Gli ultimi giorni del presidenteMarcello Foa dice che resta poco tempo per salvare la Rai

Dopo tre anni al vertice del servizio pubblico, lascia un’azienda sull’orlo del baratro, sempre più in difficoltà dal punto di vista finanziario, in calo di ascolti e di ricavi, e in grave ritardo sul digitale. Ma scarica le colpe sul Covid, sul cda e sull’amministratore delegato Fabrizio Salini

Foto Fabio Cimaglia / LaPresse

La Rai, il disastro sui conti e gli ascolti, le prospettive, i rapporti con la politica. Il presidente Marcello Foa, dopo tre anni al vertice del servizio pubblico, è in uscita tra pochi giorni. Entrò a viale Mazzini da giornalista sovranista, nominato ai tempi del governo gialloverde. Ed esce ora lasciando l’azienda sull’orlo del baratro, sempre più in difficoltà dal punto di vista finanziario, in calo di ascolti e di ricavi e in grave ritardo sul digitale – come lui stesso ammette in un’intervista a Repubblica. «La Rai ha di fronte a sé tre anni decisivi, il cui esito non è affatto scontato», dice. «L’aumento degli ascolti durante il periodo Covid rischia di essere illusorio, perché ha riportato al centro di tutto la televisione, ma ha anche accentuato il mutamento delle abitudini di fruizione mediatica». E la tv pubblica italiana è in grave ritardo: «Noi oggi abbiamo 14 canali televisivi e 12 radiofonici (per fortuna la radio va bene), ma un ritardo cronico sui siti Internet».

Nonostante 1.400 giornalisti a disposizione e una produzione video sterminata, su Internet la Rai di fatto non esiste. E anche Raiplay è stata una meteora. «Non è normale che il sito di informazione della Rai sia oltre il 20esimo posto della classifica dei siti più visitati», ammette Foa. «A Londra il sito della Bbc è tra i primi tre, la France television è tra i siti più frequentati: perché la Rai non ha un sito che primeggia grazie al traino dei suoi canali?». E la risposta di Foa è: «Perché purtroppo nei vari consigli che si sono succeduti negli ultimi anni il fattore Internet non è stato affrontato in maniera costante e nessuno ci ha creduto veramente».

Foa spiega che la Rai ha ancora «una struttura concepita per mantenere il primato su Mediaset, ma quell’obiettivo non è più attuale. Occorre che le risorse vengano dirottate su nuove priorità». Ma «se non cambia le proprie priorità editoriali, tecnologiche e le professionalità all’interno, da qui a tre anni rischia di scoprire che il suo pubblico si è ridotto in modo drastico. A quel punto tutti diranno: perché la Rai deve ricevere circa 1,8 miliardi di canone se è vista solo da una parte limitata della popolazione?».

Foa parla come un osservatore esterno, nonostante abbia presieduto il cda negli ultimi tre anni. E scarica le colpe sul Covid, sul cda e sull’amministratore delegato Fabrizio Salini. «Questo cda aveva contemplato un primo passo necessario con il piano industriale che prevedeva di togliere potere alle reti e creare delle divisioni tematiche», spiega. «Il contrario di quanto avviene oggi, con ogni rete che fa tutto in verticale. Era un primo passo». Ma poi, dice Foa, il piano si è fermato perché «è arrivato il Covid». E «assorbito il primo colpo, l’ad ha preferito non accelerare e tutto è rimasto fermo. Sono scelte operative. Devo aggiungere, a onor del vero, che è difficile fare una rivoluzione del genere in tempi di pandemia, con il personale che lavora in smartworking».

Ma, commenta Foa, un mandato di tre anni non basta. «La politica dovrebbe pensare a un mandato del cda che duri quattro o cinque anni, quanto una legislatura. Chiunque arrivi in un’azienda complessa come questa ha bisogno di tempo per capirla». Poi propone due suggerimenti arrivati in Commissione di Vigilanza da Noel Curran, direttore generale dell’European Broadcasting Union: «Ha citato tra i fattori che favoriscono l’indipendenza dei servizi pubblici la nomina dei vertici da parte di un organismo indipendente e il controllo da parte di organi di vigilanza altrettanto indipendenti. E tra i fattori che la indeboliscono, la politicizzazione delle nomine e le porte girevoli. Mi sarei aspettato un dibattito, invece gli sono state fatte solo poche domande».

Eppure è la stessa politica che ha nominato Foa alla presidenza. «Sì, ma nel mio ruolo ho fatto tutto quello che era possibile fare nei settori che ricadono sotto le deleghe a me affidate: l’audit e le relazioni internazionali. Tuttavia, nel cda ho spesso ripetuto quello che le sto dicendo. Ma non sono discorsi che piacciono in generale alla politica», dice.

Tutti i programmi con taglio «sovranista» lanciati dalla Rai di Foa sono stati un flop, fa notare Repubblica. «Sono esperimenti che andavano calibrati meglio e con figure riconoscibili dal grande pubblico. Fare una trasmissione di successo richiede grande preparazione, tempi lunghi. Ricordiamo Floris e Porro. In questa Rai trovare interpreti di pensieri diversi è difficile. Un’altra questione riguarda invece i vecchi leoni». Foa mette le mani avanti e dice che non ce l’ha «con Vespa, Venier, Annunziata. Fanno ascolti e meno male per la Rai che ci sono. Ma chiaramente hanno un’età per cui l’azienda dovrebbe aver preparato i nuovi talenti. Questo non avviene anche perché i tre anni di mandato te lo impediscono».

Foa però dice che «sugli ascolti, continuiamo a essere leader. Nel day time, la Rai ha il 37,9% e Mediaset il 30,7. Nel prime time noi il 37,7% contro il 32. Anche in Europa solo Bbc1 fa meglio, altrimenti Rai1 è la seconda tv pubblica più vista». Sull’indebitamento, invece, «hanno pesato invece investimenti infrastrutturali non più rinviabili. Si è creata una reputazione fuori per cui sembra che vada tutto male, ma è sbagliato. A breve almeno, perché invece nel medio-lungo periodo sono preoccupato».

Eppure sui diritti sportivi, la Rai si è fatta sfuggire la Coppa Italia dopo aver già perso la Champions. Foa si difende: «Noi abbiamo preso i diritti per la coppa del mondo in Qatar con un costo inferiore agli ultimi mondiali. Sulla Nazionale abbiamo un impegno quasi istituzionale, perché la guardano tutti, ma la Champions ha costi molti elevati, non possiamo aumentare l’indebitamento in maniera sconsiderata sapendo che la nostra raccolta pubblicitaria è comunque limitata. Lo stesso discorso riguarda la Coppa Italia. Abbiamo fatto un’offerta congrua, ma quei prezzi per noi non erano compatibili con il servizio pubblico».

Ora, dice, non farà politica. «Mi sono arrivate richieste di insegnamento universitario, ho la mia anima manageriale che si è arricchita di questa esperienza».

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