Il Ticino uno lo pensa come il fiume delle gite amorose, di spiagge di nudisti, di bbq latinoamericani che ogni volta che mi trovo bloccato in una situazione faticosa, chiuso in qualche sala di posa con il lavoro che magari non ingrana e fuori una giornata di sole, mi dico perché non si va tutti in riva al Ticino a fare all’amore, perché è meta da sempre di fughe minime, di passeggiate, di giri in bici, mi ci ruppi una mano e la faccia sul ponte di barche di Bereguardo, di menu d’oca a febbraio e di rane fritte il resto dell’anno.
Ma affrontando gli scatti per un nuovo libro, il risorgimento, un vago ricordo distratto mentre in classe al liceo sarò stato dietro a leggere un qualche numero di Rockerilla o del Mucchio Selvaggio, una storia piena di nomi di vie che poi sono persone storiche, vaghi ricordi in cui confondi tre guerre, ho cercato di documentarmi e sono caduto sul museo storico di Turbigo. Turbigo: due battaglie 1800 e 1859.
In vero ce ne erano altri di musei, associazioni ma io a Turbigo sono affezionato che ci passo spesso in bici lungo il naviglio, il tratto da Boffalora è tutto una citazione di pittori impressionisti o olandesi, di un’epoca qualsiasi, van bene anche gli astrattisti geometrici, ma insomma una fronzuta poesia acquatica che viene interrotta dall’apparire delle ciminiere della centrale Termoelettrica di Turbigo che dava energia alle aziende circostanti e che davano in cambio agio, anidride solforosa e piena occupazione alla cittadina, così mi racconta Daniele Solivardi, Presidente Associazione risorgimentale Turbigo 3 Giugno 1859 che mi ha dato appuntamento al museo storico Solivardi Ermanno, lo zio di Daniele, collezionista onnivoro che ha donato al comune parte dei pezzi esposti.

Insomma, vien fuori che il mio Ticino così romantico, nebbiosamente ormonale, invece, e lo sapevo ma non ci pensavo, è stato sanguinoso confine, da una parte i Francesi e i Savoia, dall’altra gli Austriaci e che quel ponte sotto cui passa la ciclabile, ed è sempre un gran mangiare moscerini in quel punto anche l’inverno, lo si vede anche in un film di Checco Zalone girato da queste parti, ecco lì si svolse la battaglia del 1800, quella con Napoleone, c’è anche una strada dedicata a Turbigo a Parigi e il ponte negli anni settanta lo stavano per buttare giù ma lo hanno più elegantemente raddoppiato e la linea della nuova corsia, venendo da sud è nascosta dal vecchio ponte.
E queste cose me le racconta nel museo che poi è una grossa stanza, nel bell’edificio brutalista disegnato da Angelo Mira Bonomi destinato a Palazzo delle Associazioni, ex Comune in cui si sono accumulate le memorie più o meno recenti della città. Daniele con entusiasmo mi racconta di quadri raffiguranti Turcos francesi dimenticati attaccati al soffitto di un negozio di ciclista. La prima linea dei francesi erano questi soldati algerini abilissimi con le baionette e che avevano come animali da compagnia delle scimmiette aggrappate al collo e gli austriaci scappavano spaventati dalle urla e dalle grida e qui è già Salambò in salsa lombarda: alle lezioni di letteratura francese stavo attento, invece.
E questo stanzone museo ha una sua poetica ricchezza nella sua povertà, le cose più importanti sono altrove, qui ci sono riproduzioni e fotocopie, qui ci sono diorami graziosi dove alle scolaresche viene mostrato che quello è il ponte che ben conoscono o la riproduzione di una immagine e la stessa immagine corretta durante il fascismo che ci hanno messo un bersagliere in primo piano e il castello, sullo sfondo, che da quel ponte non lo si vede ma la scena diventa più epica.

C’è anche un Boltanski involontario ma quasi più poetico, un piccolo corridoio illuminato da piccole lucine dove con una qualche pena riesci a leggere dei Turbighesi morti durante la prima guerra mondiale e sono ragazzini già vecchi come lo sono i giovani nelle foto di inizio secolo e che quella guerra così inutile e feroce che l’Austria-Ungheria era già frolla.
Usciti dal cunicolo ci si presentano davanti dei ragazzotti con la faccia da bambini che hanno i giovani un secolo dopo e portano a Daniele monete e bottoni, fanno delle battute con il metal detector sulle rive del Ticino e nei dintorni dove si svolsero le battaglie e sono orgogliosi dei loro ritrovamenti. Tra loro c’è Antonio Raiti che era sul Ticino con gli amici e ha visto un pezzo di ferro, ma lascia stà che l’è un pezzo di un cancello, va, dicevano gli amici e lui se lo è portato a casa e lo ha portato dai vigili che hanno chiamato quelli della sovraintendenza che gli hanno detto bravo, è una spada celtica e se la sono portata via che sarebbe stata bene qui come pezzo importante del museo, ma hanno promesso gli daranno una ricompensa, per ora visto niente.
Infine Daniele mi porta in giro per i luoghi della battaglia: qui vorrebbero recuperare prima che crolli tutto e farci un parco, là sono state trovate le tombe di due cavalli francesi, no, le fosse dei soldati non le hanno trovate, ma lì il comune vuole costruire un palazzetto dello sport e loro erano contrari che lì si è combattuto ma magari facendo gli scavi si trova qualcosa. Mentre i caduti del 59 dicono gli abbiano trovati negli anni sessanta ma ci abbiano costruito sopra.
Testo e immagini di Giandomenico Frassi

Qui era una zona ricca, concerie, industrie chimiche, tessile, i pigiami della Irge venivano fatti qui, e il Giro fece tappa due volte qui, perché la Irge era sponsor, ora tutto delocalizzato, bisognerebbe inventarsi qualcosa per aumentare il turismo.
Che il progresso dà e toglie e ad esempio la differenza più grossa tra la battaglia dell’800 e quella del 59 è che sul lato piemontese era stata fatta la ferrovia e le truppe si mossero molto più velocemente, e il progresso si vede anche nei proiettili trovati, ancora a palla quelli del la prima battaglia, a obice quelli più recenti.
Ecco, Daniele indica un campanile, lì MacMahon ha rischiato di essere catturato dagli Austriaci e la Storia avrebbe avuto un altro corso e qui, tra il bosco e quel punto di manutenzione dell’oleodotto c’era un cippo a memoria di un ufficiale francese che morì a Turbigo giorni dopo la battaglia, c’è qui anche la tomba, i vecchi ricordano che a volte venivano ancora dalla Francia a visitarlo, ma ora non più. Qualcuno l’ha rubato il cippo, tanti anni fa. Ma l’anno prossimo vogliono metterne uno nuovo, anche con le restrizioni del covid una piccola cerimonia vogliono farla, che la memoria è importante…
Tornando a casa ricosteggio il parcheggio del supermercato che fu campo di battaglia nel 1859 e penso a quanta Storia possa nascondersi dentro a un non-luogo e quanto siano importanti gli zii bizzarri e i metal detector e i ragazzini curiosi e perditempo e come siano sottili i fili che formano il tappeto della storia e labile la memoria e i destini dei luoghi e quanto sia diventato più ricco il mio Ticino e quante cose ora potrei raccontare per convincere, in una giornata di sole, ad andare sulla riva a fare all’amore.