Il leader fortissimo degli elettori della MeloniConte, la guerriglia a Draghi e la circonvenzione strategica di incapaci

Il Foglio racconta che l’ex premier vuole far cadere il governo per riprendersi i consensi grillini finiti a Fratelli d’Italia. Più che il nuovo Mitterrand ricorda il Pietro Savastano di «ce ripigliamm’ tutt’ chell che è ‘o nuost», con tanti saluti all’illusione del Partito democratico di considerarlo una possibile guida dei progressisti

Giuseppe Conte
Alberto PIZZOLI / AFP

Ieri mattina è stato pubblicato un articolo illuminante sul Foglio, il giornale che assieme al Fatto è stato il più vicino a Giuseppe Conte durante la tragedia civile del governo Conte due. 

L’articolo raccontava i velleitari piani dell’ex presidente del Consiglio per aprire la crisi, «picconando» Mario Draghi, addirittura auspicando una forma di «guerriglia», di «escalation» contro il governo centrale. Secondo Il Foglio, Conte starebbe giocando al piccolo Nixon di Volturara Appula per trascinare il governo Draghi in un Vietnam in modo da ricompattare l’ala radicale dei Cinquestelle, ovvero Di Battista, «per arrivare alla rottura a inizio agosto». Tenetevi forte perché sono parole che Il Foglio attribuisce al «giurista di Volturara»: il sabotaggio di Conte ha l’obiettivo dichiarato di riprendersi «i voti che sono nostri e che ora sono finiti alla Meloni». 

Non so se sia chiaro quanto avrebbe detto alle fonti del Foglio «il giurista di Volturara», evidentemente un seguace della scuola giuridica di Pietro Savastano e del suo indimenticabile brocardo «ce ripigliamm’ tutt’ chell che è ‘o nuost»: i voti dei Cinquestelle sono finiti alla Meloni, avrebbe detto Conte, quindi bisogna sabotare il governo che ha salvato l’Italia, salvato innanzitutto da Conte, Casalino, Arcuri e Fofò Dj, ma anche dalla pandemia e dall’incapacità di programmare un piano vaccinale degno di questo nome e di scrivere un Recovery plan vagamente presentabile alle istituzioni europee, per riprendersi tutto quello che era suo. 

Chi legge Linkiesta naturalmente non si stupisce della rivendicata sovrapposizione politico-elettorale dei manganellatori digitali di Grillo con gli ex, neo, post missini della Meloni, ma il pensiero corre a quella parte maggioritaria della sinistra che in questi anni ha pigiato l’acceleratore dell’alleanza strategica guidata dal «leader fortissimo di tutti i progressisti» facendosi turlupinare da un Sarchiapone del diritto che in sole ventiquattr’ore ha ribadito che i principi fondanti del suo universo politico sono da mozzorecchi e indistinguibili da quelli della fiamma tricolore. 

Su una cosa, a questo punto, il «giurista di Volturara» merita il rispetto della storia e di tutti noi: era comparso dal nulla come un segnaposto scelto da Casaleggio per guidare il governo più di destra dai tempi di Gengis Khan, prestandosi a fare il vice dei due vicepremier Di Maio e Salvini e il portavoce di Rocco Casalino ma, passando da «leader fortissimo di tutti i progressisti» secondo Nicola Zingaretti e pronto a «un’affascinante avventura» con Enrico Letta, adesso sta compiendo un capolavoro politico, trasformandosi da Chance il giardiniere in un furbacchione che, «abusando dei bisogni, delle passioni o della inesperienza… di una persona, anche se non interdetta o inabilitata, la induce a compiere un atto, che importi qualsiasi effetto giuridico per lei o per altri dannoso». Questa «affascinante avventura» che parte con Salvini, Putin e Trump e finisce dalle parti del Nazareno per fare concorrenza alla Meloni tecnicamente si chiama circonvenzione di incapace. E l’incapace, per una volta, non è il grillino. 

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