Contro tutto e tuttiIl sogno stupendo e il cammino di Vanessa Ferrari verso Tokyo

La carriera sportiva della ginnasta è stata segnata da sacrifici, problemi, disturbi e infortuni. Alla fine ha lanciato una sfida, è tornata ad allenarsi ed è di nuovo competitiva. Il libro di Ilaria Brugnotti “Vincenti”(Baldini + Castoldi) racconta anche la sua storia

AP Photo/Natacha Pisarenko

«La ginnastica è tutta la mia vita: pratico artistica da quando sono piccola e sono cresciuta a contatto con questo ambiente. E credo anche che, un giorno, quando non sarò più un’atleta, sarò destinata a rimanere in questo ambito. Farà sempre parte di me».

Avrò avuto cinque o sei anni e stavo guardando la tv. Vidi una ginnasta alla trave. Ora, non chiedetemi chi fosse o che gara fosse, perché non me lo ricordo, ma una cosa è certa: rimasi a bocca aperta, dicendo subito a mia mamma: «Voglio farlo anch’io!»

Abitavo in un piccolo paese, Soncino, in provincia di Cremona e, dalle mie parti, non c’erano palestre dove praticare la ginnastica, quindi decisi di iscrivermi a un corso di danza. Non fu un grande amore, anzi la mia esperienza come ballerina durò poco. Anche perché, in occasione, del primo saggio, caddi come una pera davanti a tutti, facendo una figuraccia. Scoppiai in lacrime e fui categorica: «Niente più danza, io voglio fare ginnastica».

Mia mamma Galia trovò un corso di artistica. Nulla di serio, anzi: ricordo che non c’era nemmeno una palestra vera e propria e ci allenavamo all’interno di una sala.

Mia madre è bulgara e ha una cultura dello sport di un certo tipo. Sa perfettamente quanto impegno è necessario ad alti livelli. La Bulgaria è una nazione con una grande tradizione, soprattutto nella ritmica, e lei abituata a vedere in azione, durante le competizioni, le ginnaste del suo Paese, iniziò a cercare anche per me una struttura idonea dove farmi allenare. Due le opzioni: Brescia o Milano. La prima era più vicina a casa.

Approdai alla Brixia di Brescia già a sette anni suonati. Non così piccola per cominciare a praticare, con serietà, la ginnastica artistica. Iniziai prima frequentando gli allenamenti, tre volte alla settimana, poi l’impegno si fece, quasi subito, più intenso e mi ritrovai, nel giro di poco tempo, ad andare in palestra praticamente tutti i giorni. Dal 1999 l’impegno divenne addirittura più intenso, con doppia seduta di allenamento quotidiana.

Da sempre, il mio allenatore, è Enrico Casella: da piccola avevo una paura esagerata di lui. Era molto severo con me, pretendeva parecchio; ora si è un po’ addolcito e, comunque, il nostro rapporto si è evoluto nel corso degli anni. Cerca sempre di mettermi nelle condizioni di poter dare il meglio di me stessa. Lavoriamo nella stessa direzione.

All’epoca, quando arrivai in Brixia, non esisteva ancora la struttura da Accademia internazionale di oggi. Non c’era praticamente nulla per preparare un Europeo o un Mondiale. Mi allenavo tre giorni alla settimana a Brescia, i restanti o a Milano o a Trieste, le sedi dei Centri tecnici nazionali della Federazione. Il mio primo Mondiale, in cui ho vinto il titolo iridato, l’ho preparato viaggiando per il Nord Italia, come una nomade. È stato un periodo piuttosto impegnativo: due sedute di allenamento quotidiane, poi, alla sera a scuola, per i primi tre giorni alla settimana. Dopodiché: valigia e si cambiava palestra.

Feci il mio debutto a un Mondiale senior, ad Aarhus, in Danimarca, nel 2006, ad appena sedici anni. Non avevo grande consapevolezza delle mie potenzialità, anche perché all’epoca non c’erano i social media, attraverso i quali, oggi, hai la possibilità di conoscere tutto delle tue avversarie. Le «scoprivi» una volta arrivata in campo gara.

Vinsi il Campionato del Mondo un po’ inaspettatamente, nonostante, dopo la qualifica, occupassi il secondo posto. Alla medaglia iridata si aggiunsero due bronzi nelle finali di specialità al corpo libero e alle parallele asimmetriche.

Ero davvero molto giovane: la vittoria portò con sé una popolarità difficile da gestire per una ragazzina della mia età. Fu un periodo davvero complicato, nel tentativo di conciliare gli allenamenti alle esigenze e richieste a cui doveva sottostare una campionessa del mondo. Enrico era anche piuttosto severo: non vedeva di buon occhio il fatto che potessi allontanarmi dalla palestra per partecipare a eventi mediatici o cose simili. E soprattutto non voleva per nessuna ragione che mi montassi la testa, mettendo in secondo piano la ginnastica.

Così ero costretta a relegare interviste e ospitate un po’ in giro per l’Italia nei weekend, per evitare di togliere spazio agli allenamenti. A un certo punto, non ho più retto la tensione. Non ce l’ho più fatta: sono scoppiata, non ne volevo più sapere di nulla. Non sono stata in grado di gestire la situazione: i giornalisti, ai quei tempi, mi odiavano. Rispondevo male, ero diventata scorbutica con tutti. Non volevo imposizioni: non ero libera di scegliere, ma soprattutto erano venuti a mancare tutto il tempo e lo spazio per me. Ero entrata nel tunnel del «non sopporto più niente e nessuno», quindi avevo solo voglia di dire: basta!

Indubbiamente l’oro di Aarhus fu una medaglia storica. Mai una ginnasta italiana era riuscita a salire sul gradino più alto del podio, nel Concorso generale, a un Campionato del Mondo. Ero davvero molto giovane: avevo vinto, con la squadra, sempre nello stesso anno, la medaglia d’oro agli Europei di Volos, in Grecia, e l’anno precedente, diverse medaglie, fra cui l’oro assoluto ai Giochi del Mediterraneo di Almería, in Spagna. Primi successi che però non mi hanno mai fatto montare la testa anche perché, nella mia lunga carriera, ho dovuto fare spesso i conti con diversi infortuni. Il primo, alla fi ne del 2005, quando mi ruppi una mano e ci misi qualche mese prima di tornare completamente in forma. Fu il primo di una lunga serie.

Diciamo che ho sempre dovuto fare i conti con il male fisico. Negli anni, ho richiesto al mio corpo di essere sottoposto a stress non indifferenti. Al di là dei danni o traumi che puoi procurarti da sola, il resto arriva perché l’usura dei tendini, delle ossa è purtroppo un aspetto non trascurabile di questo sport e delle sollecitazioni a cui, ogni ginnasta di alto livello, è sottoposta quotidianamente, per diverse ore.

Ho partecipato, fino a ora, a tre Olimpiadi: la prima, nel 2008, a Pechino. Arrivai in Cina in condizioni abbastanza disastrose, perché ero reduce da una serie di piccoli, ma fastidiosi, infortuni: una microfrattura da stress al piede e problemi al tendine d’Achille, che mi impedirono di allenarmi in maniera adeguata. A questo si aggiunse la «fissa» del peso. Era un periodo che gli allenatori puntavano molto su questo aspetto, pesandoci praticamente tutti i giorni. Ho dovuto gestire problemi alimentari e con la bilancia, per parecchio tempo, dopo il mio rientro dai Giochi. Naturalmente non ottenni alcun risultato di prestigio: stavo male sia fisicamente, sia mentalmente. Il discorso del peso mi condizionò parecchio: ricordo che, il mattino della finale olimpica, avevo paura di pesare troppo, mentre il timore della gara era passato in secondo piano.

Non era una situazione normale. Riuscii a riprendermi completamente, nel 2011: nel frattempo avevo dovuto curare i disturbi alimentari e subire un’operazione al tendine d’Achille. Fra un infortunio e l’altro, vinsi, nel 2009, l’argento al corpo libero, agli Europei di Milano.

Il 2012 fu l’anno dell’Olimpiade di Londra, dove cercai davvero di dare il massimo, commettendo un solo errore in tutta la competizione. Anche se fui beffata dai regolamenti: in finale, al corpo libero, mi classificai terza a pari merito, ma non salii sul podio, perché nel caso dello stesso punteggio, il codice prevede che la medaglia venga assegnata a chi ha la nota di esecuzione più alta. Solo 3 decimi mi separarono dalla russa Aliya Mustafina. Rabbia, delusione, tristezza e anche parecchio sconforto per la medaglia di legno. Mi sentivo così e, sinceramente, ce l’avevo anche un po’ su con la giuria. Peccato davvero, perché, nonostante tutto, conservo un bel ricordo dell’Olimpiade di Londra.

E comunque, la delusione cocente non cancellò la mia voglia di tornare in palestra e di continuare a fare ginnastica. Non ho mai pensato di smettere. Così mi sono rimboccata le maniche, a testa bassa: sono tornata ad allenarmi, giorno dopo giorno, come ho sempre fatto, per recuperare la forma fisica e psicologica idonee per affrontare nuove sfide. Risultati che non tardarono ad arrivare: l’anno successivo, nel 2013, conquistai l’argento al corpo libero, ai Campionati del Mondo di Anversa. La mia personale rivincita nei confronti di quella medaglia mancata ai Giochi di Londra, anche perché chi mi era passata davanti, all’Olimpiade, era rimasta dietro di me.

Fra i vari «pit stop» a cui sono stata sottoposta, devo annoverare anche la mononucleosi. Me la sono «portata dietro» per parecchio tempo. All’inizio del 2015, dopo le feste, tornai in palestra e non avevo forze per far nulla. In gara ero un disastro. Non riuscivo più nemmeno a saltare.

E pensare che, quando sono in forma, eseguo lo Tsukahara avvitato praticamente a occhi chiusi. Non mi sollevavo da terra, facevo una fatica disumana e, quindi, ho capito che c’era un problema. Dagli accertamenti emerse, appunto, che ero reduce dalla mononucleosi che mi costrinse a rallentare bruscamente gli allenamenti per non compromettere in modo ancor più serio la mia salute. È stato un anno faticoso: gli strascichi della malattia sono andati avanti per parecchi mesi. Non mi sentivo a posto, tanto che arrivai ai Mondiali qualificanti per l’Olimpiade di Rio de Janeiro, davvero con il minimo delle risorse, sufficienti solo a contribuire alla gara con la squadra.

Non ero io: non era la solita Vanessa abituata a dispensare energie. Forse anche a causa della situazione non idilliaca, iniziò a peggiorare il dolore al tendine d’Achille del piede sinistro, quello ancora «sano». Sono riuscita a gestire il problema con qualche terapia, antinfiammatori e fisioterapia, arrivando, con difficoltà, ai Giochi di Rio, la mia terza esperienza olimpica. E anche su quella pedana, non andò proprio nel migliore dei modi. Entrai, in finale, al corpo libero con il terzo punteggio in qualifica. Ero soddisfatta soprattutto perché era un mezzo miracolo, viste le mie non perfette condizioni fisiche. Purtroppo, però, ho commesso un errore, facendo un piccolo passo di troppo sull’ultima diagonale che mi è costato il podio. Sono finita quarta. Come a Londra. Diedi il massimo: tutte le mie risorse per far bella fi gura su quella pedana così importante.

Non ho rimpianti, infatti. Ho sbagliato e ho pagato. Dopo la pausa post-olimpica mi feci operare al tallone, ma l’intervento non portò i risultati sperati, perché, tornata a saltare, il dolore continuava a non darmi pace. Riuscii, in qualche modo, ad arrivare ai Campionati del Mondo di Montréal, del 2017, dove nella finale al corpo libero, con il desiderio di conquistare una medaglia, sullo stacco della seconda diagonale capii subito che mi fosse successo qualcosa.

Ho avvertito una forte botta dietro al tendine, anche se non avevo dolore. Il salto non «si alzava» e, in quel frangente, pensai di aver commesso una sciocchezza, nelle tempistiche di esecuzione dell’elemento; ma l’istante successivo il mio pensiero fu: “No: mi è successo qualcosa!” Caddi abbastanza rovinosamente e, guardando il piede sinistro, vidi un buco netto tra il tallone e il polpaccio, rendendomi conto, senza dubbi, che il tendine si fosse rotto.

Questo ennesimo infortunio, a ventisette anni, mi mise davvero in crisi e davanti al bivio se proseguire con l’attività agonistica, oppure abbandonare la carriera da atleta. Venni sottoposta a un nuovo intervento chirurgico, e rimasi lontana dalla palestra per un sacco di mesi. Di solito, dopo un’operazione, si torna subito ad allenarsi: non c’è mai tempo da perdere! Si lavora con le parti del corpo sane per non perdere la forma fisica e la massa muscolare. Per me era «basta», anche perché ero convinta di non tornare più quella di prima e soprattutto che il mio tendine, nonostante fosse stato perfettamente ricostruito, non sarebbe più tornato a posto. L’idea di provare ancora dolore non mi dava pace e pensavo, anche, di non essere più in grado di avere la pazienza necessaria per sopportarlo. Mi ero letteralmente rotta le scatole di allenarmi con il male al tendine.

Per qualche tempo ho frequentato, vicino a Brescia, un centro di fisioterapia dove c’era una palestra per il fitness.

Mi sono tenuta in forma, ma lo facevo soprattutto per me stessa. Passai quasi un anno lontana dalla palestra di allenamento, quando, a un certo punto, scattò in me l’idea di ricominciare. Non volevo avere rimpianti. Mi ripetevo: «Perché non riprovi a rimetterti in forma?» Volevo sfidare gli eventi e avere la possibilità – e la libertà – di scegliere quando abbandonare l’attività agonistica. Non poteva essere un infortunio a farmi dire «addio» alla ginnastica, dovevo essere io a farlo. Lanciai una sfida a me stessa, con la voglia di dimostrarmi che, nonostante l’età, sarei stata in grado di rimettermi in piedi.

Ripresi lentamente il mio percorso, senza strafare, ma con la determinazione che mi ha sempre contraddistinta, anche se sentivo di non essere ancora a posto, perché il piede – nonostante tutto – continuava a darmi fastidio. Nell’aprile del 2019 fu il dottor Zanon, del Policlinico San Matteo di Pavia, a farsi carico del mio problema e venni, per l’ennesima volta, sottoposta a un intervento

chirurgico che, però, fu risolutivo. Mi operarono entrambi i piedi: al sinistro mi asportarono una sporgenza ossea che raschiava sul tendine, causa del «mio» costante dolore. Al piede destro, invece, pensavano di dover solo fare pulizia, invece limarono una parte di tibia.

Iniziò l’ennesimo periodo di convalescenza e di riabilitazione della mia carriera, dove però sono riuscita a recuperare la forma necessaria. Sistemati i problemi ai piedi, e anche un lieve disturbo alla tiroide, oggi ho molta più energia di prima. Sono consapevole di non essere più giovane, ho trent’anni, e quindi ho necessariamente dovuto ricalibrare la gestione degli allenamenti. Non tengo i ritmi delle altre ragazze, anche perché, nel mio caso, sarebbero controproducenti. Faccio allenamenti «spinti», intensi, tre volte alla settimana, mentre il resto del tempo lo dedico alla cura e alla pulizia di certi elementi. Dosando le risorse, sono addirittura riuscita a incrementare le difficoltà sui quattro attrezzi.

Sono tornata competitiva, non più solo al corpo libero e trave. Era dall’Olimpiade di Rio de Janeiro che non mi cimentavo con parallele e volteggio; c’ho riprovato durante il lockdown dello scorso

anno, quando mi sono dovuta rimboccare le maniche per l’ennesima delusione. Qualche settimana prima, infatti, ero a Baku per una tappa di World Cup, stanca morta perché reduce da una trasferta a Melbourne e, il fuso orario, aveva giocato la sua parte. Così, con Enrico, il mio allenatore, decidemmo di semplificare l’esercizio al corpo libero, giusto per non commettere errori e poter accedere alla finale. Così fu. Peccato che quella finale, che mi avrebbe probabilmente consentito di strappare un pass per l’Olimpiade di Tokyo, non si svolse mai, perché, in corso d’opera, la Federazione internazionale di ginnastica decise di sospendere la gara, a causa della drammatica situazione dei contagi da Covid-19, e fu convalidata la classifica delle qualifiche. Un po’ come se una partita di calcio venisse resa valida dopo 45 minuti. È per questo motivo che, al rientro, ho deciso di rimettermi in gioco sui quattro attrezzi, anche perché, con il posticipo di Tokyo al 2021, avevo davanti un anno in più per prepararmi.

Enrico mi ha preso un po’ per matta, sono sincera. Anzi: fu piuttosto scettico all’inizio, ma poi si rese conto che potevo farcela. Questo mi apre più strade; mi dà qualche possibilità in più, sia per la qualificazione olimpica, sia per i Giochi. Posso avere più chance e competere non solo nei singoli attrezzi, ma anche sul programma completo, il Concorso generale, e con la gara di squadra. La pandemia da coronavirus per me è stata un’opportunità: l’ultima vera chance della mia carriera; non l’ho vissuta come un limite perché mi ha dato la possibilità di inseguire nuovamente il quarto sogno olimpico.

La ginnastica mi ha prosciugata, ma mi ha dato anche tanta felicità realizzando tanti miei sogni. Però ho sacrificato troppo di me stessa, in questi anni: non ho praticamente vissuto l’infanzia, passando intere giornate in palestra. Ho rinunciato a tanto: dalle vacanze alle feste… Era sempre e solo «casa e palestra», quindi è stato anche molto pesante. Ora è un po’ diverso; quando sono lontana dai periodi di gara, ho la libertà – e il lusso – di ritagliarmi i miei spazi. Prima era impossibile.

Per essere vincenti non basta farlo una volta sola: bisogna sapersi riconfermare ed essere consapevoli che la ginnastica debba diventare uno stile di vita, che porta con sé anche tutta una serie di valori necessari e utili nella quotidianità.

Un vincente deve essere un esempio, un faro, un punto di riferimento. Deve avere l’umiltà e la determinazione di affrontare le sfide – quelle belle e quelle più difficili – senza mai sentirsi «arrivato». Deve trasmettere felicità, positività ed emozione a chi lo guarda. Il nostro sport si chiama ginnastica artistica: è una forma d’arte e un vincente è colui che ha la possibilità di generare emozioni. Tu guardi un ginnasta e dici: «Wow», anche se sbaglia, perché è capace di andare al di là del semplice gesto tecnico, arrivando al cuore e riuscendo a far trapelare tutta la passione che ha dentro. Vincente è colui che lascia il segno.

da “Vincenti. Storie di ginnasti coraggiosi”, di Ilaria Brugnotti, Baldini + Castoldi, 2021, pagine 192, euro 17