Reazione avversaIl pasticcio su Astrazeneca è il primo vero autogol del governo Draghi

Il dietrofront sulle seconde dosi alimenta lo scetticismo no-vax e tradisce la fiducia proprio di coloro che per primi avevano raccolto gli appelli dell’esecutivo

AP/LaPresse

Il gran pasticcio combinato in questi giorni su Astrazeneca è il primo vero autogol del governo Draghi. E rischia di infliggere un colpo durissimo alla credibilità della campagna di vaccinazione, oltre che dell’esecutivo, che sarebbe il meno.

Al punto in cui siamo, infatti, poco importa se questo casino vada attribuito esclusivamente a Mario Draghi, come vorrebbero alcuni, o invece prima di tutto al ministro della Sanità, Roberto Speranza, e al Comitato tecnico-scientifico, che tuttavia proprio il governo Draghi aveva largamente ridisegnato, nell’ambito di un più generale commissariamento di fatto del ministro (a cominciare dalla sostituzione del commissario all’emergenza Domenico Arcuri con il generale Francesco Paolo Figliuolo).

È insomma di secondaria importanza, rispetto ai rischi che una simile situazione presenta, se debba essere considerata la caporetto del “governo dei migliori”, come vorrebbe la solita campagna di politici e giornalisti grillini, paragrillini e pitigrillini, o se invece, come verrebbe voglia di rispondere, sia da addebitare semmai a quel che resta del governo dei peggiori.

Quello che conta è che l’esecutivo, con decisioni avventate e contraddittorie, che in conferenza stampa Draghi ha comunque coperto, ha dato un tremendo contributo alla diffusione e al rafforzamento di tutti i peggiori pregiudizi no-vax, mettendo in serio imbarazzo, per non dire di peggio, proprio coloro che per primi e più scrupolosamente avevano seguito le sue indicazioni.

È il caso, in particolare, di chi come me ha fatto la prima dose Astrazeneca in uno dei famosi open day per le persone sotto i sessant’anni, e che adesso si sente dire, da un giorno all’altro, che invece di fare la seconda dose con lo stesso vaccino dovrà farla con un altro, in base a una decisione politica presa sull’onda della commozione e delle polemiche riguardo a un singolo caso di reazione avversa, peraltro ancora tutto da chiarire, sia per quanto riguarda l’anamnesi sia per quanto riguarda la tempestività della successiva diagnosi e del relativo intervento. Reazione avversa innescata comunque dalla prima dose, non dalla seconda, su cui fino a ieri le stesse autorità ci hanno ripetuto non esserci praticamente alcun rischio.

La delicatezza del momento e lo choc per la morte di una ragazza di diciotto anni, Camilla Canepa, impongono a tutti di sorvegliare le parole. E si capisce bene, pertanto, lo spirito con cui uno dei commentatori più intelligenti e sensibili su questi temi, lo scrittore (e fisico) Paolo Giordano, ieri sul Corriere della Sera da un lato ha scritto che a suo giudizio è stato un errore non vietare Astrazeneca sotto una certa soglia di età già a marzo, invece di limitarsi a «sconsigliarlo» (ho detto che bisogna sorvegliare le parole, dunque non aggiungerò nulla sul punto), dall’altro ha osservato che a questo errore «si pone rimedio adesso, sospendendo Astrazeneca sotto i sessant’anni e sostituendo la seconda dose per coloro che sono in attesa con quella di un vaccino a mRNA». Dopodiché ha aggiunto che certo, a ogni cambio di procedura «ci rimettiamo inevitabilmente una quota di fiducia», tanto più in chi si trova «nel limbo tra la prima dose di un tipo e una seconda all’improvviso diversa», anche «perché, sebbene gli immunologi sembrino concordi sul fatto che un mix di vaccini possa essere addirittura meglio in termini di protezione, non ci sono ancora studi specifici e validati a sostegno, e il cambiamento in corsa suscita diffidenza di per sé». Ragion per cui: «A essere onesti, non è facile oggi ribattere con argomenti del tutto convincenti a chi si scopre dubbioso».

Come si vede, l’onestà intellettuale da una parte e il condivisibile sforzo di non suscitare ulteriore allarme dall’altra hanno prodotto un ragionamento quasi perfettamente circolare, in cui la conclusione dice sostanzialmente il contrario della premessa. A dimostrazione di quanto sia diventato arduo difendere il comportamento del governo, anche per i più intelligenti e meglio intenzionati. Tanto più che ieri l’Ema (Agenzia europea per i medicinali) ha denunciato la diffusa disinformazione e ribadito che Astrazeneca «rimane autorizzato per tutti».

Draghi in conferenza stampa, citando le parole di Speranza, ha detto invece che su questo «la situazione ormai è chiara». A me non sembra. E mi pare anzi difficile non sottoscrivere le parole dell’assessore alla Salute del Lazio, Alessio D’Amato, che in un’intervista a Repubblica se l’è presa ieri con le contraddizioni del Cts e con il tentativo di «scaricabarile» sulle Regioni.

Se smettessi di sorvegliare le parole, parlerei di una forma di cadornismo vaccinale con cui governo e Cts, dopo avere fornito ripetutamente indicazioni ambigue e contraddittorie, tradiscono la fiducia, in particolare, proprio di coloro che per primi avevano raccolto i loro appelli, e che adesso si sentono trattati come carne da cannone da parte di generali dalle idee confuse. E certo non parlo del generale Figliuolo, al quale anzi penso che andrebbero fatti due monumenti – a forma di primula – non appena, speriamo presto, la pandemia sarà solo un brutto ricordo: uno per tutto quello che ha fatto, salvando migliaia di vite, e l’altro per tutto quello che ha dovuto sopportare.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter