Giornata dell’ambienteIl podcast sull’Italia che si adatta al cambiamento climatico

Nel reportage prodotto da Audible, il giornalista Marco Merola accompagna l’ascoltatore in un viaggio tra le voci di chi ha deciso di sporcarsi le mani e scendere in campo per affrontare il climate change. Le comunità di otto regioni, dal Trentino alla Calabria, vengono raccontate nel loro impegno per accelerare una transizione verso un modello di vita più sostenibile

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Un viaggio attraverso otto regioni italiane che stanno sperimentando soluzioni, tanto antiche quanto innovative, per convivere con gli attuali problemi ambientali, lavorando per costruire un modello di vita più sostenibile ed ecologico.

Per celebrare la giornata mondiale dell’ambiente, Audible lancia il podcast “Adaptation Italia“, il reportage realizzato da Marco Merola e The Trip – una creative agency di Roma – per riflettere sul climate change e, soprattutto, sulla capacità dell’uomo di adattarvisi.

Un viaggio divulgativo, raccontato in otto episodi da circa 50 minuti ciascuno, in cui il giornalista e divulgatore scientifico, in un percorso che dal Trentino si snoda fino alla Calabria, accompagna l’ascoltatore alla scoperta di storie poco conosciute e coraggiosi progetti innovativi per gestire l’emergenza climatica, attraverso le voci di chi abita queste terre.

Grazie alle testimonianze di ricercatori, docenti universitari, pianificatori, urbanisti, agricoltori e altri “eroi” civili del cambiamento climatico che ogni giorno fanno la loro parte per accelerare la transizione verso il nuovo mondo, Merola spiega che l’adattamento non è una cattiva parola né un termine che deve evocare rassegnazione. Piuttosto, un concetto che racconta il cammino che l’uomo deve compiere, provando a convivere con i danni che ha fatto. E impegnandosi a non arrecarne altri.

Quando inizia questo progetto podcast?
Oltre un anno fa. Adaptation Italia mutua una parte del suo nome dal web doc “Adaptation.it“, che è il lavoro che avevo già iniziato con altri colleghi che si occupano di questi temi e che avevamo impostato come un lavoro internazionale.

Poi c’è stato il contatto con Audible e l’idea di utilizzare il nome Adaptation era piaciuta molto. Ma con lo scoppio della pandemia abbiamo pensato di concentrarci entro i confini nazionali e quindi abbiamo consumato questo felice matrimonio per raccontare l’Italia in podcast.

Perché ha deciso di affrontare il tema dell’adattamento?
La ragione più giornalistica è sicuramente quella di strutturare un racconto sul cambiamento climatico che si smarcasse un po‘ dalla narrazione predominante su questo tema, che si dipana attraverso una rotta che è sempre simile a se stessa: si parla molto delle cause e degli effetti attuali sul pianeta e poi si parla degli scenari. È una catena che riferisce più o meno sempre temi che si rincorrono, dando un’idea, un po‘ a tinte fosche, di quello che sarà il nostro futuro.

Questo, a mio avviso, va contro la nostra missione di animare le coscienze collettive, portandole a riflettere in maniera più ampia su quello che si può e deve fare per contrastare un trend purtroppo già in corso, quello del mutamento degli scenari climatici e delle sue implicazione sul pianeta.

Adattamento è una parola che ho riscontrato essere di difficile interpretazione da parte del pubblico ma anche dei decisori politici nonostante circoli da un bel po‘, almeno dal Protocollo di Kyoto. È stata poi adottata dalla Ipcc (il Gruppo intergovernativo di esperti sul climate change), che ha iniziato a inserirla nei suoi report, non limitandosi a parlare di mitigazione. Ma il termine continua ad aggirarsi solo tra gli esperti, gli addetti ai lavori.

Quando ho iniziato ad adoperare questa parola, nei primi talk pubblici, tutti me lo contestavano perché, così facendo, avrei fatto pensare alle persone che dovevano rassegnarsi.

Quali potenzialità racchiude l’adattamento nel contrasto al climate change?
Non si può contare di mettere in campo solo azioni di mitigazione i cui effetti saranno riscontrabili tra 10/15 anni, se tutto va bene. Nel frattempo c’è bisogno di intervenire e agire in modo pervasivo sui territori. Adattamento è una parola scomoda perché riguarda tutti mentre se parliamo di mitigazione passa il messaggio che sia una questione che riguarda solo i grandi inquinatori del pianeta, oppure i governi che devono decidere cosa fare per gestire la crisi climatica.

Invece non è così, l’abbiamo dimostrato anche nel nostro lavoro con Audible, andando nelle regioni italiane. E spiegando che sono tantissime le azioni che si devono e possono fare, a partire dal locale, per consentire ai territori e a chi li abita di convivere con uno scenario climatico che già oggi è mutato.

Con quale criterio ha scelto di parlare di otto regioni in particolare?
Le regioni che andiamo a raccontare in questa prima stagione riuniscono tutte le criticità ambientali di cui soffre la Penisola. E, soprattutto, propongono soluzioni di adattamento estremamente interessanti.

Abbiamo cercato di rispettare un criterio anche geografico. Del Sud abbiamo parlato di Calabria, Puglia e Campania, del centro Umbria e Toscana e poi del nord Emilia-Romagna – ci racconta la gestione consapevole delle acque – e Trentino Alto Adige, che ci permette di trattare dell’ambiente boschivo e di montagna. Abbiamo cercato di dare un quadro complessivo della situazione attuale.

Proporre un racconto, come quello che abbiamo creato noi, e che speriamo di estendere alle altre regioni, ha richiesto tanto tempo e un lungo lavoro di programmazione e di interviste sul campo.

Sicuramente mi sarebbe piaciuto, già per questo progetto, coinvolgere altre regioni ma, cammin facendo, ci siamo resi conto che il lavoro era davvero tanto e soprattutto ogni regione presentava delle criticità che andavano analizzate con grande attenzione.

La scelta delle otto regioni proposte nel podcast è stata dettata sicuramente da un patrimonio di conoscenze personali su temi, che ho approfondito nel corso della mia carriera, legati a quei territori.

In questo lungo viaggio, quali sono le criticità e le forme di adattamento che l’hanno più colpita?
La Calabria è la terra a maggior rischio desertificazione e noi questo deserto italiano l’abbiamo visto, soprattutto nella zona del crotonese.

Si parla di territori ormai agonizzanti, dove la combinazione di aumento della temperatura-siccità e la scarsa piovosità hanno portato alla situazione attuale. Vedere agricoltori e intere comunità che non ci pensano minimamente a lasciare le loro case ma piuttosto escogitano soluzioni alternative più sostenibili dal punto di vista agronomico e agricolturale in maniera più sostenibile e che possono anche esportare è stato un insegnamento particolare. Una lezione che ci ha fatto capire quanto sia importante mettere in circolo queste buone pratiche grazie alla scesa in campo di agronomi, pedologi, studiosi del suolo, persone di altissimo profilo che stanno trovando un modo per far convivere la comunità locali con queste criticità.

Le criticità che ha osservato nelle Penisola presentavano delle somiglianze tra loro?
Sicuramente ci sono dei temi ricorrenti. D’altra parte, l’Italia è un Paese che soffre di tutte le criticità del tempo attuale: è collocata al centro del Mediterraneo, considerato un hotspot del cambiamento climatico, cioè un’area dove la temperatura è aumentata più rapidamente di quanto abbia fatto a livello medio globale.

È un Paese laboratorio del climate change ed è colpito da molti problemi riconducibili all’attuale crisi climatica: dall’irraggiamento solare particolarmente potente alla desertificazione, che sta già impattando soprattutto il Sud, all’erosione costiera, fino al problema delle montagne funestate dalla tempesta Vaia che ha svegliato improvvisamente la coscienza collettiva perché mai un evento si tale portata si era abbattuto con tanta violenza sull’arco dolomitico. Per non parlare poi dell’acqua: la crisi idrica e dunque la necessità di risparmiare questo bene essenziale, portando la popolazione a elaborare nuovi metodi anche di coltivazione.

Rimanendo per un attimo al Sud, quale forme di adattamento ha documentato?
La modalità, anche sostenibile, di utilizzo dei terreni a scopo agricolo.

Sappiamo che uno dei problemi agricoli più grossi, e che porta all’impoverimento e all’erosione del suolo – precondizione della desertificazione in quanto viene indotta la morte dell’humus che, scomparendo, porta via con sè anche la vita -, è la monocoltura. Cioè la rappresentazione della mancata conoscenza del territorio per cui tu dai vita a un campo con una sola varietà di grano perché miri ad ottenere una resa maggiore. Una scelta che soddisfa logiche meramente economiche ma che ammazza il terreno.

Ma al Sud le comunità locali si stanno opponendo a questo sistema, non in maniera politica bensì scientifica, perché hanno osservato che si ottengono rese migliori seminando nello stesso campo decine di varietà diverse di vegetali. In questo modo le comunità dispongono di cibo, beneficiano di ottimi raccolti, preservano il territorio e garantiscono una continuità alla coltivazione – resa più resiliente – anche in presenza di fenomeni estremi.

Salendo verso il Centro Italia, invece?
In Umbria c’è ingegnere prestato all’apicoltura che salva gli insetti impollinatori quando subentrano gelate improvvise – quest’anno abbiamo sperimentano una delle primavere più fredde degli ultimi anni. L’ingegnere ha escogitato un modo – che sta esportando nel resto dell’Italia ma anche fuori dai confini nazionali – per riscaldare le arnie e così scongiurare il decesso delle api.

Oppure, ancora, sempre rimanendo in Umbria, penso al lago Trasimeno, che soffre di un problema di specie aliene, in particolare del pesce rosso, che si solito si compra alle fiere. Ebbene, questo esemplare è stato riversato in quantità nel bacino creando una popolazione non autoctona con cui i pesci locali si sono dovuti confrontare, perdendo in alcuni casi la sfida e il territorio è così cambiato. La popolazione ha inevitabilmente dovuto convivere e adattarsi a questo nuovo scenario, cui si aggiunge anche il climate change.

Nel Settentrione quali buone pratiche ha osservato?
Mi viene in mente l’esperienza dell’Emilia Romagna legata alle acque, Questa regione non solo è una delle prime ad essersi dotata di un piano di adattamento regionale, votato alla fine del 2018, ma ha anche sviluppato una grande cultura dell’adattamento e della sostenibilità, che traduce in azioni pratiche già visibili sul territorio.

Penso ad esempio al lavoro condotto sul riutilizzo delle acque reflue per alimentare i corsi d‘acqua a rischio siccità.

A Bologna, il canale Navile, se non fosse per le acque reflue, depurate e immesse nel corso del fiume, non esisterebbe più, Adesso si sta pensando di utilizzare questa risorsa per l’agricoltura sfruttando gli elementi base della vita, dal carbonio all’ossigeno al fosforo, presenti nell’acqua reflua.

In questo modo si ottiene il risultato di riutilizzare una risorsa che altrimenti non sarebbe servita a nulla e, parallelamente, si scongiura lo spreco idrico, destinando l’uso di altra acqua ad altri fini. E il cerchio si chiude.

A inizio intervista mi ha citato anche il Trentino. Come ha reagito la popolazione dopo la tempesta Vaia?
Abbiamo visitato la regione due anni dopo l’evento in cui la tempesta si abbattè sul Nord-est, sradicando 8 milioni di alberi: una quantità di legname equivalente a quella ottenuta dopo sette anni di attività di tagli boschivi.

Quello che ho riscontrato nella regione è un adattamento di natura sociale che si è focalizzato sul ripensamento di una serie di processi operativi, ad esempio cosa fare del legno in quella che possiamo definire una corsa contro il tempo perché viene attaccato dai germi, in questo caso il bostrico (un coleottero) che rischia di fare danni paragonabili quelli della Xylella in Puglia.

Così è scesa in campo una corazzata di scienziati, ricercatori universitari, esperti di lotta biologica ai patogeni, forestali, esperti di silvicoltura e gestione forestale per riequilibrare la situazione. Oggi i trentini stanno pensando non tanto a riafforestare in toto ma a rimboschire solo alcuni parti di territorio e con piante diverse, perché anche qui il problema della monocoltura si fa sentire: è il caso dell’abete rosso, seminato perché dal suo legno – molto malleabile – vengono costruiti i violini, pianoforti.

Ma la natura segue altre regole. Per questo la comunità ha deciso di investire non solo sulla biodiversità ma anche sulla progettualità – per cui il bosco diventa, appunto, un ’progetto‘ -. Ci sono aree che si è scoperto secoli fa non erano coperte da alberi bensì da pascoli. La popolazione locale oggi vuole ripristinare l’ambiente, riportandolo a quello stato.

Un evento forte e scioccante per la comunità, come è stato Vaia, diventa una lezione e una sfida per riadattare i territori rinaturalizzandoli. Reinsegnare alla natura a fare natura.

Ci sarà un podcast Adaptation Italia parte 2?
Con Audible non abbiamo ancora ragionato su questa possibilità. Vogliamo capire prima la reazione del pubblico e della critica. Mi piacerebbe pensare di raccontare tutta l’Italia, visitando le regioni rimanenti. Posso però confessare che la parte di pianificazione è iniziata: sto già lavorando su territori. D’altra parte, ci sono ancora tantissime altre, eccezionali, realtà da raccontare.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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