AutofobiaIl male del nostro tempo è l’incapacità di stare schisci

Quando Malika Chalhy è stata cacciata di casa dai genitori in quanto omosessuale, è subito diventata martire o eroina, attirando le simpatie di tutti. Poi, quando si è rivelata in tutte le sue imperfezioni via social, i buoni le sono saltati alla giugulare. Forse non è questione di principio, è che non ci piace fare la figura dei boccaloni

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Nel 1987 passai l’estate in un collegio a Canterbury, posto dal quale tornai con tre fondamentali consapevolezze (gli unici soldi per farmi studiare che i miei non abbiano del tutto buttato).

La prima era l’esistenza di Pizza Hut: nel 1987, a Bologna, che ti portassero la pizza a casa – anzi: in collegio – era fantascienza.

La seconda era che non c’era alcun bisogno di imparare davvero l’inglese: se tornavi da lì pronunciando bisdrucciolo il nome del posto, cioè dicendo che eri stata a Canterbury con l’accento sulla «a», già ti scambiavano per madrelingua inglese. (Per i romani la sfida era perduta in partenza, per un romano è impossibile non pronunciare Canterbury con l’accento sulla «e»).

La terza mi era arrivata da un certo Michele, un ragazzo di Torino, che una sera, a proposito di non ricordo più cosa, aveva detto: quando si dice «è una questione di principio», è sempre una questione di soldi.

Ci ho ripensato in questi giorni, in cui – sintesi estrema – una lesbica s’è comprata una Mercedes.

Versione meno sintetica: un mese fa Malika Chalhy, ragazza toscana dall’età indefinita (da un articolo all’altro passa da ventunenne a ventitreenne), racconta d’essere stata cacciata di casa dai genitori allorché ha detto d’essere lesbica. Capirete bene, se vivete nell’Italia del 2021, che ciò la rende perfetta per il ricatto partecipativo: fioccano gli «e poi dite che la legge Zan non è urgente».

Non si capisce bene come la Zan impedirebbe ai genitori d’un’adulta abile al lavoro d’obbligarla a occuparsi di sé stessa, forse nell’ultimissima versione c’è un capitolato che prevede l’obbligo per mamma e papà di portarti il caffè a letto fino a quarant’anni, il che sarebbe peraltro in linea col carattere nazionale, quali che siano le sessualità di casa.

La Chalhy viene adottata da varietà di giustizieri, talk show contriti, e naturalmente dai social, templi del ricatto partecipativo. Parte la raccolta di fondi, nonostante la ragazza non debba sottoporsi a interventi chirurgici sperimentali né riscattarsi da mercanti di schiavi. Se pensi che un’ultraventenne possa trovarsi un lavoro e pagare un affitto, sei omofobo; se pensi che avere genitori sgradevoli faccia di te una del cui mantenimento non deve incaricarsi la società dei buoni, sei un mostro.

Per la ragazza vengono raccolti centoquarantamila euro. Cos’avreste fatto di quella cifra a vent’anni? Cosa pensava, la società dei buoni, che ne avrebbe fatto la povera lesbica disamata da mamma e papà: che avrebbe pagato dieci anni d’affitto in anticipo, con la propensione per i programmi a lungo termine tipica dei ventenni?

La ragazza ha fatto quel che è fisiologico faccia una ventenne di provincia: si è comprata una versione in sessantaquattresimo della vita d’una tronista. Una bella macchina, un cane costoso.

Siccome tra i mali del nostro tempo c’è l’incapacità di stare schisci, s’è fatta notare, coi suoi nuovi accessori costosi, sui social. Non stanno nascosti i professionisti ultraquarantenni che si vaccinano prima che sia il loro turno, pensavamo davvero avrebbe tenuto un basso profilo una che due mesi fa nessuno conosceva e che ora viene invitata in tv?

È successo quel che succede sempre: i buoni le sono saltati alla giugulare.

Giacché ineguagliabile è l’ira funesta del fesso la cui fessaggine viene mostrata al mondo.

Le ho fatto la carità e lei ci si è comprata la Mercedes. Peggio: ha comprato un cane (la società dei buoni ha, tra le sue regole fondative, che i cani si adottano e non si comprano: sono gente che parla di sé non come il «padrone» del cane ma come «il suo umano» se non come «la sua mamma», figuriamoci se possono pensare che il loro animale abbia un prezzo; cioè: figuriamoci se possono pensare tout court).

Malika era il simbolo della lotta a non si sa bene cosa (ai genitori che ti mantengono da adulta solo se pare a loro, direi), ed è diventata la traditrice della causa.

Il problema è quel che Douglas Coupland chiama “autofobia”: «È la paura d’essere un individuo. Essere un individuo è uno sporco lavoro, e di questi tempi non sono mica sicuro che gli esseri umani siano tagliati per farlo. L’individualità è diventata un po’ meno divertente del passarsi il filo interdentale: non c’è da meravigliarsi che risulti più semplice subappaltare la propria identità a QAnon o agli Antifa. Magari il tuo post su Instagram non avrà un milione di visualizzazioni, ma la nuova nicchia che hai adottato ce le avrà al posto tuo. Sarà molto più facile, se ti senti disperatamente solo e anche parte d’un movimento planetario».

Malika non era più solo Malika. Era un simbolo. Era ogni pride, ogni bandiera arcobaleno, ogni «Lo vedete che ci vuole la Zan», ogni sopruso, ogni astrazione. E quindi, quando lo scandalo della Mercedes è deflagrato in tutta la sua anticuoricinità, sui social alcuni si disperavano: ora penseranno che tutte le persone omosessuali siano bugiarde e truffatrici. Ma perché la poverina dovrebbe essere rappresentativa d’altri che di sé stessa? Se domani rapino una banca, lo faccio in rappresentanza delle culone, tutte rapinatrici? (Oltretutto la ragazza non è tecnicamente truffatrice: al massimo scroccona).

Se sei a terra non strisciare mai, diceva una vecchia canzone; intendendo, credo, che se non ti rialzi in fretta infieriranno. E infatti ora vengono fuori tutte le impresentabilità dell’eroina dell’altroieri: pensate, aveva fatto un provino a Uomini e donne, scandalo e indecenza. Ma chi l’avrebbe mai detto, una che manda una troupe televisiva a casa dei suoi per mostrare al mondo quanto sono omofobi: sembrava una personcina così riservata.

La vittima perfetta era imperfetta: succede tutti i giorni, e ogni volta è la prima volta. Non hanno esperienze sgradevoli solo gli spettatori di Report e i lettori di Coralli Einaudi, solo quelli che invece di comprarsi la Mercedes devolvono a Emergency: ma tu pensa, soffrono umane sofferenze anche gli impresentabili.

E, tuttavia, aver fatto la carità a un’impresentabile è inaccettabile, e quando viene svelato ci agitiamo moltissimo. È una questione di principio? È una questione di soldi? È che abbiamo un budget limitato per la carità e vogliamo devolverlo ad appartenenti certificati al club dei giusti? È la stessa ragione per cui compriamo un panino al senzatetto dicendoci – orgogliosi del nostro buonsenso – che se gli diamo i soldi se li spende in vino, come se fossero cazzi nostri e non suoi? O è che non ci piace fare la figura dei boccaloni?