Dimenticare BonafedeDraghi, Cartabia e la “sindrome Donnarumma” della sinistra

Questa volta due esponenti di governo non vanno davanti alle telecamere per esibire un uomo in manette, ma per testimoniare il proprio impegno in difesa di fondamentali principi costituzionali, proprio lì dove sono stati più gravemente violati: nel carcere di Santa Maria Capua Vetere

LaPresse

È difficile sottovalutare la novità e l’importanza del passo compiuto da Mario Draghi e Marta Cartabia, annunciando per oggi la loro visita al carcere di Santa Maria Capua Vetere in cui sono avvenuti i tremendi pestaggi documentati nelle scorse settimane dai video delle telecamere di sorveglianza (e prima ancora da meritorie inchieste giornalistiche come quella di Nello Trocchia su Domani).

La novità sta nel fatto che questa volta due esponenti di governo non vanno davanti alle telecamere per esibire un uomo in manette da sbattere in galera per un video di propaganda, come fecero, con Cesare Battisti, il predecessore di Cartabia al ministero della Giustizia, Alfonso Bonafede, e l’aspirante predecessore di Draghi a Palazzo Chigi, Matteo Salvini, in quel momento ancora vicepresidente del Consiglio: un oltraggio alla dignità della persona e allo stato di diritto che resterà una macchia indelebile sulla loro carriera politica e sul governo che in quel momento rappresentavano.

Al contrario, il presidente del Consiglio e la ministra della Giustizia di oggi vanno proprio là dove la dignità della persona e lo stato di diritto sono stati più gravemente offesi, per testimoniare il loro personale impegno affinché non accada mai più. Non è una novità da poco.

Quanto all’importanza del gesto, vedremo quale peso e quale significato Draghi e Cartabia decideranno di dargli nelle dichiarazioni che rilasceranno all’uscita, ma è difficile non coglierne sin d’ora il rilievo, che sarebbe stato già enorme se a recarsi in quei luoghi fosse stata la sola Guardasigilli. Con la scelta di accompagnarla, evidentemente, il presidente del Consiglio ha voluto dare un segnale ancora più forte e ancora più chiaro, che non riguarda la posizione del governo sulla riforma della giustizia, sul legame tra la riforma e i fondi legati al Piano di ripresa e resilienza (che giusto ieri, peraltro, è stato approvato e salutato con mille elogi dai vertici europei) o sui difficili passaggi parlamentari che l’attendono. Riguarda una concezione della propria responsabilità nella difesa di alcuni fondamentali principi costituzionali, che sono al cuore della nostra civiltà. Una concezione evidentemente molto diversa da quella del suo predecessore.

Non c’è dubbio che per la popolarità tanto del presidente del Consiglio quanto della Guardasigilli, anche rispetto alla platea dei grandi elettori che presto dovrà eleggere il nuovo Capo dello Stato, sarebbe stato assai più vantaggioso farsi un giro sul pullman della nazionale. La loro scelta è dunque tanto più pesante e significativa.

Speriamo lo capiscano, prima o poi, anche i tanti dirigenti della sinistra affetti dalla sindrome Donnarumma, che a febbraio, con la nascita del governo Draghi, sono finiti in paradiso senza nemmeno accorgersene. E che, al contrario di Donnarumma, neanche avevano fatto nulla per meritarselo.