La strada per il futuroLa maturità ha preso in ostaggio la scuola, che quest’anno finisce prima

Anziché chiudere l’anno in anticipo, sarebbe stato più utile positicipare l’esame di Stato o annullarlo, come hanno fatto Francia e Regno Unito. O, meglio ancora, ridimensionarlo ed eliminare il suo ruolo quasi magico nel dibattito pubblico

Lapresse

Per molti studenti la scuola è già finita: oggi diventa esecutiva l’ordinanza del ministero che consente di anticipare gli scrutini prima della fine delle lezioni. In anni normali la scuola avvia la valutazione finale degli studenti subito dopo il termine delle lezioni. Quest’anno, per la pandemia, si è deciso di dare la possibilità alle scuole di anticipare la valutazione già al primo giugno, per andare incontro alle esigenze di docenti e presidi che, altrimenti, si sarebbero trovati a scrutinare a ridosso dell’esame di Stato.

Dall’idea iniziale del presidente del Consiglio di allungare il calendario scolastico per recuperare, in modo più disteso, il tempo che la pandemia ha “rubato” alla scuola, siamo giunti alla conclusione che fosse giusto sottrarre tempo prezioso agli studenti.

La scuola, di fatto, è già finita, togliendo due settimane alla possibilità di recuperare un brutto voto, alzare la media, raggiungere la sufficienza. Settimane sprecate, schiacciate tra l’ansia della valutazione e la corsa precipitosa verso la maturità, prevista per il 16 giugno.

Siamo alle solite: purtroppo il sole intorno a cui gira la scuola sembra essere sempre e solo l’esame di maturità: il rito di passaggio su cui i telegiornali fanno titoli e reportage, ma che ha un impatto minimo sulla sostanza degli apprendimenti e sulla valutazione del sistema scuola.

Il problema degli scrutini che “schiacciano” le ultime settimane di lezione non è nuovo. Ma questo non è stato un anno come gli altri: molti studenti hanno svolto in presenza poche settimane, e l’intento iniziale del Governo di allungare l’anno scolastico non si è concretizzato.

Anziché comprimere ulteriormente il tempo-scuola si sarebbe potuto spostare l’esame di Stato. Meglio ancora, come in Francia e Gran Bretagna, decidere di annullarlo. Si è scelta invece la via peggiore: tagliare (ancora) tempo prezioso agli studenti per salvare la maturità. Non ha importanza se stiamo sottoponendo i ragazzi, già psicologicamente provati da due anni di didattica a singhiozzo, a ulteriore stress. Come non importa se quest’ultimo mese in presenza sarà costellato da compiti in classe e interrogazioni.

Conta solo fare l’esame di Stato. Noi invece pensiamo che servirebbe rifarlo, l’Esame di Stato. Ridimensionando il suo ruolo quasi magico nel dibattito pubblico, e rendendolo, finalmente, utile a qualcosa. Anzi a tre cose.

Primo: l’esame di Stato deve diventare utile a conoscere il sistema scuola, comparando i risultati di ciascun istituto e di ogni classe, per rendere davvero merito del lavoro quinquennale di docenti e studenti. Oggi i risultati della maturità non dicono niente di come vada una certa scuola: quelle con più “100 e lode” sono spesso quelle coi peggiori risultati alle prove Invalsi standardizzate. E proprio in direzione di una standardizzazione bisognerebbe muoversi: risultati comparabili che diano un’indicazione su ogni istituto.

Secondo: l’esame di Stato deve diventare utile per orientare le scelte dello studente negli anni a venire. Le università più selettive hanno smesso di usarlo come parametro, e spesso effettuano autonomamente test molto prima dell’estate per selezionare i candidati migliori. Se l’esame di maturità fosse inserito nel percorso di orientamento (che il Governo si è impegnato a riformare all’interno del Pnrr) ne migliorerebbe l’efficacia e la rilevanza, aiutando famiglie e studenti a fare scelte migliori e diminuendo gli abbandoni dei primi anni universitari.

Terzo: l’esame di stato deve diventare utile a certificare le competenze. A partire da quelle linguistiche. Nel 2019, anno della sperimentazione degli Invalsi all’ultimo anno, per la prima volta gli studenti hanno ricevuto una certificazione delle loro competenze in inglese. Consolidarla, standardizzarla, rafforzarla, consentirebbe a tanti di risparmiare sulle costose certificazioni internazionali. E dopo le lingue, il lavoro di certificazione potrebbe proseguire, aiutando a costruire da subito un curriculum da spendere nella vita e nel lavoro.

Perché in fondo è questo il punto: la scuola, e tutti i suoi passaggi, devono avere senso e utilità per il futuro degli studenti.

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