Bobos all’infernoQuel risentimento di destra e di sinistra contro la classe creativa

Con un saggio sull’Atlantic, il cantore della borghesia illuminata che negli anni ‘90 sembrava promettere progresso sociale ed economico ammette che da quel movimento è scaturita, al contrario, la reazione populista che ha dilaniato il Paese

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Nell’estate 2020 le acque americane si popolarono di Trumptillas, delle insolite parate in barca per dichiarare sostegno a Donald Trump in vista delle elezioni di novembre. Il nome Trumptilla viene da flotilla, cioè la definizione spagnola di piccola flotta. Di solito i partecipanti addobbavano le loro barche con bandiere americane, bandiere sudiste o striscioni con messaggi di supporto a Trump.

Era un nuovo fenomeno sociale che è stato ribattezzato «regata populista» e che si è visto, in forme e modalità diverse, anche in Europa. I tratti comuni sono immediatamente riconoscibili: nativismo, nazionalismo e una chiara mancanza di tatto su temi sociali. E ovviamente sempre in sostegno di leader politici come Donald Trump, Boris Johnson, Marine Le Pen o Matteo Salvini.

Soprattutto, i partecipanti si consideravano – e si considerano – sempre degli emarginati, oppressi, dimenticati. Persone che, però, negli Stati Uniti sono proprietarie di motoscafi. Sembra paradossale che questi possano considerarsi gli ultimi della scala sociale. Ma non sono poi così distanti dalla realtà.

«La struttura di classe della società occidentale è stata confusa negli ultimi decenni. Una volta era semplice: avevi i ricchi, che si iscrivevano ai country club e votavano repubblicano; la classe operaia, che lavorava nelle fabbriche e votava democratico; in mezzo, la classe media suburbana di massa. Poi dal 2015 sembra cambiato tutto: i partiti conservatori in tutto l’Occidente si sono presentati come i guerrieri della classe operaia. E i partiti di sinistra, un tempo veicoli per la rivolta proletaria, sono stati attaccati come prigionieri dell’élite urbana super istruita». Sono parole di David Brooks, che ha pubblicato un lungo articolo sull’Atlantic in cui racconta la trasformazione delle classi sociali nel mondo Occidentale partendo dalla nuova élite di creativi.

Brooks negli anni ‘90 era stato il cantore della borghesia illuminata, dei giovani creativi che sembravano promettere progresso sociale, economico e culturale. Con la sua analisi Brooks corregge il tiro, o quanto meno ammette che il boom di quella classe che definiva “bobos” (dal suo saggio “Bobos in Paradise”) ha provocato una reazione populista di dimensioni colossali.

Quello che contraddistingue questo gruppo sociale non era il denaro, ma la dimensione culturale, che li portava a definirsi l’opposto dell’élite. «Poi però nel 2000 l’economia dell’informazione e il boom tecnologico stavano inondando di denaro le persone altamente istruite. Dovevano trovare il modo di spendere i loro soldi mentre mostravano che non si curavano delle cose materiali. Così hanno sviluppato un elaborato codice di correttezza finanziaria per mostrare la loro sensibilità superiore», scrive Brooks, identificando il momento del cambiamento.

I bobos sono la classe creativa, architetti, finanzieri, avvocati, professori, medici, dirigenti e altri professionisti. Persone che a lungo hanno prodotto grandi ricchezze, erano altamente istruite e potevano imporsi nel mondo governato da sofrtware e algoritmi. «All’epoca se volevi che la tua città prosperasse dovevi attirare queste persone rifornendo le strade di gallerie d’arte, ristoranti e servizi culturali», spiega Brooks.

Gli ultimi due decenni sono stati quelli del consolidamento del potere economico, culturale e sociale dei bobos. Un processo che però li ha resi a loro volta élite, un gruppo capace di dominare l’universo culturale, quelli dei media e dell’informazione, la tecnologia.

La nuova classe privilegiata ha conservato il suo status partendo dall’istruzione – può permettersi le migliori scuole e università – ma non solo. Ci sono altri due elementi chiave, spiega Brooks: «Si sono spostati in poche grandi metropoli generatrici di ricchezza. I giovani creativi si sono davvero raggruppati in pochi codici postali producendo un’enorme innovazione e ricchezza. Ma questa concentrazione di talenti significa che alcune città sono sbocciate economicamente mentre altrove calava il degrado».

Oggi le 50 aree metropolitane più grandi del mondo ospitano il 7% della popolazione mondiale ma generano il 40% della ricchezza globale, con conseguenze non semplici da assimilare: è aumentato il divario delle disuguaglianze, dal momento che nei centri delle grandi città i prezzi delle case spingono fuori le persone di classe media e bassa.

Un altro fattore importante è di natura politica. I bobos sono arrivati a dominare i partiti di sinistra in tutto il mondo, mentre in passato queste organizzazioni erano veicoli per la classe operaia. «Abbiamo spostato questi partiti ulteriormente a sinistra sulle questioni culturali (apprezzando il cosmopolitismo e le questioni identitarie) annacquando o invertendo le tradizionali posizioni progressiste su sindacati e lavoro», si legge nell’articolo.

Un esempio calzante arriva dal parlamento britannico: intorno al 1990, quasi un terzo dei membri laburisti del Parlamento britannico proveniva da ambienti della classe operaia; dal 2010 al 2015, la proporzione non è stata nemmeno di uno su 10.

C’è un aspetto che più di tutti, nelle parole di Brooks, dimostra lo status d’élite dei creativi: «Quando ho scritto “Bobos in Paradise” era la fine dell’era Clinton, il modello americano aveva vinto al Guerra Fredda da un po’ e si stava consolidando ancora. Noi pensavamo che la nostra classe sociale di creativi sarebbe stata diversa dalle élite del passato. Invece abbiamo tantissimi punti in comune con chi è venuto prima di noi: mi sono sbagliato sui bobos, non avevo previsto l’aggressività con cui avremmo provato a imporre codici linguistici e di pensiero, la rapidità con cui avremmo alzando barriere per proteggere il privilegio economico».

È inevitabile che i bobos, in quanto nuova élite, abbiano provocato reazioni più o meno veementi a destra e a sinistra, soffiando involontariamente sul fuoco del populismo. Con la classe operaia che si oppone ai creativi: non è un caso che molti elettori di Trump indichino i media come la più grande minaccia per il loro Paese.

Brooks paragona la vecchia struttura di classe a una torta a strati – ricca, media, povera – e i bobos sono una palla da bowling che viene scagliata su di essa facendo schizzare pezzi ovunque, scombinando la politica interna in ogni Paese del mondo Occidentale. Al punto che la nuova generazione di bobos non si riconosce nei suoi padri: i giovani si guardano indietro e vedono persone che parlano di uguaglianza ma alimentano le disuguaglianze.

«Nonostante tutti i suoi discorsi sull’apertura, la classe creativa è notevolmente chiusa», si legge sull’Atlantic. «La reazione ai bobos ha trasformato la politica in una lotta per lo status, tra gruppi favoriti e gruppi denigrati».

A questo punto Brooks descrive una «nuova mappa della competizione di status», che aiuta a spiegare lo stato dell’arte della politica.

C’è una gerarchia blu (dal colore del Partito democratico statunitense) e una gerarchia rossa (i Repubblicani).

La scala blu si compone di un’oligarchia blu fatta di media, rettori universitari, amministratori delegati di banche e professionisti di successo. Sono progressisti – sono a favore di tasse più alte, politiche di welfare redistributivo, assistenza sanitaria universale, programmi ambientali – ma vivono nel controsenso di opporsi a ciò che li danneggerebbe: sindacalizzazione, regolamentazione del lavoro, politiche antitrust.

Poi c’è la classe creativa, fatta di professori universitari, manager, direttori di think tank. Sono i veri bobos: «Crediamo nella dignità umana e nel liberalismo classico, ma non abbiamo mai accettato il fatto di essere una classe dirigente e non ci siamo mai assunti le responsabilità istituzionali che accompagnano tale consapevolezza», scrive Brooks.

Un gradino più in basso ci sono le versioni più giovani dell’élite istruita, molte delle quali vivono nelle aree urbane recentemente gentrificate e più giù ci sono i lavoratori a basso reddito del settore dei servizi.

Dall’altro lato c’è la gerarchia rossa, che ha in testa l’1% più ricco della destra: «I membri di questa classe sono per molti versi simili all’élite conservatrice degli anni di Reagan. Eppure anch’essi sono stati rimodellati dal dominio culturale della classe creativa», si legge nell’articolo.

Più in basso ci sono le grandi famiglie degli imprenditori, quella che potremmo definire la nobiltà di partiti di destra storici come il Partito repubblicano americano. E sotto di loro c’è quella che Brooks definisce «aristocrazia proletaria», cioè quelli della regata populista, per intenderci: «Sono piccoli imprenditori, idraulici, elettricisti, persone che hanno avuto successo in America, ma non attraverso i canali della meritocrazia universitaria, dalla quale si sentono escluse», si legge sull’Atlantic. Infine, un gradino sotto la regata populista, c’è la classe operaia rurale.

In questo nuovo quadro la politica ha fatto fatica a trovare leader convincenti. Ma Brooks vede in Joe Biden una figura quasi super partes, non perché trasversale, ma in quanto sufficientemente esperto per tirarsi fuori dai nuovi conflitti di classe. O forse semplicemente formatosi, come politico, in un’altra epoca.

«La versione operaia di Biden del progressismo – scrive Brooks – è una reliquia dell’era pre-bobo. I suoi programmi rappresentano gli sforzi per incanalare le risorse a coloro che non si sono laureati e che sono stati lasciati indietro dall’economia della classe creativa. Se c’è una soluzione economica alle voragini che si sono aperte in America, il pacchetto legislativo Biden è sicuramente l’idea giusta: ridurrebbe i divari di reddito che alimentano gran parte del conflitto di classe di oggi».

Il punto però è che la sola redistribuzione economica non basta. È il meccanismo della società dei bobos che va riformato.

«È nato un mondo in cui la destra populista può permettersi di essere intellettualmente fallita. I partiti di destra non hanno bisogno di avere un’agenda politica. Hanno solo bisogno di alimentare e raccogliere il risentimento verso la classe creativa. L’unico modo per rimediare a questo sistema è attraverso una riforma istituzionale che allarghi i criteri di classificazione delle persone e non riguardi solamente l’istruzione o il curriculum accademico», si legge nell’articolo.

La conclusione dell’analisi di Brooks è esattamente un’inversione a U rispetto ai suoi scritti di 30 anni fa: «I bobos non si proponevano di essere una classe dominante e d’élite. Ci siamo semplicemente inseriti in un sistema che premiava un certo tipo di risultato e poi ha dato ai nostri figli le risorse che avrebbero permesso loro di prosperare in quel sistema. Ciechi al nostro stesso potere, abbiamo creato enormi disuguaglianze, disuguaglianze finanziarie e disuguaglianze più dolorose dovute alla mancanza di rispetto delle altre classi. Il compito che abbiamo davanti è smantellare il sistema che ci ha cresciuto».