Verso Tokyo 2021, a faticaIl comitato olimpico non rinuncia ai Giochi, ma i giapponesi non li vogliono più

La crisi sanitaria nell’arcipelago asiatico è in peggioramento e la campagna vaccinale procede a rilento. Gli organizzatori delle Olimpiadi sono convinti di poter mettere in piedi un evento sicuro entro il 23 luglio, con tutte le precauzioni necessarie, ma la popolazione non è d’accordo: il 72% dei cittadini nipponici vorrebbe che fossero cancellate o posticipate

LaPresse

«Vaccineremo a brevissimo gli atleti che devono andare alle Olimpiadi, perché questo è un segno dell’Italia che riparte». Le parole del commissario per l’emergenza Covid Francesco Paolo Figliuolo, pronunciate a margine dell’inaugurazione di un nuovo centro vaccinale a Roma, sono un segnale di speranza e di ottimismo, soprattutto per gli atleti che hanno già vissuto un rinvio delle Olimpiadi e adesso aspettano solo di completare la preparazione e volare a Tokyo.

I Giochi che inizieranno il 23 luglio nella capitale del Giappone saranno certamente unici, singolari, diversi da tutti quelli del passato.

Ci saranno misure di sicurezza straordinarie, gli eventi non saranno aperte al pubblico proveniente da altri Paesi e probabilmente si passerà per un giro di vaccini per tutti gli atleti coinvolti: il Cio stima che circa il 60% dei 10mila atleti non giapponesi sarà vaccinato.

Il Comitato olimpico internazionale (Cio), il Comitato paralimpico internazionale e l’organizzazione di Tokyo 2020 hanno detto che la vaccinazione agli atleti non sarà obbligatoria per gareggiare, ma molti Paesi – come appunto l’Italia – hanno già annunciato di voler somministrare delle dosi anticipate (rispetto ai normali piani vaccinali) agli sportivi.

La vera criticità, però, non saranno i protagonisti delle gare. Il problema sarà gestire tutto quel che sta intorno, tutto il resto del Giappone. Nel Paese i contagi registrano numeri preoccupanti: il numero di persone con sintomi gravi è salito oltre i 1.000 nell’ultimo fine settimana, a causa soprattutto della diffusione delle varianti.

E il tasso giornaliero di nuove infezioni si è avvicinato a 6mila, il picco più alto da tre mesi. Un termine di paragone è quello del giorno in cui le Olimpiadi sono state rinviate, il 24 marzo 2020: allora Giappone aveva registrato 65 nuovi contagi rispetto al giorno precedente.

Lo scorso 23 aprile, a tre mesi dall’inizio dei Giochi, il governo giapponese ha dichiarato di nuovo lo stato di emergenza per Tokyo e altre aree del Paese. Mentre la prefettura di Osaka, epicentro della quarta ondata, ha esaurito i letti per i pazienti gravemente ammalati.

Poi ci sarebbe anche una storica idiosincrasia del popolo giapponese rispetto ai vaccini, un problema che Linkiesta aveva raccontato a fine gennaio: al momento il Giappone conta poco più di 3,2 milioni di dosi somministrate, cioè l’1,3% della popolazione, il tasso più basso tra i Paesi Ocse.

I funzionari olimpici stanno immaginando un dispiegamento di forze – medici, infermieri, personale sanitario e strutture – enorme per assicurare lo svolgimento in tutta sicurezza dei Giochi. Il Cio questa settimana ha svelato il nuovo protocollo, il meticoloso playbook che – promettono – dovrebbe garantire la sicurezza non solo degli atleti partecipanti ma anche del resto del Paese (i dettagli delle misure si possono leggere sul sito ufficiale di Tokyo 2020).

I funzionari olimpici dicono che saranno necessari 10mila operatori sanitari durante i Giochi, e hanno chiesto alla Japanese Nursing Association 500 infermieri volontari per dare una mano durante i 17 giorni dell’evento.

Il presidente del Cio Thomas Bach ha provato a ingraziarsi i cittadini giapponesi dicendo che «l’organizzazione delle Olimpiadi può andare avanti anche perché si basa anche sulla grande capacità di ripresa e spirito del popolo giapponese, che ha dimostrato la sua perseveranza nel corso della sua storia».

Ma probabilmente Bach non aveva fatto i conti con la realtà e con le priorità del popolo giapponese – in particolare del personale sanitario. «Oltre a provare rabbia, sono rimasta sbalordita dall’insensibilità della richiesta», ha detto all’Associated Press Mikito Ikeda, un’infermiera della città di Nago.

La frase di Ikeda è rappresentativa della reazione collettiva raccontata dal Guardian: «Gli infermieri giapponesi esprimono rabbia per la richiesta di volontariato nel pieno di una pandemia. Il personale medico dice che la sua attenzione dovrebbe essere solo sul trattamento dei pazienti affetti da coronavirus, non sui Giochi olimpici. A maggior ragione se l’evento dovesse rischiare di mettere a dura prova gli operatori sanitari, già esausti».

La protesta degli infermieri è già uscita dal perimetro della categoria: in Giappone c’è una spaccatura netta tra gli organizzatori delle Olimpiadi – non solo il Cio, anche il comitato Tokyo 2020 – e buona parte dei cittadini.

Ne ha parlato il Washington Post in un lungo articolo: «I commenti di Bach hanno provocato un urlo di protesta partita dai social media giapponesi. Le sue parole ignoravano il fatto che la maggior parte delle persone qui semplicemente non vuole che i Giochi vadano avanti, e si sentono soggetti alle avversità solo per volere del Cio. Anche la meticolosa pianificazione ha un difetto potenzialmente fatale, perché il sistema sanitario del Giappone, già al limite, non può far fronte alle richieste aggiuntive che i Giochi comporteranno, non senza mettere a rischio altre vite».

Lo scorso 12 aprile la testata nipponica Kyodo News ha rivelato di dati di un sondaggio sulle Olimpiadi: il 72% degli intervistati avrebbe voluto che fossero cancellare o posticipate di nuovo.

In tutto questo il governo giapponese fa melina, si difende nascondendosi e provando a tenersi alla larga dalle critiche. Il primo ministro Yoshihide Suga ha sostanzialmente rinunciato alle sue responsabilità dicendo di non aver potere su queste decisioni: «Il Cio ha l’autorità di dire se le Olimpiadi si fanno o no, e ha già deciso che si faranno». Ma ovviamente il primo ministro del Giappone avrebbe ancora il potere di ultima istanza per opporsi, soprattutto in caso di emergenza sanitaria.

Al momento dunque le richieste del personale sanitario e di una parte dei giapponesi sono ignorate, scavalcate dagli annunci sulle nuove misure di sicurezza e sulla roadmap di avvicinamento alla cerimonia di apertura.

Non è detto che un peggioramento della situazione sanitaria non possa far cambiare idea agli organizzatori. Ma più passano i giorni e più diventa difficile immaginare la sospensione definitiva (l’ipotesi di un secondo rinvio non è sul tavolo).

In ogni caso queste Olimpiadi non saranno il simbolo della vittoria dell’umanità sul coronavirus e della ripartenza del pianeta, come avevano proclamato dal comitato olimpico il giorno del rinvio, più di un anno fa.

Anzi adesso la parola chiave su cui si sta concentrando l’organizzazione è “sicurezza”. Si discute ad esempio della possibilità di fare un’Olimpiade interamente senza spettatori: una specie di bolla sportiva, sulla falsariga di quella organizzata per la Nba la scorsa estate – molto più grande, diffusa e complicata da gestire – che tenga fuori anche i cittadini giapponesi.

«Se la situazione non dovesse migliorare dovremmo prendere in considerazione l’ipotesi di tenere i Giochi a porte chiuse», ha detto Seiko Hashimoto, presidente del comitato organizzatore. La scelta è stata rimandata alla seconda metà di giugno, quando si potrà avere una prospettiva più chiara sulla condizione sanitaria del Paese. Allora però diventerà una decisione necessariamente definitiva, a un mese dall’inizio delle Olimpiadi più complicate di sempre.