Draghi per sempreLo stile paranoide della politica progressista (e come uscirne)

Ora che anche Giuseppe Conte dice quello che da soli su Linkiesta ripetiamo ossessivamente da oltre un anno, e cioè che non c’è alcuna differenza tra il Conte 1 che governava con Salvini e il Conte 2 che turlupinava il Pd e gli editorialisti d’area, finalmente qualcosa si muove. Benvenuti. Qui scriviamo da tempo che cosa fare per liberarsi della fissazione: proporre l’attuale premier anche per la prossima legislatura

Vidisha Sanghvi, Unsplash

Succedono cose da pazzi nella politica italiana, ma a loro modo anche entusiasmanti. Dopo che questo giornale per oltre un anno ha sostenuto da solo la precisa, lineare, esatta continuità tra il Giuseppe Conte 1, detto il sovranista-populista, e il Giuseppe Conte 2, percepito dai più come uno statista-europeista, è arrivata l’interpretazione autentica dello stesso Giuseppe Conte a certificare che avevamo ragione noi e che non c’era, non c’è, nessuna diversità politica tra il premier che governò con la Lega, quello che governò con il Pd e, immagino, quello che avrebbe governato con Lello Ciampolillo.

Per dimostrarlo “per tabulas”, Conte ha minacciato le pubbliche lettere nazionali di raccogliere in un libro tutti i suoi discorsi, sia quelli gialloverdi sia quelli giallorossi. Come sanno i lettori più attenti, Linkiesta ha già pubblicato un primo volume di fantastiche gesta contiane e magari ora ne pubblicherà il seguito, titolo di lavoro “Tabula rasa”. In ogni caso più che Conte, Bisconte o Trisconte qui siamo al confine con i trecartari professionali, con buona pace di Giuliano Ferrara.

Ma mentre Ferrara è stato un cultore del contismo e dell’arcurismo per noia da lockdown più che per convizione, un po’ come Fausto Bertinotti che nell’imitazione di Corrado Guzzanti faceva cadere i governi «pevché mi divevto», sono più surreali le reazioni alle rivelazioni di Conte da parte dei tanti turlupinati dall’avvocato del popolo.

Il Pd, innanzitutto, ma anche legioni di apologeti editoriali della fantastica avventura strategica con i Cinquestelle, il cui unico reale e preciso obiettivo era esclusivamente quello di fare fuori politicamente Matteo Renzi e, fatto fuori Matteo Renzi, fare fuori anche Carlo Calenda (che poi i due giochino a farsi fuori a vicenda è un’altra questione di natura non so se infantile o psicanalitica).

E quindi, svelata l’impostura di Conte «punto di riferimento fortissimo di tutti i progressisti» dallo stesso Conte che invece rivendica la continuità di pensiero rispetto a quando faceva da segnaposto di Casaleggio per Salvini e Di Maio, adesso il Pd è in ambasce. Anzi è nel panico: due anni dopo la catastrofica sconfitta di Renzi alle elezioni nazionali, il partito derenzizzato non ha guadagnato punti nei sondaggi, nonostante l’odiato Renzi gli abbia fornito gli strumenti per continuare a sopravvivere al governo, prima con la mossa del cavallo che ha impedito a Salvini di prendere i pieni poteri e poi avviando il processo che ha portato all’esecutivo Draghi.

Anziché intestarsi l’operazione che ha salvato l’Italia, il Pd ha messo il broncetto da adolescente cui è stato tolto il pallone per giocare in cortile e senza sprezzo del ridicolo più o meno pubblicamente ha denunciato complotti internazionali contro Conte per portare Draghi al governo (il primo complotto della storia a portare al governo le presunte vittime della macchinazione).

Nel Pd adesso qualcuno comincia a prendere coraggio dicendo, anche se ancora troppo timidamente, che consegnarsi ai grillini e a Conte è da fessi, tanto più che quelli non ne vogliono sapere e sono pure a pezzi. Con lucidità e saggezza, Giorgio Gori prova a spiegare al suo partito che la questione principale è quella della gerarchia delle alleanze, ovvero prima il Pd dovrà costruire un rapporto solido con l’area chiamiamola liberaldemocratica e poi, solo poi, accogliere quel che è rimasto dei Cinquestelle, esercitando quell’egemonia culturale e politica che né Zingaretti né Letta hanno mai esercitato.

Il team Zingaretti, al contrario, si è consegnato a Conte e ai Cinquestelle e, infatti, dopo aver provato a scongiurare l’ipotesi Draghi a Palazzo Chigi, si è elegantemente fatto da parte a coltivare la nostalgia di Conte. Letta in teoria è diverso: nel primo discorso all’Assemblea Nazionale del partito ha chiesto e ottenuto i voti per diventare segretario del Pd presentando una strategia molto simile a quella esposta da Gori, cioè prima bisogna costruire un rapporto con l’area idealmente più coerente, quella che va da Renzi a Calenda, e poi aprire il dialogo con i Cinquestelle a condizione che siano riformati da Conte. La linea sensata di Letta è durata meno di una settimana, il tempo di nominare una segreteria più che decente, per poi trasformarsi in ostilità insensata nei confronti di Calenda su Roma, in illusioni di magnifiche avventure con Conte (il quale non solo non ha riformato i Cinquestelle ma non è ancora riuscito a prenderseli), e poi nell’antico rancore nei confronti di Renzi e in una grottesca campagna social televisiva per conquistare il collegio dei compagni di Propaganda Live e allontanare chiunque altro.

Il risultato è che i sondaggi sono miseri, che ha insolentito Draghi, che a Roma rischia il patatrac, che non ha ottenuto nulla di concreto sul fronte delle battaglie identitarie e che la sua spinta propulsiva è talmente considerata esaurita da essere ripetutamente entrato in tutti i totonomine per la nomina a Segretario Generale della Nato (incarico prestigioso dove, nel caso incontrasse Vladimir Putin, consigliamo però di riconoscere prontamente il nemico e di non proporgli, come ha fatto con Conte, di avviare «un’affascinante avventura»).

Da giorni i retroscena politici italiani raccontano di un segretario a metà strada tra le richieste interne di cambiare strategia e il fronte pro Conte che pigia l’acceleratore verso lo schianto frontale contro il muro, ben rappresentato da quanto è successo ieri in Calabria, dove un giovane dirigente Pd con buone speranze di vincere le elezioni è stato costretto da Peppe Provenzano e da Francesco Boccia, due noti per non avere paura di sbagliare calci di rigore a porta vuota, a ritirare la candidatura a governatore perché i due dirigenti nazionali preferiscono inseguire l’alleanza locale con i Cinquestelle, ultimo partito della regione (la fissazione è peggio della malattia).

Le cose non sono mai semplici, ma niente è più semplice e segnato della strada, anzi dell’autostrada, che il Pd dovrebbe percorrere: scaricare Conte, i contiani e i sabotatori dell’attuale governo e dare ampia, solida e convincente rappresentanza politica all’agenda Draghi, al programma di governo che in pochi mesi ha salvato l’Italia con la campagna di vaccinazione e con il piano di rilancio finanziato dall’Europa, garantendo agli italiani che si impegnerà affinché Draghi continui a occuparsi dell’esecuzione dei piani di transizione digitale ed ecologica della nostra economia e della nostra società intanto fino alla fine della legislatura, ma poi anche oltre.

Diciamo da tempo anche questo, il Pd e i micro partiti personali, liberali, riformisti, socialisti e democratici dovrebbero fare fronte comune nazionale, un’Alleanza per la Repubblica, rispettare l’impegno a correggere il taglio dei parlamentari con una legge proporzionale, spiegare agli italiani che per uscire dalla crisi economica non possiamo sprecare l’occasione dei fondi europei e quindi proporre già da subito una cosa precisa: dopo le elezioni del 2023, i partiti contro il bipopulismo perfetto italiano indicheranno al prossimo Capo dello Stato un solo nome come presidente del Consiglio. Mario Draghi.

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