International Tea DayDalle piantagioni alla tazza

Il 21 maggio la Fao promuove una giornata dedicata a una delle bevande più antiche del mondo, con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla sua importanza e sui problemi che gravitano intorno alle famiglie dei paesi produttori

Per il tè questo è il periodo più florido dell’anno. È la primavera, infatti, il momento migliore per la sua raccolta quando la Camellia sinensis, unica pianta da cui germogliano le foglie di tè, è nel pieno della fioritura, la più redditizia di tutto l’anno. Non a caso, è proprio nella stagione della rinascita, quella che segna la bellezza della natura e del suo risveglio, che è stata individuata la Giornata Internazionale del tè, di cui proprio questo 21 maggio ricorre il secondo anniversario.

Sebbene l’idea sia nata nel recente passato dal Gruppo Intergovernativo sul Tè della FAO (IGG/TEA), massimo organismo mondiale sulla bevanda originaria della Cina, la ricorrenza è stata ufficializzata dall’Onu su scala globale a fine 2019 attraverso un manifesto con focus sulle condizioni dei lavoratori. In particolare, sono state promosse azioni per attuare attività a favore della produzione e del consumo sostenibile, sensibilizzando altresì l’importanza nella lotta per la fame e la povertà. «Il tè, come fonte di occupazione e di reddito, può contribuire ad alleviare alcune delle difficoltà derivanti dall’attuale crisi economica», aveva dichiarato il Direttore Generale della FAO QU Dongyu lo scorso anno nel discorso di apertura della cerimonia dell’International Tea Day.

Il tè non solo è una delle bevande più antiche al mondo, un’origine che si fa risalire a oltre 5.000 anni fa, ma è anche la più popolare, seconda solo all’acqua. Per milioni di agricoltori costituisce un concreto sostentamento, infatti il 60% circa di tè nel mondo è lavorato da piccoli coltivatori, ma il cambiamento climatico innescato dal riscaldamento globale rappresenta una grave minaccia per la resilienza dell’agricoltura, con grosse conseguenze sulla coltivazione, sulla disponibilità e sui prezzi del tè in commercio. Nell’ultimo periodo in zone come l’Assam, regione dell’India nord orientale dove si produce quello che è considerato lo champagne del tè, il Darjeeling, l’inattesa e prolungata siccità ha penalizzato la qualità del prodotto causando la diminuzione del suo valore sul mercato; per i medesimi problemi in Kenya, piogge ridotte e irregolari, seguite da un’alta percentuale di grandine o gelo, hanno provocato un crollo del 50% su quantità e rendimenti. A danneggiare ulteriormente la situazione vi è stato poi l’impatto della pandemia, durante la quale, nonostante fossero aumentati gli estimatori del tè “da quarantena”, i Paesi produttori non hanno saputo gestire l’incremento della domanda per mancanza di manodopera. A queste criticità si è sommato infine il problema degli spostamenti, perlopiù aerei, di carichi provenienti di solito da Cina, India e Giappone, che sono stati convertiti in trasporto speciale di vaccini, comportando ritardi nelle consegne.

Il tè è una delle colture da reddito più importanti al mondo e gli stessi cambiamenti climatici hanno implicazioni socioeconomiche nella terra madre, dove svolge un ruolo significativo nello sviluppo rurale, nella riduzione della povertà e nella sicurezza alimentare dei Paesi in via di sviluppo. Il suo equilibrio tra produzione ed esportazione contribuisce a coprire le spese di importazione del cibo, quelle delle attività agricole, oltre a garantire il benessere dei piccoli proprietari, perché questo tipo di commercio è una delle principali occupazione alla base della crescita economica nazionale.

Il mercato è tutt’altro che immobile, se la Cina è capofila per storia e tradizione nella produzione di tè, da tempo le si stanno affiancando nuovi player, come il Nepal e il Vietnam, che contribuiscono a una ricerca di gusti in continua evoluzione: nel primo caso con una specializzazione in tè nero, che non ha nulla da invidiare alla pregiata tipologia indiana, nel secondo caso nel tè verde sempre di notevole qualità.

In Italia, a far conoscere queste piantagioni di nicchia ci sono scaffali virtuosi come quelli de La Teiera Eclettica a Milano, negozio e sala degustazione di proprietà di Barbara Sighieri, ex informatica convertita al tè ed esperta della materia, e fino a due anni fa segretaria di Aictea (Associazione italiana cultura del tè), la quale in occasione dell’International Tea Day darà il suo sentito contributo a sostegno della filiera. Quest’anno, in particolare, La Teiera Eclettica appoggerà i piccoli produttori di Lao Cai, in Vietnam, per dare visibilità ai loro progetti di inclusione sociale e di sostenibilità ambientale: per ogni acquisto in negozio o sullo shop online, il cliente sarà omaggiato con un campione di tè certificato bio della suddetta zona. Un patrimonio culturale ed etico avvalorato dagli aspetti sanitari e nutrizionali tra cui le proprietà antiossidanti, la riduzione dei radicali liberi e i benefici che contrastano malattie cardiovascolari. «Il tè fa bene perché riduce i livelli di stress e aumenta la concentrazione. Trovo che sia una bevanda inclusiva da molteplici punti di vista e negli ultimi anni sono stata piacevolmente sorpresa nell’accogliere nel mio locale sempre più giovani affascinati dal rituale di servizio che tornano anche per sperimentare nuovi gusti», commenta Barbara.

Più un esercizio di stile che un intento commerciale è invece il caso tutto italiano di una primissima piantagione a Sant’Andrea di Compito, nella lucchesia, i cui semi sono stati fatti germinare da Guido Cattolica, botanico e responsabile per la Toscana della Società Italiana della Camelia. Una eroica coltivazione che non è più un unicum in Italia da quando in Piemonte, tra il Lago Maggiore e la Val D’Ossola, se ne è sperimentata un’altra, la seconda più grande d’Europa dopo quella nelle Isole Azzorre, a chilometro zero tra 20.000 piante che hanno superato il passaggio dalla serra alla messa a dimora nei campi con l’auspicio di immettere nel mercato un prodotto orgogliosamente made in Italy. In questa terra, vocata alla coltivazione delle camelie, è stato raccolto a mano e lavorato artigianalmente il tè del Verbano, dal sapore fruttato e delicato, tendente al dolce, in Cina giudicato il migliore nella categoria “tè neri internazionali”, sbaragliando altri competitor importanti quali India, Nepal, Sri Lanka. Dati Assotè & Infusi alla mano, l’interesse nostrano è assolutamente fondato: nel 2018 il consumo di tè in Italia è stato di 7 mila tonnellate pari a 120 grammi, una stima di 60 bustine a persone all’anno, il 50% in più dal 2000. Quadro avvalorato da una tendenza inaspettata che vede l’Italia, patria putativa del caffè, e la Germania, nazione della birra, sorpassare Irlanda e Gran Bretagna nel consumo pro capite di tè.

In questo secondo Tea Day si racconta, quindi, il tè come cultura ed eredità, senza perdere il suo significato vergine di prodotto agricolo che proviene dalla terra, una bevanda lenta, da bere consapevolmente, che celebra la vita e salva i piccoli produttori.