Roma non perdonaLa farsa delle primarie romane e la dannosa passerella per Gualtieri

Il 20 giugno gli elettori dem andranno a votare sapendo già chi sarà il vincitore. L’ex ministro dell’Economia non ha avversari in grado d'impensierirlo. Il senso politico è chiaro: dargli una spinta con una mobilitazione massiccia prima delle vere elezioni. Ma la filosofia di questo voto dovrebbe essere un’altra

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“A che servono questi quattrini?”. Era il titolo di una vecchia commedia di Armando Curcio – se ne fece anche un film con Eduardo – nella quale il protagonista sostiene che il denaro è inutile ed è meglio dedicarsi all’ozio. Parafrasando, ci si potrebbe chiedere a che servano le primarie di Roma (fissate per il 20 giugno) che si presentano ugualmente inutili dato che il vincitore lo conosciamo già, si chiama Roberto Gualtieri, che vincendo nei gazebo si candiderà a sindaco di Roma per il Partito democratico.

Che Gualtieri vincerà non è una previsione da raffinati politologi. I suoi avversari saranno persone degnissime come Giovanni Caudo, Tobia Zevi, Paolo Ciani, forse Stefano Fassina (foglia di fico per significare che si tratta di primarie di coalizione: ma è poco più di una finzione), forse Monica Cirinnà. Ma tutti personaggi che obiettivamente non sono in grado non solo di vincere ma neppure di condizionare il vincitore.

Ora, una competizione il cui esito è scontato non è una competizione, come insegnerebbe il professor Arturo Parisi, inventore delle primarie dell’Ulivo, quando si trattò (ottobre 1995) di dare una legittimazione popolare alla nuova creatura politica e soprattutto delle prime primarie di coalizione nel 2005, quando Romano Prodi stravinse su Fausto Bertinotti, Clemente Mastella, Alfonso Pecoraro Scanio e altri.

Spiegò Parisi che «è lo strumento scelto dalle forze politiche aderenti all’Unione del centrosinistra italiano per l’individuazione di un candidato comune alla carica di presidente del Consiglio per la prossima legislatura, è una iniziativa assolutamente nuova, destinata a restare nella storia politica del nostro Paese; è la prima volta, infatti, che le scelte fondamentali riguardanti il governo vengono affidate direttamente ai cittadini».

La partecipazione popolare alle primarie è sempre stata molto forte. In alcuni casi milioni di persone disciplinatamente in fila per quella che molti chiamavano «una festa della democrazia», un momento di inedita compenetrazione fa politica e società, anzi, in un certo senso, di subordinazione della prima alla seconda e dunque un concreto rinverdimento delle ragioni della partecipazione democratica; nonché un momento pulito di lotta politica, alla luce del sole, una competizione sana fra personalità e idee diverse: con il corredo umano e familiare delle dispute in famiglia o in ufficio. Bei momenti della Repubblica.

Il Partito democratico assunse poi le primarie per eleggere il proprio leader nella convinzione che il leader del partito coincidesse con il candidato a Palazzo Chigi e dunque avesse bisogno di un’investitura non solo degli iscritti al partito ma dell’elettorato di riferimento, di un pezzo più largo di società.

Giusta o sbagliata che fosse l’idea (mai digerita da esponenti politici e osservatori importanti) è un fatto incontrovertibile che le primarie siano state uno strumento eccezionale per mobilitare i cittadini attorno a una scelta politica, dalla fase eroica di Romano Prodi e Walter Veltroni fino allo scontro Pier LuigiBersani – Dario Franceschini, e poi ancora Bersani-Renzi, vinto dal primo e alle successive due vittorie del fiorentino contro Gianni Cuperlo e poi contro Andrea Orlando e Maurizio Martina.

E così anche nei comuni e nelle regioni è stata una storia di successo (tranne pagine oscure come le primarie di Napoli nel 2011 annullate per presunti brogli e voti di cinesi).

Ma che siano di coalizione o che siano di partito la gara ci vuole. A Roma, per dire, nel 2013 ci fu il famoso risultato a sorpresa con la vittoria dell’outsider Ignazio Marino contro due esponenti molto qualificati del Partito democratico, Paolo Gentiloni e David Sassoli, portati dall’apparato ma travolti dalla novità del chirurgo-marziano terzo incomodo (lasciamo qui stare come finì la storia).

Insomma, senza un minimo di competizione, le primarie sono come un piatto di spaghetti senza sugo: mangiabili, per carità, e magari anche con tanta gente a dargli di forchetta. Verranno estese ai sedicenni, ma non è la prima volta, per allargare il più possibile la platea.

Ma il senso politico di queste primarie romane qual è? Esclusivamente il seguente: una giornata di mobilitazione massiccia attorno alla figura di Roberto Gualtieri, un bagno di folla propagandistico (in senso buono), una chiamata alle armi del Partito. Spiacenti, la filosofia delle primarie non è questa. E comunque, in bocca al lupo.

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