Inside LubianaLa sconfitta del governo sloveno nel referendum sull’acqua

L’86,6% degli sloveni ha votato per abrogare la legge sulle acque promosso dal governo. Secondo i comitati per il No la norma avrebbe provocato la cementificazione delle aree costiere e delle rive dei fiumi e dei laghi, messo a repentaglio le falde acquifere

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La stragrande maggioranza degli elettori sloveni ha votato contro la nuova legge sulle acque nel corso di un referendum che si è svolto domenica. L’86.6% di chi ha preso parte alla consultazione si è schierato in favore di quelle Organizzazioni Non Governative contrarie alla legge. Queste ultime ritenevano che la norma avrebbe provocato la cementificazione delle aree costiere e delle rive dei fiumi e dei laghi, messo a repentaglio le falde acquifere e leso l’accesso alle acque. Il governo, invece, riteneva che il provvedimento avesse il merito di tutelare coste e rive dallo sviluppo eccessivo e il ministro dell’Ambiente Andrej Vizjak ha sostenuto che il referendum è stato usato per fini di natura politica. I numeri, però, sembrano dargli torto dato che la legge è stata respinta dagli 88 distretti del Paese con i no che superano l’80% quasi ovunque. 

La campagna per la raccolta delle firme per l’iniziativa referendaria si è svolta perlopiù online e sui social media ed ha ricevuto il supporto di venti organizzazioni e tra queste ci sono una serie di associazioni che vanno da quelle ecologiste a quelle che si occupano della gestione dei rifiuti e del riciclo passando quelle interessate alla tutela del fiume. Non mancano, poi, alcuni nomi di spicco come Greenpeace, gli Scout della Slovenia, gli Ecologisti Senza Confini e i Giovani per la Giustizia Climatica. La presenza di un vasto numero di organizzazioni favorevoli e del sostegno dell’opinione pubblica ha consentito di raccogliere oltre 50mila firme, più delle 40mila necessarie. Il dibattito e le critiche degli ambientalisti hanno provocato una forte risposta da parte della popolazione e potrebbero costituire un precedente per la strategia di conservazione degli ecosistemi.

Nel 2016 la Slovenia è diventata la seconda nazione dell’Unione Europea a definire l’acqua come un bene pubblico nella propria Costituzione e a prevenirne la commercializzazione. La nazione, pur essendo tra le più piccole d’Europa, è dotata di un’enorme quantità di risorse d’acqua che, grazie alla loro qualità, la pongono ai primi posti tra le nazioni sviluppate. La lunghezza totale dei corsi d’acqua è pari a 27mila chilometri e la maggior parte della città slovene sono dotate di fontane potabili in grado di soddisfare la sete dei viandanti. I fiumi sono più di 60, i laghi, naturali e artificiali, 300 mentre le sorgenti, ciascuna delle quali dotata di minerali e nutrienti, sono 7500.

La crescente opposizione nei confronti del primo ministro Janez Janša, un ammiratore dichiarato di Donald Trump, si è tradotta in una serie di dimostrazioni popolari che, da oltre un anno, turbano la Slovenia e la stabilità del suo mandato. Il Covid-19 ha contribuito a ridisegnare il fronte politico interno ed ha deviato l’attenzione degli elettori dai temi più cari ai populisti, come l’immigrazione e la condizione delle minoranze verso altre tematiche, più legate alla vita quotidiana, come salute, lavoro e stabilità familiare senza dimenticare la buona o cattiva gestione della pandemia. I problemi di Janša non sono diversi da quelli affrontati dai populisti di destra che governano nazioni europee come Polonia e Ungheria oppure dai movimenti di destra radicale di Francia e Germania e sono lo specchio di un cambiamento di umore a livello continentale. 

Janša è al suo terzo mandato da primo ministro dal 3 marzo del 2020 dopo i due precedenti incarichi ricoperti tra il 2004 e il 2008 e tra il 2012 e il 2013 e dopo sette anni d’isolamento politico dovuto ai governi di sinistra e liberali al potere. Le sue campagne politiche sono state caratterizzate dal ricorso alla xenofobia, Islamofobia, dall’incitamento all’odio ma la presenza di un elettorato vicino al centro-sinistra e il fatto che debba governare in coalizione gli hanno impedito di ridisegnare la scena politica.  

Il premier è stato accusato di voler trascinare la Slovenia sulla stessa strada della vicina Ungheria, dove Viktor Orbán ha indebolito la democrazia interna e voltato le spalle ai valori europei. Jansa, secondo i critici, ha sfruttato la pandemia per forzare il passaggio di alcuni punti programmatici a lui cari. Tra questi la limitazione dei diritti delle organizzazioni ambientaliste, l’assegnazione di poteri di polizia all’esercito, il tentativo di bandire Levica, il terzo partito di opposizione della Slovenia, lo sfratto delle ONG dalle proprietà dello Stato, il rifiuto di assegnare fondi ad un ente indipendente come l’Agenzia di Stampa slovena e molti altri ancora. La sua pervicacia si è scontrata con una forte opposizione interna, culminata in due tentati impeachment solamente nel corso dell’ultimo anno. 

Due sondaggi, realizzati nel mese di giugno hanno chiarito come il quadro politico sloveno sia frammentato e come il Partito Democratico (SDS), nazionalista e conservatore, di Janša sia al primo posto nelle intenzioni di voto degli elettori con il 18.8% dei suffragi. All’inseguimento ci sono la Lista di Marjan Šarec, social-liberale ed europeista, i Socialdemocratici e gli eco-socialisti della Sinistra, la cui forza elettorale varia ma è di poco inferiore al 10% per ciascun partito. Ancora più indietro, infine, ci sono il Partito europeista di Alenka Bratušek e altri movimenti dal peso poco significativo. La formazione di una vasta coalizione progressista ed europeista potrebbe dunque mettere in difficoltà il Partito Democratico alle elezioni del 2022 e ostracizzarlo costringendolo all’opposizione.