Di piazza e di governoLuca Zaia contro i leghisti anti Green Pass

Il governatore veneto sulla presenza di Siri e Borghi alla manifestazione di Roma dice: «Mi rifiuto di pensare che sia quella la linea del partito». Un discorso «è discutere legittimamente sull’obbligatorietà, come fa il segretario Salvini». Ma il problema è che «qui c’è ancora chi dice che il virus non esiste e che è un complotto»

Foto Claudio Furlan - LaPresse

«Un principio per me è dogmatico è “la mia libertà finisce dove comincia la tua”». Il governatore veneto Luca Zaia sul Corriere cita Martin Luther King per commentare il tema dei vaccini e le proteste di piazza contro il Green Pass.

I volti più noti della manifestazione di Piazza del Popolo contro la certificazione verde erano i leghisti Borghi, Siri e Bagnai. Di fatto, mentre i ministri della Lega, riuniti a Palazzo Chigi, davano il via libera al decreto Covid che rende obbligatorio il Green pass per l’accesso a svariate attività, una decina di rappresentanti del Carroccio a Palazzo Madama e a Montecitorio, si organizzavano per scendere in piazza contro la decisione presa del governo che essi stessi sostengono.

Zaia commenta: «La Lega è sempre stata un partito di composizione sociale e culturale variegata, ci sta che qualcuno non la pensi come te. Detto questo, non mi risulta che il partito abbia deciso di rinnegare l’attività dei propri amministratori, presidenti e sindaci. Un discorso è discutere legittimamente sull’obbligatorietà, come fa il segretario Salvini. Altra cosa è farsi portatori di una linea in cui io assolutamente non mi identifico. E mi rifiuto di pensare che sia quella del partito».

L’esponente leghista lamenta «un clima in cui è sempre più difficile compiere il proprio ruolo istituzionale. Siamo passati da una sanità pubblica che faceva le profilassi a scuola a un punto in cui è difficile fare un tampone perché veniamo accusati di infilare microchip nel naso dei bambini. Fare quello che abbiamo il dovere di fare sta diventando un problema». E «il tema della vaccinazione fa emergere questioni rilevantissime. Se invochiamo la libertà per qualsiasi cosa, perdiamo il minimo senso del bene comune. Oggi riguarda i vaccini, domani qualunque scelta di sanità pubblica. Eppure, noi per decenni siamo stati accompagnati da piani di sanità pubblica. La mia generazione la distingui perché sulla spalla ha la cicatrice della vaccinazione».

Il problema vero, dice Zaia, «è che in questo clima, se inventassero oggi la penicillina, avremmo i social pieni di gente che dice che una muffa non se la inietta. Qui sta saltando il patto sociale. E se succede è inevitabile che andiamo alla deflagrazione». Certo, «nessuno si diverte ad assumere un farmaco. Tutti, a partire dall’aspirina, hanno delle controindicazioni. Ma è pur vero che in un’epidemia, la profilassi io la faccio per me e anche per chi mi è vicino».

Zaia fa un esempio pratico: «Se uno ha un’unghia incarnita, la scelta è sua: dipende da lui se curarsi o farsi tagliare un dito. Però, di fronte a un’epidemia bisognerebbe fare squadra. Altrimenti la pandemia si trasforma in guerra civile o, peggio, in guerra tra poveri. Noi abbiamo il dovere di evitarlo e di discutere. Ma qui c’è ancora chi dice che il virus non esiste e che è un complotto. Incuranti del fatto che i vaccini funzionino».

E invece, andando a guardare i dati del Veneto, «si scopre che la stragrande maggioranza dei ricoverati è fatta di non vaccinati».