Attendiamo fiduciosiSe i ministri cinquestelle non rappresentano più il loro partito dovrebbero dimettersi

È chiaro ormai, checché ne pensi il Pd, che la strategia di Conte è ben rappresentata dalle martellanti campagne del Fatto, oltre che dalla scelta di sacrificare la stabilità del governo alla difesa dell’opera di Bonafede

di Chris Lawton, da Unsplash

Sono passati quattro giorni da quando, domenica pomeriggio, il Movimento 5 stelle ha annunciato l’accordo tra Beppe Grillo e Giuseppe Conte, spiegando che nelle successive 48 ore il garante sarebbe giunto a Roma per incontrare l’Avvocato del popolo e siglare ufficialmente la pace.

Allo scadere della novantaseiesima ora non solo Grillo non risulta essere mai arrivato, ma l’incontro non appare essere più nemmeno in programma (in compenso, mentre scrivo, alle sette di sera di mercoledì, il post con cui apre il blog dell’Elevato è sempre quello in cui spiega perché l’ex presidente del Consiglio non potrà risolvere i problemi del movimento, mancando di visione, capacità, esperienza, eccetera).

Fermato a margine di una manifestazione vinicola, Conte ha assicurato due giorni fa ai giornalisti che con Grillo si sarebbe incontrato presto, e che altrettanto presto avrebbe anche svelato la sua opinione sul ddl Zan: attendiamo fiduciosi.

Nel frattempo, però, non ha fatto mistero di quale sia la sua opinione sulla riforma della giustizia, o per essere esatti sul testo votato da tutti i ministri del suo partito, al termine di una riunione a Palazzo Chigi certo particolarmente complicata, e dopo che Mario Draghi, a quanto riportato dalle cronache, avrebbe addirittura minacciato le dimissioni.

L’aspetto a dir poco sconcertante della questione è che dal giorno dopo Conte e praticamente tutti gli altri esponenti a lui più vicini hanno dichiarato l’intenzione di stracciare l’accordo, puntando a cambiare radicalmente la riforma, che pure dal Consiglio dei ministri era uscita sensibilmente modificata, tra le proteste di diverse altre forze della maggioranza, proprio per venire incontro alle richieste dei ministri grillini.

Tralascio, perché non amo ripetere l’ovvio, quale scala di priorità e quale concezione della giustizia e dei valori costituzionali emerga da queste prime prese di posizione di Conte (tanto più significative a fronte dei molti silenzi).

Contrariamente alle fantasticherie dei suoi aspiranti alleati del Pd, mai come in questi giorni è apparso chiaro, insomma, come il vero asse della strategia contiana sia ben rappresentato dalle martellanti campagne del Fatto quotidiano, sulla riforma della giustizia e sul governo Draghi in generale.

Oltre che dalla scelta di sacrificare la stabilità del governo alla difesa dell’opera di Alfonso Bonafede, tra tutti i cinquestelle quello che probabilmente ha incarnato più di ogni altro l’affinità elettiva che legava Movimento 5 stelle e Lega ai tempi del governo gialloverde. Nonché il titolare di quel ministero che definiva i pestaggi di Santa Maria Capua Vetere «doverosa azione di ripristino della legalità».

Come ha detto Draghi giusto ieri, nell’importante visita compiuta proprio in quel carcere insieme con la guardasigilli Marta Cartabia, «non può esserci giustizia dove c’è abuso, non può esserci rieducazione dove c’è sopruso».

Un concetto iscritto nella nostra Costituzione, ma purtroppo estraneo al Movimento 5 stelle. In ogni caso, se il leader-in-forse confermasse l’intenzione di stracciare l’accordo sulla giustizia sottoscritto a Palazzo Chigi da tutti i suoi ministri, sarebbe ragionevole che a quel punto fossero loro a dimettersi, giacché evidentemente non rappresenterebbero più in alcun modo il partito che li ha espressi.

Perché le cose sono due: o non lo rappresentano loro, o non lo rappresenta Conte. Si decidano e ci facciano sapere.