla fine ci sono quasi costretto. E tra le cose migliori che mi sono capitate ci metto proprio quella di essere nato negli anni in cui sono nato io, anche se è una fortuna e non un merito. E anche se, probabilmente, uno nato nei tuoi anni pensa lo stesso del suo decennio. Però quelli nati nella mia epoca pensano sempre che a chi è nato dopo sia stato tolto qualcosa di fondamentale, che non abbiano potuto godersi il gusto di una certa libertà, di quel mondo che sembrava offrire tutto. Non credo di essere un passatista, ma penso proprio che certi strumenti che avevamo noi poi siano sfuggiti di mano e siano stati rimpiazzati magari da altri con cui dobbiamo convivere, ma che certamente ci hanno privati di tutto ciò che, invece, aveva reso la mia infanzia e la mia adolescenza felici. Tutte cose che non ci sono più, ma non mi pare che i ragazzi di oggi siano più felici. O forse mi sto sbagliando e questo è il solo sguardo che può avere uno di settant’anni.

È come il rimpianto della nebbia.
Questo libro inizia con una citazione di Holden perché il nostro protagonista ha capito tutta la grandezza di quel libro. Oggi farà di sicuro meno effetto, ma ti assicuro che per i ragazzi degli anni Cinquanta lo stacco di quel libro – il modo in cui veniva descritto il mistero dell’adolescenza – è stato molto significativo. Era qualcosa di misterioso e insondabile, però in qualche modo sentivi di pensarla come lui ed essere come lui. Oggi anche il giovane Holden non c’è più, perché Holden era un ribelle totale, anche se non aveva bisogno di andare a tirare le bombe per essere un ribelle. Era un ribelle perché si sentiva a disagio nella sua età, nella sua città e nella sua società, in famiglia come all’università. Oggi, invece, pure tra i ribelli vedo un desiderio di omologazione, ma, soprattutto, vedo la paura di essere davvero diversi.