Il Movimento-azienda editorialeLa tentazione di Conte di dibattistizzare i Cinquestelle è un dato di Fatto

In vista del crollo alle Amministrative, l’avvocato degli italibani dice cose a caso sull’Afghanistan e si smarca dal Pd, spostandosi su posizioni Nì vax, antindustriali, filocinesi e chi più ne ha più ne metta. Con la regia del direttore di un certo quotidiano

Photo by Senad Palic on Unsplash

Il probabile crollo dei Cinquestelle alle elezioni amministrative del 3 e 4 ottobre confermerà e aggraverà la loro crisi verticale, che è stata tutt’altro che arginata dalla leadership di Giuseppe Conte, uno dei più clamorosi pasticcioni (eufemismo) della storia politica italiana, basti pensare alle uscite sui 200mila bambini poveri di Milano e sull’apertura di credito ai talebani «abbastanza distensivi».

I grillini diranno che alle Amministrative gli va sempre male, non avendo radicamento sul territorio: come se fosse una giustificazione. Avranno pochi voti alle loro liste e stavolta nessun sindaco, con probabile pessima figura di Virginia Raggi, sinora totalmente evanescente nel dibattito pre-elettorale a Roma. A Milano rischiano una figuraccia epocale. Altrove sono del tutto ininfluenti tranne, forse, che a Napoli, grazie all’“indotto” fichian-dimaiano.

Dopo il disastro di ottobre, in teoria Conte dovrebbe prendere in mano la situazione, ma nessuno ha capito che cosa abbia realmente in testa: quale posizionamento politico, quale linea rispetto al detestato Mario Draghi, quale rapporto con il Pd, quale assetto interno al Movimento-partito? Nelle sue varie e noiosissime esternazioni sul futuro del Movimento nulla si ricava su quello che realmente vuol fare.

Invece le ultime uscite dell’avvocato che abbiamo prima richiamato, in particolare quella sui talebani, hanno avvicinato molto Alessandro Di Battista e, per converso, creato un problema con Luigi Di Maio: si tratta solo di un episodio o di una tendenza? La questione rinvia ancora una volta al problema mai risolto dell’identità del Movimento, sempre oscillante, in un equilibrio peraltro impossibile, tra le ragioni del “primo” M5s – per farla breve, più dibattistiano – e il Movimento-partito di Di Maio. Era sembrato che Conte avesse optato per questa seconda opzione, tanto che Dibba se n’era dovuto andare, ma è possibile che lo stesso Conte abbia ora deciso di virare verso lidi più estremisti.

E la crisi afghana sembra essere cinicamente sfruttata dall’avvocato per questo progetto: distinguersi nettamente dal Pd per non dare l’idea di un inutile “doppione” spostandosi per questo su posizioni dibattistiane, bersaniane, prodiane, Nì vax, antindustriali, filocinesi e chi più ne ha più ne metta. Un modo anche per mettere in difficoltà Enrico Letta andando a brucare erba in casa sua, succhiando quel po’ di sangue rosso che ancora circola nelle vene del Pd ma soprattutto per recuperare almeno qualcosina nel mare magnum ormai semiprosciugato del grande consenso del 2018 (oltre il 30 per cento, oggi saranno meno della metà).

Se questa è la nuova pazza idea dell’avvocato, per Luigi Di Maio – che ha una linea governista e che per questo è entrato nel mirino travagliesco e viene trattato come un nemico del popolo – si tratterà di sudare sette camicie per tenere il Movimento su una posizione minimamente realistica e civile. Dalla sua ha un argomento fortissimo che non funziona sulla coppia Conte-Travaglio ma sui parlamentari invece sì: attenti a non spezzare la corda se non volete andare a casa prima del tempo.

L’idea di un nuovo/vecchio Movimento è da tempo nella testa di Marco Travaglio e ogni due per tre viene evocato dai suoi giornalisti di punta, da Gad Lerner in giù: fare del M5s un partito “estremista”, eterodiretto da un’azienda editoriale – Il Fatto –  con l’obiettivo di costruire un possibile cartello con la sinistra di Articolo Uno (Pier Luigi Bersani è un loro paladino e, per converso, Travaglio è stato osannato alla Festa del partito mentre svillaneggiava Draghi), occhieggiando a certe posizioni ultrà di Maurizio Landini, che con Conte si sente spesso, e a tutto un mondo editorial-intellettuale massimalista e populista di sinistra che detesta il pragmatismo riformatore di Draghi quasi quanto la persona di Matteo Renzi.

E dulcis in fundo magari candidando al Quirinale Romano Prodi, del quale si sarà molto apprezzato l’articolo di ieri sul Messaggero nel quale si auspica un dialogo con i talebani in vista di una «stabilizzazione» del Paese, un pezzo che riecheggia, seppure con più spessore, le cose dette da Conte sempre a proposito del dialogo con i nuovi padroni di Kabul: Prodi al Colle sarebbe uno “scherzetto” al tempo stesso contro Mattarella, Draghi, Letta, un “Ro-do-tà-tà-tà” in versione più grottesca. È tutto molto paradossale, ma con certi soggetti tutto è possibile.

E, paradosso nel paradosso, il Pd beneficerà della crisi di quel Movimento al quale ha tenuto la scala per tre anni, legittimandolo e mantenendolo in vita in tutti i modi, corteggiandolo come fa un ginnasiale ai primi amori, innalzando l’ex premier a riferimento fortissimo, vagheggiando persino una qualche forma di federazione: e se lo ritrova, gratis, come una tasca bucata da cui escono monete d’oro, cioè voti. Gli strateghi del Nazareno diranno che è merito loro, che era tutto previsto. Naturalmente non è vero: il M5s è in crisi malgrado il Pd, non a causa del Pd. Che deve ringraziare il cielo della dabbenaggine contiana e accendere una candela alla Dea Fortuna. Resta il fatto che ha puntato tutto su un cavallo sfiancato, così che i conti elettorali continuano a non tornare.

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