Benvenuti, ragazziIl Pd ha bisogno di costruire un progetto riformatore intorno a Draghi

Dopo aver buttato due anni all’inseguimento del grillocontismo, al Nazareno stanno pensando di tornare a una proposta politica forte e non a un’ennesima alchimia fatta con l’attaccatutto. Basta caminetti o finte primarie: serve un confronto chiaro per adottare una linea univoca

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Come cantava Francesco Guccini, «e ancora non sai come potrai/ Trovare lungo i muri un’esperienza/ Sapere vorrai, ma ti troverai/ Due anni dopo al punto di partenza» («Due anni dopo», 1970). E dunque eccoci qua con il Partito democratico che si (ri)interroga sulle alleanze, un classico del suo repertorio che nei momenti belli è un hit e in quelli brutti uno scarto, ma è pur sempre meglio del nulla, del vuoto pneumatico, dell’assenza di gravità che hanno caratterizzato – o meglio: non caratterizzato – il Pd in questi ultimi tre anni (ma, se vogliamo essere precisi, dalla sconfitta del referendum costituzionale di Matteo Renzi di ben 4 anni e mezzo fa, quasi il tempo di una legislatura). 

Oggi il partito che ha richiamato Enrico Letta dai suoi studi parigini continua a stare in mezzo a un guado politico perché da una parte ha finalmente abbandonato la mitica alleanza strategica con i grillini che fu la linea del biennio zingarettian-bettiniano, con il conforto ideale della sinistra ex Ditta e l’imprimatur tattico di Dario Franceschini, ma dall’altra senza saper decidere quale nuova strada imboccare.

Adesso Repubblica, che storicamente fa il coro nella tragedia greca della sinistra, scopre che a due anni dalle elezioni politiche la destra, a modo suo, cioè spesso inconcludente, tuttavia si muove mentre – toh! – il Pd non si capisce cosa voglia fare da grande. Benvenuti, ragazzi. 

Scesi dal pallone gonfiato del filogrillismo e planati nel mondo reale (e c’è da ringraziare Mario Draghi per aver riportato la politica sotto il segno della razionalità), ora i fan dell’alleanza strategica, i cantori dell’evoluzionismo in salsa Di Maio, gli emozionati esegeti del pensiero del federatore Giuseppe Conte – come dimenticare il povero Zingaretti che lo nominò «punto di riferimento fortissimo dei progressisti»? -, beh ora tutta questa compagnia cantante improvvisamente si rende conto che, uhm, forse abbiamo sbagliato: e perciò comincia a guardare altrove. 

Per carità, cambiare alleanze ci sta, eccome. Basta dirlo. Altrimenti è continuismo, malattia senile del politicismo. Per non dire di peggio, opportunismo arrogante. Nessuno si azzarda a pronunciare la parola fin troppo abusata di svolta: e però di questo si sente il bisogno, dalla linea politica alla coerenza dei comportamenti fino all’immagine stessa del partito. I riformisti cosiddetti ex renziani ci pare questo reclamino. E non solo loro.

Ha certo ragione Stefano Cappellini quando scrive su Repubblica che «la latitanza e l’inaffidabilità del M5s ha giustamente spinto qualcuno (la fila si allunga ogni giorno, ndr) a rilanciare l’esigenza di unire almeno le forze che non hanno pudore, come i grillini, di schierarsi con il fronte progressista». Perfetto. 

Non pare un concetto molto diverso dal Fronte Repubblicano evocato da Carlo Calenda o dalla proposta che Giorgio Gori ha lanciato alla iniziativa de Linkiesta a Milano, purtroppo ignorata da Repubblica, di una gerarchia delle alleanze molto chiara: prima si fa una federazione tra Pd e tutte le forze liberal-democratiche e riformiste e poi, eventualmente, si stipula un’intesa elettorale con il M5s sempre che Conte riesca a salvare la baracca, cioè – come scrive ancora Cappellini – «se il nuovo M5s si dimostrerà compatibile con il centrosinistra». 

Piano piano dunque viene fuori che sono stati buttati due anni all’inseguimento della pietra verde del grillocontismo e che gira gira si deve tornare a un’impostazione velatamente ulivista, cioè a un progetto politico forte e non a un’ennesima alchimia fatta con l’attaccatutto come sembra indicare uno dei principali sconfitti dell’alleanza strategica, Andrea Orlando, che pare voler resuscitare la vecchia Gad (Grande alleanza democratica, 2006), pasticcio immangiabile nel quale ogni ingrediente copriva l’altro e che finì in quella che Machiavelli definiva «la ruina sua».

Qui si tratterebbe invece, semplicemente, di guardarsi negli occhi e capire chi sia disponibile a mettere in campo uno schieramento politico non solo alternativo alla destra ma sostenitore politico, finanche proiezione elettorale, del progetto illuministico-riformatore del governo Draghi. Ma servirebbe una parola chiara da parte di Enrico Letta, che finora le ha dette un po’ tutte, dal neoulivismo all’asse con Conte, da «Draghi è il nostro governo» a una serie di proposte fuori da quel contesto. 

Come ha scritto ottimamente Biagio De Giovanni sul Riformista, «il Pd è in attesa, scalpita senza concentrarsi su se stesso, lavorando alla giornata, ora mugugnando su Draghi, ora rimeditando l’immagine dell’uomo nero, quando ci sarebbe una cultura politica da ricostruire». 

Se questo è vero, ed è vero, è inevitabile che poi nel partito cresca l’insofferenza e che l’opinione pubblica sia disorientata. È inevitabile che i giovani non capiscano un’acca dei messaggi che piovono dal Nazareno. È inevitabile che poi si moltiplichino iniziative estemporanee e personali. 

Tutto questo fremito nasconde una voglia di chiarezza che solo un Congresso vero e limpido, condotto uscendo sia dalle buie stanze del Nazareno che dalla retorica di primarie salvifiche, può determinare. A prescindere da come andranno le amministrative, il Pd ha il dovere di fissare una linea univoca, chiarendo che siamo passati dall’alleanza strategica con i grillini all’alleanza forse con gli stessi grillini, e che lo spartito è cambiato: ma quale musica si vuole suonare adesso? Al Nazareno l’ardua risposta.