Il costo del greenSolo una transizione ecologica graduale eviterà il bagno di sangue, dice Cingolani

Il ministro, criticato dai Cinque Stelle, spiega: «Per me è fondamentale che ci sia la protezione delle categorie più deboli, che non vengano danneggiate cioè decine di migliaia di persone che possono perdere il lavoro perché certe transizioni nell’industria si fanno in fretta». È quello che chiede la Commissione Ue. Ma «sarà un cammino lungo»

Foto Roberto Monaldo / LaPresse

Giovedì e venerdì si svolgerà a Napoli il G20 sull’ambiente. Ma l’intesa sul documento finale è stata raggiunta solo qualche giorno fa. «Le difficoltà sono inevitabili, perfino normali perché più ampia è la platea dei partecipanti più si deve lavorare per trovare un accordo. Lo si sta facendo anche in queste ore, sono convinto che alla fine si troverà una buona sintesi», assicura al Messaggero il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani.

È lui che ha in mano le chiavi della rivoluzione verde italiana, partendo dai fondi europei del Recovery Plan. Anche se una parte della maggioranza di governo, Movimento Cinque Stelle in testa, continua a criticarlo. E la scorsa settimana il governo è stato battuto in commissione sul decreto Recovery in merito alla governance e alle semplificazioni delle grandi opere del Pnrr proprio con i voti dei grillini e del Pd.

«Francamente è un gioco che mi interessa molto poco», ammette il ministro. «Io devo fare quello che mi ha chiesto il governo Draghi e per il quale ho giurato di servire il mio Paese. Mi rendo conto che le scelte che dobbiamo fare, seguendo i parametri internazionali, sono molto complicate: ma ricordo a tutti che la transizione dev’essere giusta e che nessuno va lasciato indietro, com’è stato espressamente detto dalla Commissione europea e dall’Onu. Conciliare la sostenibilità con l’imperativo categorico dell’ambiente è la nostra missione: e sappiamo che sarà difficile. Con un pizzico di onestà intellettuale si deve ammettere che il percorso va fatto discutendo di tutti i passaggi ma che adesso si deve partire per avvicinare i target del 2030 e del 2050. Sul resto non sono nemmeno la persona più adatta per rispondere: io mi occupo di tecniche, ho tanta nostalgia del mio lavoro ed è bene che uno come me stia lontano dai problemi politici».

Ma nessuna ipotesi di dimissioni, al contrario delle voci che circolano. «Mi sembra molto strano. Io ho incontrato tutte le associazioni di categoria, le aziende, ho fatto un tour de force per scrivere il Piano, e non ho mai pensato né detto niente del genere. Sono cose che vanno e vengono, purtroppo abbiamo problemi molto più importanti di cui preoccuparci», risponde.

Né si è pentito di aver detto che la transizione ecologica potrebbe essere un «bagno di sangue». «Non c’è proprio niente di cui pentirsi», ribadisce. «È bene che tutti sappiamo che trasformazioni così grandi mettono in discussione un intero sistema sociale: ecco perché, lo ribadisco, per me è fondamentale che ci sia la protezione delle categorie più deboli, che non vengano danneggiate cioè decine di migliaia di persone che possono perdere il lavoro perché certe transizioni nell’industria si fanno in fretta. Ci sono nove anni fino al 2030 per evitare che ciò accada e non posso pensare che ci sia qualcuno che non lo condivida. Peraltro, non lo dico io ma la Commissione europea: un pianeta in salute e una transizione giusta. Ci sarà un motivo per cui i governi e gli organismi che finanziano questo progetto lo affermano, oppure vogliamo contestare anche questo?».

Certo, aggiunge, «l’ideale sarebbe decarbonizzare tutto subito ma sappiamo bene che questo non è possibile perché bisogna cambiare le infrastrutture, aumentare enormemente la nostra capacità di produrre energia rinnovabile e di conseguenza adeguare interi settori industriali e la mobilità. Non stiamo parlando di mettere su una centrale ma di rivoluzionare un sistema: noi cercheremo di procedere il più rapidamente possibile, ben sapendo che questo è anche un tema di semplificazione e di riforme. Nel frattempo bisogna tenere in piedi la macchina produttiva per sostenere la ripresa e il lavoro. Conciliare le due cose sarà fondamentale in questa fase».

E non basta neanche dire che vogliamo la transizione verde e le auto meno inquinanti. «I cittadini non devono arrivare al punto da considerare antipatica la transizione ecologica perché sta creando loro dei problemi. Tutti devono capire che è importante farla, che non è ritardabile ma anche che ci devono mettere qualcosa di proprio perché si faccia il più presto possibile», dice. «Ma se si pretende di avere la sicurezza e la sostenibilità ambientali in sei mesi risolvendo problemi che durano da secoli credo che sia un po’ difficile ottenerle. Sarà un cammino lungo, in cui peseranno molto la volontà di collaborare e la buona fede di capire la portata dell’impegno».

Intanto, sui 300 progetti per la transizione green previsti nel Pnrr fino al 2026, «siamo già molto avanti, abbiamo una lista di una ventina di interventi che possono partire entro agosto», assicura. «Riguarderanno tra gli altri le isole minori, il Po, le aste per le rinnovabili che sono una delle cose più urgenti. E sono pronti anche i primi bandi per l’economia circolare e la costruzione di nuovi impianti. Alcune cose le faremo direttamente noi, altre con le Regioni». E quando si raggiungerà una «frazione elevatissima di rinnovabili, che sfrutterà proprio le caratteristiche dei territori meridionali, sono convinto che arriveranno importanti vantaggi anche in ambito locale. La crescita delle rinnovabili influirà per esempio sulla rete che deve diventare smart in tutti i territori, e non ho alcun dubbio che sarà un volano di sviluppo per il Sud e per il Paese».

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