Donne in campoPerché lo sport femminile non ha ancora il riconoscimento che merita

Negli ultimi anni la visibilità delle atlete è aumentata moltissimo: i Mondiali di calcio del 2019 sono stati seguiti da oltre un miliardo di persone. Ma in Italia, come nel resto del mondo, le ragazze sono spesso sottopagate, sottorappresentate e scarsamente tutelate rispetto ai colleghi maschi

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«Sono sempre di più le ragazze e le donne che fanno sport ma paradossalmente la copertura mediatica è sempre pochissima». La protesta è arrivata da Alex Morgan, Sue Bird, Simone Manuel e Chloe Kim, quattro campionesse dello sport americano (calcio, basket, nuoto e snowboard) che hanno lanciato una nuova piattaforma online dedicata esclusivamente allo sport femminile: si chiama Togethxr, e nasce proprio per dare spazio alle storie di sport che i media tradizionali non raccontano o che vengono relegate sempre in secondo piano.

«Questo progetto», promettono, «romperà le barriere culturali che frenano la crescita dello sport femminile». Quella di Morgan, Bird, Manuel e Kim non è una partita che si gioca solo negli Stati Uniti. È presente anche in Italia, con parametri differenti. Un anno fa Federica Pecis e Federica Attanasio hanno deciso di creare una divisione sportiva per la loro azienda che sviluppa brand creati da donne.

Con We Are Female Athletes hanno portato in Italia la prima agenzia di rappresentanza sportiva interamente dedicata allo sport femminile: «È un settore in cui ci sono da sempre disparità di genere e diversità particolarmente evidenti, sia in termini di trattamento economico sia di opinione pubblica. Per questo lavoriamo per valorizzare le atlete, ma stiamo facendo i primi piccoli passi e dobbiamo correggere i canoni della narrazione tipica dello sport femminile, che viene considerato di livello più basso».

Prima ancora delle differenze economiche vanno abbattute le barriere istituzionali e culturali, che rimangono tali, nonostante lo sport femminile sia un movimento forte, un’industria in crescita, un universo in espansione.

Un paio di esempi recenti: la settimana scorsa il Comitato olimpico internazionale ha annunciato che alle Olimpiadi di Tokyo, per la prima volta nella storia, la metà degli atleti partecipanti saranno donne. «Un primo traguardo verso l’uguaglianza di genere dentro e fuori dal campo, nella speranza che possa aprire la strada verso una società più equa e inclusiva», dicono dal Cio.

A livello d’impatto mediatico i Mondiali di calcio del 2019 sono stati il Big Bang. Un report di Deloitte pubblicato lo scorso dicembre stima che «il torneo giocato in Francia abbia generato un numero record di spettatori: è stato seguito da un totale di 993 milioni di persone in televisione e da altri 482 milioni tramite piattaforme digitali. La sola finale è stata vista in diretta da 260 milioni di spettatori».

Il calcio ha ovviamente numeri diversi da altre discipline – e questo vale anche per gli uomini – ma è la dimostrazione che lo sport femminile può costruire visibilità, engagement e un indotto intorno alle atlete.

«Ora i venditori di abbigliamento sportivo iniziano a esplorare lo sport femminile», scrive Deloitte, spiegando come la crescita del movimento stia influenzando anche l’evoluzione del fashion. «La nuova visibilità genera particolare interesse per i brand, che su un mercato da circa 80 miliardi di dollari l’anno ne fanno circa 27 dall’abbigliamento femminile. E c’è stato un notevole incremento negli ultimi anni».

Dai social ai brand
La nuova visibilità delle atlete ha avuto nei social un fertilizzante potentissimo. Le nuove piattaforme hanno contribuito ad ampliare il seguito degli sportivi, rendendolo sempre più personalizzato e avvicinando gli atleti al pubblico. In questo modo gli atleti sono riusciti a ritagliarsi un loro spazio che va oltre quello concesso dai giornali.

Visibilità è sinonimo di attenzione dei brand. Lo spiega Federica Pecis di We Are Female Athletes: «Sempre più spesso le aziende investono dove possono legarsi a messaggi di “gender&equality”, di diversità e di inclusione sociale, quindi pensano al ritorno d’immagine oltre all’aspetto puramente economico. In questo un’atleta donna può essere il target perfetto e un territorio inesplorato».

Ma il mercato delle sponsorizzazioni, che nello sport maschile muove cifre astronomiche, nello sport femminile è ancora allo stato embrionale, spiega Pecis: «Abbiamo l’ambizione di raggiungere un giorno parità di trattamento per i contratti delle atlete rispetto agli uomini. In questo momento siamo in una fase di educazione all’uguaglianza dei brand e vogliamo cambiare una narrazione stereotipata: non cerchiamo solo marchi di beauty, di cosmetica, vogliamo associare le atlete anche ad altro. Da poco abbiamo lanciato una campagna con Danielle Madam e Nausicaa Dell’Orto con Ford Trucks».

Ispirare il futuro
Sponsor e contratti non sono l’unica conseguenza della crescita dello sport femminile. Con due atlete seguite da We Are Female Athletes Linkiesta ha parlato dell’importanza che può avere una maggiore visibilità per le nuove generazioni.

Marta Gasparotto è una giocatrice della nazionale italiana di softball, sport che nel nostro Paese ha relativamente poco seguito ma che potrà sfruttare il palcoscenico delle Olimpiadi dopo due edizioni di assenza: «Ho iniziato a giocare a softball», dice Gasparotto, «quando c’erano le qualificazioni per le Olimpiadi del 2008. Ero proprio all’inizio e mi piacque moltissimo. Veder competere la propria nazionale per gli obiettivi più grandi porta i giovani a provare quello sport, a non mollare, a sognare, e fa sviluppare il movimento sportivo».

Crescere con dei modelli, delle icone dello sport da seguire, da sentire vicine e imitare è una motivazione in più. «Abbiamo visto negli ultimi anni quanto sia importante che si parli delle campionesse che sanno essere icone globali», dice Beatrice Parrocchiale, che gioca da libero nella squadra di volley del Pro Victoria Monza e che con la Nazionale ha vinto il bronzo agli Europei 2019 e l’argento ai Mondiali del 2018. «Per me Francesca Piccinini è un esempio nella pallavolo, ma guardo anche una donna come Federica Pellegrini, un idolo assoluto per quello che ha vinto, per come ha vinto, per il carattere e la forza che ha dimostrato nella sua carriera».

I vecchi media tirano il freno
I media tradizionali si dimostrano invece ancora prudenti, conservatori, poco disposti a esporsi e cambiare le vecchie abitudini. Anche nel calcio, e l’abbiamo visto in Italia: finita l’ondata di acclamazione per la Nazionale dopo i Mondiali di Francia nel 2019, nel 2020 anche il calcio femminile è stato relegato di nuovo a piè di pagina. Mentre quotidiani e tv si concentravano sui milioni di euro persi dai club, nessuno parlava delle difficoltà delle calciatrici.

È una resistenza al cambiamento riscontrata anche da un articolo del Servizio di Ricerca del Parlamento europeo: «Ci sono ancora differenze significative nella copertura mediatica degli sport femminili e maschili. Il giornalismo sportivo sulla carta stampata è ancora un mondo di uomini, con oltre il 90 per cento degli articoli scritti da giornalisti uomini e oltre l’85 per cento della copertura dedicata agli atleti uomini».

La crescita dell’universo sportivo femminile non può essere ridotta unicamente all’attenzione mediatica di tv e giornali, ma gli investimenti che derivano dai media tradizionali sono sempre trainanti.

«I diritti televisivi», riporta ancora Deloitte, «sono la principale fonte di entrate per lo sport. L’attrattiva del mercato di massa degli sport femminili viene continuamente dimostrata dai follower, ma la copertura rimane piuttosto scarsa rispetto a quella degli sport maschili. I valori dei diritti per gli sport femminili sono ancora relativamente bassi rispetto ai numeri che fanno».

Professionismo cercasi
In molti Paesi lo sport femminile manca di una base d’appoggio legale e istituzionale su cui crescere, per evolversi in qualcosa di più strutturato. Il caso italiano è esemplare: anche ad altissimo livello non c’è professionismo e le atlete sono sempre inquadrate come dilettanti.

Dalla stagione 2022/23 ci sarà un’eccezione: le calciatrici italiane potranno diventare finalmente professioniste dopo anni di scioperi e proteste contro la Federcalcio. È un segnale positivo, dice Marta Gasparotto, che considera questa riforma un passo da gigante che fa ben sperare per il futuro delle altre discipline.

«Il professionismo», spiega, «permette di avere le giuste tutele e constente alle atlete di far diventare lo sport il loro lavoro e quindi di dare il massimo senza dover fare altro. In questo modo migliorano le prestazioni, da cui dipende tutto. La visibilità di uno sport dipende sempre dal rendimento: in qualsiasi disciplina se il livello è basso difficilmente attira pubblico. Ma per alzare sistematicamente il livello c’è bisogno di investimenti, di programmazione e di quella costanza che si garantisce con il professionismo».

Negli ultimi giorni c’è stata grande attenzione sul caso di Lara Lugli, la pallavolista che ha visto interrompersi il rapporto di lavoro con la sua squadra quando è rimasta incinta. È un caso piuttosto frequente in cui la società sportiva si è avvalsa della clausola “antimaternità”: la dimostrazione di come per le atlete sia sostanzialmente impossibile avere garanzie dal momento che sono inquadrate come dilettanti e non hanno veri contratti di lavoro.

In confronto, la lotta per l’equal pay delle calciatrici statunitensi – lì il calcio femminile ha lo stesso seguito di quello maschile, forse anche di più – capitanate da Megan Rapinoe è fantascienza (e ricorda la battaglia vinta da Billie Jean King mezzo secolo fa per assicurare alle tenniste gli stessi compensi dei colleghi uomini, a fronte di ascolti televisivi di pari livello).

Cambiare al vertice
La crescita di un movimento sportivo passa anche dalle istituzioni e dall’impegno delle federazioni nazionali e internazionali che devono accettare di riformarsi e rimodellarsi per colmare il gender gap. Un esempio evidente e geograficamente vicino a noi è il lavoro della Francia con il calcio femminile: a partire dal 2000, seguendo le indicazioni della Fifa e della Uefa, il governo e la federazione francese hanno investito in programmi di sviluppo e percorsi di crescita per tutte le età, e oggi hanno uno dei movimenti più forti d’Europa.

Per rendere sistematici investimenti e impegni di questo tipo occorre bilanciare la rappresentanza femminile nelle istituzioni. L’esempio lo dà il Comitato olimpico internazionale: nel 2013 la partecipazione femminile nelle commissioni era il 20 per cento, oggi il Cio dice che quella quota è quasi raddoppiata.

In Italia scontiamo un enorme ritardo. Nel nostro sistema sportivo le dirigenti societarie sono il 15,4 per cento, quelle federali il 12,4 per cento. «Il cambiamento deve passare da qui, da persone in grado di raccogliere il messaggio del movimento femminile», dice Federica Pecis. Ad esempio, Sara Gama, capitana della nazionale di calcio, vicepresidente dell’associazione dei calciatori e consigliere federale non può essere un’eccezione ai vertici dello sport più seguito.

Come in qualsiasi altro settore, c’è bisogno che le istituzioni ascoltino le istanze delle donne e rispondano ai messaggi che arrivano dal campo, dal pubblico, da un mercato in crescita. Il cambiamento richiede tempo, ma il potenziale dello sport femminile è tutto ancora da valorizzare. È già in piena vista. E aspetta solo bisogno di essere riconosciuto.