Inside BerlinoGli effetti della crisi in Afghanistan sulle elezioni in Germania

Dopo il discorso duro della Cancelliera Angela Merkel contro le modalità del disimpegno statunitense, il rischio è che a un mese dalle elezioni il dibattito sull’accoglienza dei rifugiati si trasformi in un mero scontro elettorale

LaPresse

«Abbiamo tutti sbagliato nel valutare gli sviluppi, e includo me stessa». Così Angela Merkel ha commentato gli ultimi, caotici giorni di presenza occidentale in Afghanistan, nel suo discorso tenuto lunedì sulla presa di Kabul da parte dei talebani. «Il corso degli eventi ha accelerato, l’esercito afghano ha, per vari motivi, fatto poca o nessuna resistenza; noi abbiamo valutato male la situazione, ma non è stato un errore tedesco, quanto comune». Merkel ha usato parole molto nette, che non cercano in nessun modo di nascondere la gravità dell’epilogo della missione in Afghanistan (che non è iniziata sotto il suo governo, ma che lei, da leader dell’opposizione, sostenne). 

La Cancelliera ha definito la situazione «amara, drammatica, terribile», prima di rivolgere un pensiero ai 59 soldati tedeschi morti negli anni della missione. Già due ore prima, del resto, il Ministro degli Esteri Heiko Maas (SPD) aveva rilasciato una dichiarazione in cui ammetteva non esserci «nulla da indorare» e riferendosi alla capacità afghana di fermare l’avanzata talebana affermava: «abbiamo valutato male la situazione». 

Dichiarazioni che in qualche modo segnano una forte distanza dagli Stati Uniti: non solo per i toni (Biden ha parlato di errori in un solo passaggio del suo discorso) ma soprattutto per quello che implica nelle relazioni tra i due Paesi. L’ammissione da parte di Merkel ha anche (forse soprattutto) la funzione di affermare gli errori di gestione statunitensi. Come a dire: ha sbagliato la Germania, ma hanno prima di tutto sbagliato gli Stati Uniti, e non possono negarlo. Secondo fonti interne al partito, in una riunione tra i vertici di CDU e CSU, tenutasi precedentemente al discorso, Merkel avrebbe detto chiaramente che la scelta di ritirare il contingente NATO sarebbe stata presa in ultima istanza dagli americani, e per questo per ragioni di politica interna. L’inizio del ritiro americano avrebbe creato un effetto domino che ha demoralizzato gli afghani, creando terreno fertile per l’avanzata talebana. 

È chiaro che questo tipo di considerazioni potrebbero implicare un raffreddamento di rapporti tra i due Paesi (a così poco tempo dall’importante accordo sul Nord Stream 2), per giunta in un momento in cui, dopo l’allontanamento degli anni di Trump, ci sarebbero gli spazi per tornare a stringere le relazioni. La Germania aveva in Afghanistan il secondo contingente più grande dopo quello statunitense, e se le valutazioni di Merkel fossero condivise da chi salirà alla Cancelleria dopo settembre, è chiaro che i giorni di Kabul rappresenterebbero una macchia non indifferente nella considerazione di cui Washington gode presso i tedeschi. Ad esempio, Armin Laschet, candidato della CDU, pur non menzionando gli Stati Uniti, affermato come adesso la priorità sia l’evacuazione, ma che al termine di questa bisognerà analizzare le cause dell’accaduto e trarne le conclusioni.

Per il momento, però, le preoccupazioni in Germania si focalizzano sull’evacuazione del personale diplomatico e dei collaboratori afghani e sul tema dell’accoglienza dei rifugiati. Si tratta di circa 1500 persone (mille collegate al governo e cinquecento alle ONG), ma a oggi con sole seicento di queste si è riuscito a stabilire un contatto. Anche a causa dei disordini all’aeroporto di Kabul, le operazioni proseguono a rilento: il primo aereo tedesco è partito lunedì con sole sette persone a bordo, mentre ieri pomeriggio è decollato un secondo volo con 125 passeggeri. 

Proprio a causa di presunti ritardi di gestione, Heiko Maas è finito nel mirino dei Verdi, che lo accusano di essersi mosso tardi. La candidata Cancelliera Annalena Baerbock ha infatti sostenuto come la situazione fosse chiara da tempo, affermando inoltre come la priorità vada data alle donne attive sul fronte dei diritti umani, che ora sono in grave pericolo.

Maas ha fatto riferimento alla situazione di Kabul per spiegare ritardi e problemi, e in una dichiarazione di ieri ha citato il secondo volo per dimostrare come «il ponte aereo sia ormai attivato». In serata, in un comunicato congiunto con Annegret Kramp-Karrenbauer, Ministra della Difesa, ha annunciato la programmazione di tre voli giornalieri, che porteranno fuori dal Paese anche alcune persone in grave pericolo.

Al di là dei disordini di questi giorni, però, l’Ambasciata tedesca aveva notificato di aspettarsi un peggioramento rapido della situazione già a luglio: quanto rapido, però, in effetti nessuno lo aveva immaginato, se pensiamo che ancora qualche giorno fa a molti osservatori Kabul sembrava destinata a cadere intorno a dicembre. Proprio a questa rapidità fa riferimento Maas quando parla di errori di valutazione, in un certo senso rimandando anche lui a errori condivisi in tutta la coalizione.

C’è poi il tema dei rifugiati, particolarmente delicato in piena campagna elettorale. A oggi, entrambi i candidati dei due partiti di governo (SPD e CDU) si sono espressi per un piano di supporto ai Paesi confinanti con l’Afghanistan perché accolgano i profughi, in linea con quanto dichiarato dalla Cancelliera. Olaf Scholz, Ministro delle Finanze e candidato della SPD, ha scritto su Twitter che «adesso la comunità internazionale deve lavorare insieme per supportare i paesi confinanti con l’Afghanistan», che saranno presto interessati dall’arrivo di molti rifugiati e che dovranno trovare accoglienza e prospettive, come «esige il sentimento di umanità».

Laschet, da parte sua, ha affermato come la Germania «non può ripetere il 2015» (l’anno dell’arrivo dei rifugiati siriani) e che bisogna soprattutto aiutare in tempi rapidi i Paesi vicini con aiuti efficaci, per evitare una catastrofe umanitaria. Sia SPD che CDU però non si sono ancora sbilanciate sulla possibilità di accogliere in Europa i rifugiati, una volta trasferitisi nei Paesi confinanti. Baerbock, in questo senso, ha affermato come serva un piano UE d’accoglienza, anche in parte favorita in questa posizione (così come dalle critiche sull’evacuazione) dal suo ruolo di opposizione. Alcuni amministratori locali hanno iniziato a rendersi disponibili per l’accoglienza di profughi, soprattutto di donne, mentre ieri a Berlino si è tenuta una manifestazione in favore dell’accoglienza. 

I giorni di Kabul saranno discussi a lungo. Il discorso di Merkel rappresenta finora uno dei più netti pronunciati da un leader europeo sul tema, e testimonia seppur celatamente una posizione critica verso gli Stati Unitiche potrebbe riverberarsi nel prossimo futuro. Ma nel mese precedente il voto, il rischio è che tanto il dibattito sul bilancio dell’esperienza afghana quanto quello sull’accoglienza dei rifugiati si trasformino in temi elettorali, facendoli affrontare in maniera più estemporanea di quanto richiederebbero.