Falling manLa scelta immorale di Biden e la prevalenza del cretino occidentale

In Afghanistan siamo tornati al punto di partenza, con i talebani pronti a ingabbiare le donne nel burka, privandole di ogni diritto e rendendole oggetto carnale a disposizione degli uomini. La strategia americana è stata costellata da errori, ma non si può sorvolare sul fatto che per vent’anni due generazioni di bambine e di ragazze hanno provato la libertà di emanciparsi, hanno potuto studiare, hanno vissuto con dignità senza essere stuprate, mercificate e uccise dalla metà patriarcale della popolazione

AP Photo/Zabi Karimi

Il falling man, l’uomo che cade, è una delle immagini simbolo dell’11 settembre 2001. Scattata da Richard Drew alle 9:45 della mattina in cui il mondo è cambiato, quella fotografia ha catturato la disperazione di un uomo libero che, intrappolato dal fuoco e dal fumo dell’attacco islamista alle Torri gemelle, ha scelto di lanciarsi a testa in giù dalla North tower del World Trade Center alla ricerca di un’impossibile via di fuga.

Vent’anni dopo la stessa scena dell’uomo che cade dal cielo per sfuggire al soffocamento talebano è stata catturata da un video amatoriale che all’aeroporto di Kabul ha immortalato il volo di due giovani afghani aggrappatisi follemente all’ala dell’aereo militare americano e poi scivolati via nel vuoto.

Con questo video si è chiuso il cerchio del ventennale scontro di civiltà tra società aperta e islamismo politico, con la vittoria dell’islamismo politico e la disfatta morale della società aperta. In Afghanistan siamo tornati al punto di partenza, con Al Qaeda certamente sconfitta ma con i fondamentalisti del Corano che sono tornati a guidare il paese, pronti a martoriarlo con la sharia e quindi a ingabbiare di nuovo le donne nel burka, privandole di ogni diritto civile e rendendole oggetto carnale a disposizione degli uomini.

L’uscita di scena americana, immaginata ingenuamente da Obama, siglata stupidamente da Trump ed eseguita maldestramente da Biden è un’infamia che segnerà per sempre e con disonore la storia dell’occidente, al pari del genocidio in Ruanda e della carneficina di Srebenica.

Ma quando qualcuno dice che l’intervento in Afghanistan è stato un errore strategico, pur avendo mille ragioni per sostenerlo, visto che gli sforzi umani e finanziari di vent’anni hanno ceduto strutturalmente in due mezzi pomeriggi agostani, sorvola sul fatto che in questo arco di tempo, grazie a quell’intervento militare, due generazioni di donne afghane hanno provato la gioia di emanciparsi, hanno potuto studiare, hanno assaporato la possibilità di una vita dignitosa senza essere stuprate, mercificate e uccise dalla metà patriarcale della popolazione.

Ci sono state bambine che in questi vent’anni di presenza internazionale a Kabul, a Herat, a Kandahar sono diventate donne e fino al ritorno dei Talebani hanno vissuto da donne libere. Ci sono state ragazzine che grazie all’intervento militare hanno cominciato e poi completato gli studi, fino a laurearsi, e hanno vissuto vent’anni da esseri umani e non da oggetto senza valore, da forzare al matrimonio, da inchiavardare dentro un burka e da stuprare a piacimento.

Gli americani hanno commesso molti errori in Afghanistan: Bush si è subito fatto distrarre dall’Iraq; Obama si è stancato di quella che lui stessi ha definito «guerra giusta» e ha fissato una data di disimpegno dall’Afghanistan, come se il diritto delle ragazze a non essere stuprate fosse a scadenza come uno yogurt; Trump ha delegittimato il governo afghano trattando direttamente con i Talebani, facendosi turlupinare come un fesso quale è; Biden ha ereditato l’accordo di Trump ma anziché ridiscuterlo, come ha fatto su altri dossier, ha provocato il patatrac umanitario di queste ore con l’ignominia, ieri notte, di un discorso all’America da leader nazionalista e non da guida del mondo libero.

Biden non aveva alternative buone a disposizione sull’Afghanistan, ma ha fatto una scelta con ogni evidenza sbagliata, l’ha eseguita in modo nefasto e, dopo una disfatta senza precedenti, l’ha difesa con retorica forbita ma con sostanza trumpiana, ovvero con una versione presentabile di America First con cui ribadisce ai dissidenti democratici di tutto il mondo che il Settimo Cavalleggeri non è più interessato a proteggerli. America is not back, per niente.

Quelli che criticarono l’intervento del 2001 contro i talebani però non hanno alcun argomento politico per lamentarsi adesso del ritorno degli attempati ex studenti coranici a Kabul. Se allora gli americani non avessero invaso il paese che ospitava calorosamente Osama Bin Laden, i Talebani non solo avrebbero continuato ad ospitare la centrale del terrorismo islamista ma non avrebbero smesso di brutalizzare le ragazzine e le giovani donne che in questi vent’anni invece sono scampate alla barbarie, al contrario delle loro madri e delle loro sorelle maggiori. Le donne afghane sono state salvate dalla schiavitù per vent’anni. Ora con i Talebani tornano a valere nulla.

Yanis Varoufakis su Twitter rivendica di essersi opposto all’invasione del 2001 «da una prospettiva femminista» (malimorté) e, a quelle stesse giovani donne che grazie alla rimozione ventennale del regime talebano hanno vissuto da esseri umani e non da schiave, adesso dice di «tenere duro». Varoufakis sarà anche un gagà narciso e un politico irrilevante, ma è la controprova che una delle ragioni della disfatta civile e morale di questi giorni è la prevalenza del cretino occidentale.