Accordo sui licenziamentiBrunetta rilancia l’idea di un nuovo patto sociale per far crescere Pil, lavoro e salari

Dopo l’intesa raggiunta tra imprese e sindacati sul divieto di licenziare, il ministro della Pubblica amministrazione spiega che serve una stagione di concertazione per il funzionamento del Pnrr con nuove politiche per l’occupazione, formazione e bilateralità. Oggi il decreto in consiglio dei ministri

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse

L’accordo di mediazione sullo sblocco dei licenziamenti alla fine è stato trovato. A poche ore dal d-day, dopo un pomeriggio di trattative, nella Sala Verde di Palazzo Chigi sindacati e imprese hanno sottoscritto un patto sociale su una delle questioni più complicate per il Paese e il governo.

«Viviamo una stagione eccezionale, di grandi rischi e grandi opportunità. Abbiamo bisogno di una politica economica capace di tenere insieme crescita e giustizia sociale, innovazione e coesione, spiriti animali del mercato e regole. Occorre cioè che questa grande eccezionalità non si trasformi nel caos, in una bomba sociale, in un tutti contro tutti», commenta il ministro per la Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, in un’intervista al Corriere.

Oltre alla proroga del divieto di licenziare fino al 31 ottobre per il tessile e i settori collegati (abbigliamento, calzature), per tutte le aziende che hanno tavoli di crisi aziendali aperti al ministero dello Sviluppo, nelle Regioni e nelle Prefetture, sono previste ora 13 settimane in più di cassa integrazione straordinaria gratuita. Infine, è stato raggiunto un «avviso comune», cioè un’intesa tra governo, sindacati e associazioni imprenditoriali, che impegna le imprese a utilizzare tutti gli ammortizzatori sociali a disposizione prima di arrivare ai licenziamenti. Le misure verranno approvate oggi dal Consiglio dei ministri con un decreto legge che conterrà anche il rinvio di una serie di scadenze fiscali.

«Nella cabina di regia convocata dal presidente Draghi si è discusso, ma alla fine abbiamo trovato una soluzione intelligente, nella quale mi riconosco», dice Brunetta. «Il confronto con i sindacati ha poi perfezionato la ricetta, tenendo fermi i principi dello sblocco dei licenziamenti e della tutela dei settori e delle aziende più in crisi, ma anche responsabilizzando fortemente le parti sociali: sindacati e imprese sono stati invitati a usare tutta la cassetta degli attrezzi disponibile per la gestione degli esuberi e il governo monitorerà la situazione. Insomma, da un lato abbiamo evitato il “liberi tutti” e dall’altro che il sistema rimanesse bloccato».

Il ministro di Forza Italia spiega: «Tornare al mercato è certamente una soluzione, ma non è sufficiente, perché sappiamo che il mercato del lavoro italiano non funziona, pandemia o non pandemia. Il Covid semmai ha irrigidito la situazione, l’ha incattivita. Per questo dico che servirebbe un nuovo Patto sociale, sul modello di quello per l’innovazione del lavoro pubblico che abbiamo già siglato il 10 marzo. So che c’è diffidenza verso la concertazione vecchio stampo. È comprensibile, ma la storia insegna che da noi le svolte epocali, dal congelamento della scala mobile con l’accordo di San Valentino del 1984 alla partecipazione all’euro, sono avvenute attraverso patti sociali volti a garantire insieme più crescita e più coesione. Anche oggi le riforme che abbiamo scritto nel Pnrr possono diventare realtà solo se c’è piena partecipazione delle parti sociali, delle Regioni e degli enti locali. Me lo dice la mia esperienza, soprattutto nel caso del Protocollo Ciampi-Giugni del 1993, arrivato a un anno dal Trattato di Maastricht. Oggi come allora serve una stagione di dialogo che abbia come obiettivo la nuova Italia nella nuova Europa. Occorre una piena integrazione tra pubblico e privato e il decentramento delle soluzioni nei territori per togliere spazio e terreno a chi vuole accentrare il conflitto».

Gli accordi cui Brunetta fa riferimento avevano lo scopo di fermare la spirale prezzi-salari. Oggi invece c’è una transizione occupazionale da gestire, ma senza ammortizzatori universali e politiche attive funzionanti. «L’oggetto del patto sociale che serve oggi è chiaramente diverso», spiega ancora Brunetta. «Si tratta di coniugare crescita del Pil e creazione di buona occupazione e buoni salari. La transizione digitale e quella ambientale sono passaggi epocali e possono fornire l’occasione per un incontro continuo e qualificato tra domanda e offerta di lavoro».

Brunetta dice che la formula è «più crescita, lavoro, più produttività, più salario. In Italia c’è una questione salariale frutto di bassa produttività e alta pressione fiscale. Alla semplificazione della burocrazia deve corrispondere quella del mercato del lavoro. E la maggiore produttività va distribuita con un’efficiente contrattazione decentrata».

Ma un patto così ambizioso come si concilia con il Pnrr che richiede tempi rapidi e certi di realizzazione? «Il Pnrr prevede 5 anni, fino al 2026, per realizzare i progetti, e la loro implementazione può arrivare fino al 2030. Man mano che il Pnrr avrà successo l’Italia diventerà sempre più credibile e appetibile, sia per i capitali italiani sia per quelli esteri. Ai 250 miliardi di investimenti pubblici se ne potranno aggiungere almeno tre volte tanto da parte dei privati. Si potrebbe arrivare a più di mille miliardi in 5-8 anni. Facile immaginare cosa significherà in termini di crescita e occupazione, ma anche lo stress cui sarà sottoposto il mercato del lavoro. Il nuovo patto sociale dovrebbe in questo senso farsi carico di una nuova stagione di politiche del lavoro, di formazione professionale, di bilateralità, di distribuzione efficiente dei guadagni di produttività».

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