Tarallucci e sostenibilitàEcco a voi il Pinot Grigio, perla da scoprire e valorizzare

Uno dei vini italiani più esportati all’estero, secondo solo al Prosecco, si declina in diverse versioni, dal rosato fino alle bollicine, e ha come aree di elezione le regioni del Veneto, del Trentino e del Friuli-Venezia Giulia

Da decenni il Pinot grigio italiano è il vino bianco più venduto negli Stati Uniti, un prodotto che rappresenta per gli americani qualcosa di piacevole e conosciuto, rassicurante, non per forza costoso e capace di accompagnare e soddisfare il desiderio di relax alla fine di una giornata lavorativa.

Stiamo parlando di un vitigno particolare, che richiede passione da parte di chi decide di coltivarlo e lavorarlo. Un vitigno che ha conosciuto e conosce un’importante fama all’estero, se consideriamo che è il secondo vino più esportato dopo il Prosecco, in un mercato in continua crescita con numeri vertiginosi. Meno consolidato l’apprezzamento nel nostro paese, dove il consumo è ridotto rispetto al vasto panorama della produzione vitivinicola italiana.

L’aver avuto un successo così straripante fuori dai confini nazionali ha un po’ raffreddato gli animi in termini di promozione e gestione del mercato nazionale, spostando l’attenzione e non mettendo in atto una corretta azione di valorizzazione.

Questo non toglie in nessun modo valore al racconto di un vitigno di grande interesse, con differenti declinazioni enologiche, capace di regalare sorprese nelle sue varie versioni, dalla bianca, alla rosata fino alla bollicina. Declinazioni poco note in Italia, ma variegate e tutte da scoprire. 

Chi ci sta parlando di come sia importante riscoprire il Pinot Grigio è Albino Armani, patron dell’omonima azienda vitivinicola. Impresa che gode di una storia antica, risalente all’inizio del 1600, con un albero genealogico che conta circa una ventina di passaggi generazionali. Affonda le sue radici in secoli di storia, di vigna e di passione per il vino. Una realtà dinamica, che sin dai suoi albori ha guardato alla crescita e allo sviluppo, ma anche alla conservazione. Attualmente l’ambizioso progetto familiare conta cinque tenute di proprietà per un totale di 330 ettari di vigneto, distribuiti fra le tre grandi regioni vinicole del Veneto, del Trentino e del Friuli-Venezia Giulia. 

È proprio lui a spiegarci come interpreta il Pinot Grigio, nelle sue molteplici sfaccettature e prospettive, presentandoci tre bottiglie rappresentative del suo lavoro: Il Corvara della Val D’Adige, il Pinot grigio della Grave Friulana e il Colle Ara, una versione ramata intrigante. A dimostrazione di come non si tratti affatto di un vitigno monocorde, ma eclettico e capace di esprimersi in sfumature molteplici e di carattere. 

Il Colle Ara rappresenta una sperimentazione, che mette in luce la grande potenzialità di una vinificazione differente, attraverso un meraviglioso colore ramato, una nuance nuova e particolare ottenuta con la macerazione a freddo sulle bucce. Sarebbe limitativo parlare solo della versione bianca, questo rosato va narrato e fatto conoscere per un nuovo approccio al Pinot grigio.

Il suo colore è assimilabile alla buccia della cipolla, un ramato distintivo e peculiare e la sua struttura è importante e sofisticata, capace di supportare abbinamenti inconsueti per un Pinot grigio. Sentori di melograno e pesca, morbidezza e persistenza con la piacevole sapidità tipica dei vini della Val d’Adige.

È un modo per donare pregio a questa tipologia di vite, per differenziarla da un messaggio che ad oggi è inesistente dal punto di vista della comunicazione e per mostrare come lo stesso vitigno, impiantato in terreni e territori differenti, possa assumere caratteristiche sorprendentemente diverse. Perché un prodotto è valorizzato se lo sono al tempo stesso il territorio e il sistema di vinificazione.

I vigneti della Val D’Adige, con il Corvara, sono sicuramente nel territorio più conosciuto per il Pinot grigio, Il Colle Ara deriva da una piccola sottozona a Sud della Val D’Adige e quello friulano è coltivato tra i sassi bianchi della Grave Friulana, con pochi grappoli per pianta e con intensi profumi al naso e un palato verticale, fresco e minerale. Ogni territorio regala al vino caratteristiche uniche e peculiari.

Il Pinot grigio è una varietà adatta ai climi freddi e l’arco alpino, che Albino Armani conosce alla perfezione, è sicuramente il più idoneo per ospitarne la coltivazione. Un connubio perfetto tra un vitigno che ha come caratteristica un pH basso e una importante acidità e il freddo delle terre alpine che lo ospitano. 

Ci sono vitigni che hanno bisogno di luoghi per esprimere il proprio meglio, la propria essenza e per il Pinot grigio le terre fredde del Nord sono «casa».

Anche questo è sostenibilità, il rispetto delle caratteristiche intrinseche di ogni vitigno affinché possa regalare grandi uve senza necessità di trattamenti particolari e forzature nella coltivazione.

La sostenibilità che promuove Albino Armani, nella sua azienda così come fuori da essa, ha un respiro molto più ampio rispetto alla produzione vitivinicola, va nella direzione di una totale salvaguardia del territorio in una visione ambientale, politica e sociale. È il lavoro congiunto di chi abita il territorio a garantirne la preservazione e la tutela, nonché l’integrità che poi si declina anche in bottiglia. In questa sinergia di intenti e condivisione nasce la prospettiva di una vera agricoltura ecocompatibile.

Da qui nasce l’approccio etico a tutta la produzione del vino, che rappresenta un aspetto della complessa azione collettiva atta alla tutela del territorio. Questo per costruire una sostenibilità che sia vera, lontana dalle banalizzazioni del termine che oggi spesso imperano. Solo dedicando tempo al patrimonio umano, sociale e territoriale si potrà raggiungere un risultato che sia pienamente credibile e condiviso.

Tutte le etichette Albino Armani portano lo stemma della certificazione SQNPI – Sistema d Qualità Nazionale Produzione Integrata. Si tratta di una certificazione nazionale che ha come obiettivo quello di aiutare gli ecosistemi agricoli a monitorare e ridurre gli impatti ambientali, abbattendo l’uso delle sostanze chimiche di sintesi e razionalizzando tutte le pratiche agronomiche come la fertilizzazione e l’irrigazione.

Le chiacchierate con Albino Armani straripano sempre del suo viscerale attaccamento alle terre di origine, che sente come parte del proprio DNA e da cui non potrebbe allontanarsi. Un terreno difficile quello della montagna, che presenta sfide quotidiane ma che regala soddisfazioni inimmaginabili. In una coltivazione quasi eroica della vite, e per questo ancora più affascinante.

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