Le mire del CremlinoPerché la Russia boicotta il riavvicinamento tra Bulgaria e Macedonia del Nord

L’ambasciata russa a Skopje ha rilasciato una dichiarazione con cui il presidente russo Vladimir Putin si congratula con «il fraterno popolo macedone» e afferma che l’alfabeto del mondo slavo sia nato in «terra macedone». Una azione per provocare Sofia che da anni blocca il possibile ingresso dei macedoni nell’Ue considerandoli soltanto come dei bulgari separati dalla madrepatria

LaPresse

La Russia ha fatto una mossa per boicottare il processo di riavvicinamento diplomatico tra Bulgaria e Macedonia del Nord, da cui dipende l’integrazione della seconda nell’Unione europea. Sofia infatti sta ancora bloccando l’inizio delle trattative con Skopje al Consiglio europeo, ritenendo che il governo macedone non abbia fatto abbastanza per appianare le divergenze in campo storico e identitario che ancora dividono i due paesi confinanti. 

La Bulgaria continua a considerare la popolazione slavo-macedone soltanto come dei bulgari separati dalla madrepatria e inglobati nel Regno di Serbia (poi Jugoslavia) manu militari durante lo scorso secolo. Rifiuta di riconoscere qualunque specificità nazionale ai vicini che li distingua dai bulgari. Contesta, per esempio, l’utilizzo della dicitura «lingua macedone» nei documenti ufficiali Ue, classificandola soltanto come una derivazione dal bulgaro, sebbene questa sia riconosciuta come una lingua a sé stante (codici ISO mac e mkd).

In questo scenario sdrucciolevole, Mosca si è inserita con una sapiente stoccata, finalizzata a perseguire l’unico obiettivo cui può aspirare nei Balcani occidentali: sabotare il processo di integrazione della regione nella Nato e nell’Ue. Non ha alcuna alternativa sostenibile da offrire, il Cremlino può quindi soltanto giocare di sponda. 

Come in questo caso. 

In occasione del Giorno dei Santi Cirillo e Metodio (24 maggio), la giornata con cui si celebra l’alfabeto cirillico (codificato da un seguace dei due santi nel IX secolo, Clemente), l’ambasciata russa a Skopje ha rilasciato una dichiarazione con cui il presidente russo Vladimir Putin si congratulava con «il fraterno popolo macedone» e afferma che l’alfabeto del mondo slavo sia nato in «terra macedone». 

Un’evidente adulazione a fini provocatori che getta benzina sul fuoco della querelle bulgaro-macedone. Nel XI secolo non esisteva alcuno Stato macedone indipendente, apparso per la prima volta soltanto al crollo della Federazione jugoslava nel 1991. La formulazione dell’alfabeto cirillico fu commissionata dal Primo Impero bulgaro, che all’epoca si estendeva anche sulle terre oggi parte dello Stato macedone.

Quindi, se è terminologicamente corretto sostenere che il cirillico sia nato in terra macedone, si tratta però di un artificio linguistico, che sottintende l’attribuzione della paternità dell’alfabeto alla Macedonia (odierna) e non alla Bulgaria. 

Su quale sia l’esatta patria del cirilico non v’è concordia assoluta tra storici e filologi. Si tende ad affermare che sia stato concepito, come una semplificazione dell’alfabeto glagolitico coniato da Cirillo e Metodio per evangelizzare le popolazioni slave, a Ocrida, oggi in Macedonia del Nord. Ma la storiografia bulgara sostiene che sia invece stato sviluppato a Preslav, oggi come allora in Bulgaria. 

Come per tutte le dispute di questo genere, non è tanto la verità storica a rilevare quanto il significato politico attuale. 

La Macedonia del Nord, dove peraltro un terzo dei cittadini sono albanesi, quindi afferenti a un altro eco-sistema linguistico culturale rispetto alla maggioranza slavo-macedone, fatica a rivendicare dei pilastri su cui fondare la propria identità nazionale, in un contesto competitivo come quelle balcanico, dove i processi di nation-building sono ancora in fieri. Il tentativo finora più deciso effettuato da un esecutivo macedone è stata la surreale campagna rinominata antichizzazione (in macedone antikvizacija), con cui l’ex premier Nikola Gruevski cercò di rivendicare per la popolazione macedone una discendenza diretta da Alessandro Magno. Sfruttando anche in quel caso un’ambiguità linguistica: la dinastia degli Argeadi, di cui il condottiero del III secolo a.C è stato l’esponente più illustre, regnò effettivamente sulla Macedonia, che era però all’epoca parte del mondo greco.  

La provocazione dell’ambasciata russa è parzialmente riuscita nell’intento di rovinare il momento di distensione tra Bulgaria e Macedonia del Nord, suggellata dalla visita congiunta a Roma dei due presidenti, Stevo Pendarovski e Rumen Radev, per omaggiare assieme gli «apostoli degli slavi» Cirillo e Metodio.