L’avvocato degli italibaniL’imbarazzante posizione di Giuseppe Conte sui terroristi moderati

Col calcolo cinico di un leader mai diventato tale, l’ex presidente del Consiglio tenta di recuperare consensi anti-occidentali di nipotini degli anni Settanta inebriati dal vecchio grillismo e delusi dall’andazzo di potere degli ultimi tempi. Con un tweet di Lia Quartapelle, il Pd ha preso le distanze. Farà sul serio?

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Prove di partito antiamerikano. Il leader c’è e non è il solito descamisado Alessandro Di Battista ma addirittura un ex presidente del Consiglio, l’avvocato del populismo Giuseppe Conte, capo di una grottesco partito della trattativa all’insegna non tanto di un banale realismo (si tratta con i nemici) quanto di una valutazione molto superficiale sulla presunta moderazione dei nuovi tagliagole che hanno preso l’Afghanistan. 

Chissà cosa c’è dietro l’apertura di credito ai mullah di un «uomo inquietante, che ha accettato di presiedere due governi di segno opposto senza batter ciglio, annegando la politica in un pantano di potere senza idee», come lo descrisse il filosofo Biagio De Giovanni: solo voglia di entrare in quel palcoscenico politico da cui è stato estromesso con la caduta del suo governo bis o la rappresentanza di ragioni di altro tipo, magari legate al nuovo corso della Cina (il «Paese amico», secondo una nota dei talebani) e alla Via della Seta tanto agognata dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio o ancora al rinverdirsi dell’ostilità antiamericana ora che alla Casa Bianca non c’è più l’uomo che lo chiamava carezzevolmente Giuseppi ma un altro che nemmeno lo conosce di nome? O tutte queste cose insieme?

Comunque sia, da oggi nella maggioranza di governo c’è un partito che definire filotalebano sarebbe troppo ma che allineare alle ferme posizioni di rivendicazione dell’intervento del 2001 espresse da Mario Draghi sarebbe ugualmente sbagliato. In fondo essere contro gli amerikani fuggiaschi è di moda in tutta una serie di ambienti. 

Fa comodo tenere sotto scacco Joe Biden, lo sconfitto di Kabul, un modo per intercettare il riflusso anti-Usa che pare tagliare trasversalmente gli orientamenti politici e può recare nelle casse di un Movimento 5 stelle alla deriva un insperato cedola di popolarità. Un calcolo cinico di un leader mai diventato tale, un tentare di recuperare consensi anti-occidentali di nipotini degli anni Settanta inebriati dal vecchio grillismo e delusi dall’andazzo di potere degli ultimi tempi.

Conte – come ci ha detto ieri un autorevolissimo esponente del Partito democratico – ogni volta si deve distinguere. Non esitando a mettere in difficoltà la posizione ferma del governo italiano. Il Pd, che pure a Conte gli ha sempre tenuto la mano, a un certo punto ieri ha tagliato corto con un forte tweet di Lia Quartapelle, che non è un’esponente qualunque ma la responsabile Esteri del Pd, dunque si tratta di una posizione concordata con Enrico Letta, ed è la prima volta che si segnala un contrasto così evidente fra Nazareno e l’avvocato: «Un conto è interagire con i talebani per il ponte aereo. Un conto sarà dopo. L’Italia non dialoga con i terroristi né con chi compie crimini contro l’umanità. Non cambieremo idea per una conferenza stampa mentre i talebani sparano su nuclei resistenti e le donne sono terrorizzate». Un uppercut al mento con il timbro dell’ufficialità e Conte è andato ko. Ora, se questo è il nuovo Movimento Cinque Stelle, per il Pd il problema si ripresenta in forme ancora più serie di prima: ma che razza di alleati sono questi? E anche il presidente del Consiglio non potrà far finta di niente: il ministro degli Esteri, amico/nemico di Conte, ne condivide le posizioni?

Con tempismo, ieri Francesco Merlo su Repubblica ha dedicato una lunga analisi agli italibani, a partire da quelli, come Giuseppi, che dopo una conferenza stampa dei Barbuti hanno creduto che «i tagliagole islamisti non opprimono, sgozzano e terrorizzano il popolo afghano ma sono loro il popolo afghano perché governano con il consenso e non con la paura». Inevitabile il collegamento con la funerea storia dei “né-né” all’epoca del terrorismo italiano quando in tanti scelsero una terza posizione tra lo Stato democratico e le Brigate rosse: «Allo stesso modo – ha scritto Merlo – è solo un trucco ipocrita degli italebani questo stare né di qua né di là» quando, alla fine, bisogna schierarsi «o con l’Occidente o con l’Emirato dei terroristi». 

E probabilmente nei prossimi giorni schierarsi diventerà ineludibile, se prenderà davvero corpo la Resistenza del Nord contro i Barbuti di Kabul, che intanto proseguono che efferatezze di ogni tipo documentate da tonnellate di testimonianze. Ma qualcuno o pensa davvero che – come ha detto Emma Bonino – possano esistere terroristi moderati? 

Qui si pone la questione politica e morale: trattare con gli eredi di Bin Laden o no? Allestire una Monaco con i kalashnikov sul tavolo o ripensare una strategia di attacco al vecchio/nuovo terrorismo, una volta leccate le ferite della fuga americana da Kabul? 

Qualunque siano le analisi e le risposte, non c’è dubbio che le autorità politiche del pianeta (bene fa Draghi, che ieri ha sentito Vladimir Putin ed Emmanuel Macron, a spingere per una ravvicinata convocazione del G20), stanno pensando fin da adesso cosa fare. L’unica cosa che la coscienza civile e lo status di uomini dovrebbe escludere è l’elevare i vincitori di oggi a interlocutori di domani giacché – si dice – questo sarebbe la politica, quando è vero il contrario, che solo una determinazione senza ambiguità verso i sostenitori della Sharia può essere la premessa per una rivincita dei valori fondamentali dell’umanità. E nessun avvocato delle cause perse può giochicchiare su queste cose come ai tempi di Ciampolillo.