Il turismo fa bene al cibo italiano? Tra macchiettismo e altoborghesizzazione, chiediamoci se è tutto oro quel che luccica

Cosa hanno in comune la paranoia del decoro e le sue conseguenze, con la gastronomia del Bel Paese? Non è una risposta facile, soprattutto perché cʼè una piccola provocazione di mezzo, ma alla fine, siamo sicuri, non potrete che essere dʼaccordo

Chi conosce questa rubrica conosce bene anche il suo andamento volutamente anarcoide. Quindi non stupitevi se questa volta inizierà discutendo di un articolo che non ha nulla a che vedere col cibo, poi proverà a fare qualche riflessione di raccordo tra il suddetto articolo e il cibo, e infine presenterà la solita lista di articoli sul cibo, questa volta completamente slegati dal tema di apertura. Lʼandamento anarcoide sarà anche un pretesto per non doversi sforzare ogni volta a trovare un sottile filo rosso tematico, ma a volte ridurre il mondo là fuori a una materia organica è un esercizio di forzatura, che rischia di limitare la nostra possibilità di godere delle cose belle e stimolanti che ci spuntano intorno come funghi dopo le piogge autunnali.

Quindi in pieno stile “faccio un poʼ come diavolo mi pare”, ma avendo premesso una giustificazione logica almeno in parte condivisibile, oggi iniziamo parlando di un pezzo di Federico Di Vita dal titolo Come la paranoia del “decoro” sta rovinando le più belle città italiane, che a un certo punto recita: «mi pare che le città italiane si stiano da un paio di decenni impegnando alacremente nel tentativo di diventare più respingenti. Il paradosso è che lo fanno con la malissimo intesa idea di rendersi più accattivanti per i turisti, e il pensiero che sottende questo ragionamento è che bisogna offrire a chi viene a visitarle una asettica cartolina liofilizzata, sottraendo quei luoghi alla vita di chi li abita: la nostra». Non è un segreto che io sia dʼaccordo con il 99,99% periodico di quanto scrive Federico, che oltretutto fu ospite della prima puntata di unʼaltra rubrica – ma di dirette Facebook – di Gastronomika, Altrove (qui il link). Ma credo che sia pressoché incontestabile questa sempre più evidente tendenza delle città dʼarte, dei luoghi turistici e dei centri cittadini, anche di provincia, a fare del decoro il criterio principe di governo degli spazi pubblici. Con tutte le conseguenze che ciò comporta, a partire dalla sottrazione di quegli stessi spazi pubblici a una loro genuina fruizione popolare, che Federico racconta molto meglio di come potrei fare io.

Lo stesso si potrebbe dire per il cibo e la ristorazione, soprattutto se ci focalizziamo sul dualismo turismo/autenticità. Sì perché il turismo, diciamocelo, è una grande risorsa in termini economici per lʼItalia gastronomica, ma anche una problematicissima sfida culturale. Da un lato cʼè la ristorazione di massa e di stampo acchiappa-turisti, che col decoro ha poco a che fare, ma con lʼasetticità e lʼoccupazione dello spazio gastronomico pubblico parecchio, al punto da diventare in certi casi rappresentazione (distorta) del Paese allʼestero. Dallʼaltro lato cʼè la ristorazione dedicata al turismo danaroso, decorosa, anzi decorosissima. Mi vengono in mente le Langhe del Barolo, per citare un esempio noto, che negli ultimi anni hanno conosciuto uno sviluppo turistico “altoborghese” che ha respinto ai margini ogni slancio di natura più popolare. Non ridateci la malora, ma qualche locale con un piatto di vitello tonnato sotto i 10 euro sarebbe utile.

Prima di arrivare agli articoli segnalati questa settimana una precisazione: sto estremizzando una riflessione, cercando di provocare, quindi respingerò al mittente ogni osservazione sui prezzi nella ristorazione di qualità, e ogni segnalazione sul vitello tonnato di Pinco Pallino che sta a 8 euro e che quindi dimostra che sto scrivendo solo fregnacce.

Weaving a Stronger Safety Net – Eater, 4 maggio

Hillary Dixler Canavan racconta come Jacob Bindman stia cercando di mettere insieme ristorazione indipendente e lotta alla povertà e alla fame.

The New Menu at Eleven Madison Park Will Be Meatless – The New York Times, 3 maggio

Lʼarticolo di Brett Anderson e Jenny Gross sulla svolta annunciata dallʼEleven Madison Park (uno dei migliori e più noti ristoranti al mondo): la rinuncia a servire carne.

5 Big Reasons the Delivery ‘Boom’ May Soon Go Bust – Grub Street, 5 maggio

Chris Crowley elenca cinque ragioni per cui il boom del food delivery potrebbe afflosciarsi e/o trovare ostacoli.

Does Your Wine Really Taste Like Rocks? – The New Yorker, 3 maggio
Una questione annosa nel mondo della degustazione enologica, quella sulla cosiddetta mineralità dei vini, stavolta sbarca nientepopodimeno che sul New Yorker nelle parole di Adam Leith Gollner.

La mia raccolta delle fragole, per spiegarvi perché pagarle di più – Dissapore, 5 maggio
Un bel pezzo di Nunzia Clemente, che parte da unʼesperienza personale per spiegarci il prezzo delle fragole.

La ricetta è mia e me la gestisco io: le guerre di campanile in nome del gusto – Il Gusto, 4 maggio
Marino Niola su uno dei grandi mali (con alcuni risvolti positivi) della cultura gastronomica italiana: la tendenza allo sciovinismo.