Libertà vigilataSe pensiamo di poter credere a tutto quello che ci va, allora la società non esiste

Nulla ci impedisce di ritenere che il migliore dei sandwich sia quello con burro di arachidi e marmellata di lamponi. Ma molte nostre convinzioni si ripercuotono sugli altri, e ignorarlo mette a rischio anche noi stessi. Da Linkiesta Magazine in edicola, in libreria o su Linkiesta Store

Manifestanti rivoltosi fedeli al presidente Donald Trump provocano disordini fuori dal Campidoglio, a Washington, il 6 gennaio di quest’anno. © Ap – Photo: John Minchillo

La libertà – che è forse il più sacrosanto concetto della “vita americana” – è sotto attacco. È un po’ di tempo che udiamo il rullo di tamburi, ma l’anno scorso lo si è sentito particolarmente forte.

Ciò è avvenuto quando alcune richieste di piccoli sacrifici rispetto alla propria libertà (come quella di indossare delle mascherine protettive) sono state ripetutamente accolte con rabbia, con sdegno o con richiami a qualche tipo di rivoluzione dai contorni nebulosi.

Per gli americani il concetto di libertà è, ed è sempre stato, qualcosa di intoccabile: non può essere sfiorato senza produrre scintille. Ma negli ultimi anni, questa libertà è stata troppo spesso interpretata come l’assoluta possibilità di credere a ciò che ci pare, senza considerazione alcuna di quali siano i fatti reali. Questo, di per sé, potrebbe non costituire un gran problema se non fosse che quello in cui crediamo non rimane dormiente nelle nostre menti, chiuso nell’armadietto delle nostre convinzioni, ma dà avvio alle nostre azioni. Quello in cui crediamo è interconnesso con il modo in cui agiamo.

La filosofia ci chiede di sottoporre a verifica le cose in cui crediamo e anche le cose in cui credono gli altri. Ma, prima che iniziamo quest’analisi, dobbiamo individuare una “ur-convinzione”, un principio che preceda e informi tutte le convinzioni che si prenderanno poi in considerazione. Questa è la nostra: come membri di una società, abbiamo un dovere nei confronti degli altri.

Per quale motivo, per poter poi approcciare in modo adeguato molte delle altre cose in cui crediamo, è necessario credere che abbiamo dei doveri nei confronti degli altri? Perché, per credere in modo adeguato, dobbiamo prima comprendere che le cose in cui crediamo sono inseparabili dal nostro essere responsabili verso la sicurezza e la felicità di quelli con i quali condividiamo questo pianeta. Se non lo faremo, perderemo la possibilità di una comune esistenza sociale. E realizzeremo quello che sostenne Margaret Thatcher con la sua famigerata battuta: «La società è una cosa che non esiste».

Consideriamo qualche esempio. È importante ciò che crediamo riguardo al clima, perché abbiamo un dovere nei confronti delle generazioni future. È importante ciò che crediamo riguardo all’indossare una mascherina nel corso di una pandemia, perché abbiamo il dovere di proteggere chi è vulnerabile. È importante ciò che crediamo riguardo alle elezioni, perché abbiamo un dovere nei confronti dei nostri concittadini. È importante ciò che crediamo riguardo a quello che credono le persone che sono in disaccordo con noi, perché abbiamo il dovere di rispettarle, come loro hanno il dovere di rispettare noi. Come disse Gandhi, nessuno ha accesso alla verità nella sua interezza.

Aggiungiamo subito che, benché molte delle cose in cui crediamo siano legate a un dovere, non tutte lo sono. Possiamo tranquillamente credere che il miglior sandwich con burro di arachidi e marmellata sia quello con confettura di lampone o che i film della Marvel siano sopravvalutati (o sottovalutati) senza che questo abbia alcun riflesso o ripercussione su quello che concerne le altre persone. Enormi porzioni delle nostre esistenze possono essere vissute in libertà illimitata.

Ma in altri casi l’onda generata dalle nostre scelte finirà per colpire le vite degli altri – e per questo la nostra libertà di fare e credere quello che vogliamo deve essere temperata. Quando agiamo o ci affidiamo a qualcosa in cui crediamo, spesso (consciamente o inconsciamente) scorriamo una lista delle ragioni, per capire per quale motivo lo stiamo facendo e a quale scopo. Se la prima voce di questa lista è sempre “Perché ho il diritto di fare e di credere tutto quello che voglio”, allora la Thatcher aveva ragione: la società è una cosa che non esiste. Esistono soltanto Steve, Jamel, Selena e 332 milioni di altri ego-Stati separati fra loro, una confederazione di individui per i quali la libertà, la sicurezza e la possibilità di realizzarsi e di prosperare sono competizioni a somma zero.

Ma, se la prima voce in quella lista è invece “Perché mi stanno a cuore le vite di quelli intorno a me e comprendo che essi hanno il mio stesso diritto di realizzarsi e di prosperare”, allora vuol dire che riconosciamo che non siamo soli sulla Terra e che la nostra libertà non è più importante di quella di chiunque altro. Se facciamo così, la società sta insieme.

Si dirà – e si farà bene a dirlo – che “doveri nei confronti degli altri” è un concetto nebuloso. In che misura bisogna tenere in considerazione le persone che ci circondano prima di decidere come agire e in che cosa credere? Fino a che punto dobbiamo limitare la nostra libertà in funzione delle persone che ci circondano? C’è un calcolo che possiamo fare? Una scala che possiamo usare? Una app che possiamo scaricare?

Per farla breve, no, non ci sono. Ma ci sono dei punti di riferimento che possono servire come “guide” per quello in cui credere. Per esempio, possiamo accordare fiducia agli scienziati per quanto riguarda i temi scientifici e ai medici per quanto riguarda i temi sanitari, invece di fare affidamento soltanto su noi stessi e su altri non-esperti. Ma anche questi punti di riferimento hanno i loro limiti (che possiamo riassumere con una parola sola: “economisti”).

E ci sono altre aree in cui i punti di riferimento sono meno chiari. Ad esempio, in che cosa potremmo credere riguardo al porre limiti appropriati alla libertà di parola? In questo caso dobbiamo procedere a tentoni, per dirla con Gandhi, e riconoscere i vari “altri” che possono essere colpiti dalle nostre parole. E, procedendo a tentoni, riconosciamo che spesso sbagliamo. Forse è questo il motivo per cui quella di credere nella libertà assoluta è una tentazione così forte: se seguiamo quella strada, siamo sempre nel “giusto” e così è tutto più facile.

Uno degli autori della serie tv “The Good Place”, mentre preparava il programma, è giunto alla conclusione che un concetto etico chiave sia il tentare. (Chi fosse questo autore – lo showrunner professionista o l’altro tizio? – lo lasciamo indovinare, come esercizio, al lettore). Per quanto riguarda le scelte e le azioni che possono avere ripercussioni sulle altre persone, cerchiamo di pensarla nel modo giusto. E poi, quando sbagliamo, cerchiamo di fare meglio. Non è un percorso tanto facile, ma certamente è un percorso più altruista e, soprattutto, più umano.

Riteniamo che la nostra “ur-convinzione” sia questa: prima di decidere in che cosa credere, dobbiamo credere che si debba tener conto delle altre persone. Se agiamo con questo dovere in mente e falliamo nel tentativo di farlo in modo giusto, allora dobbiamo riconsiderare la cosa, imparare di più, sforzarci di migliorare e provare di nuovo. I nostri inevitabili sbagli avranno un significato maggiore e daranno frutti migliori se saranno radicati in ciò che potremmo semplicemente chiamare “considerazione per le altre persone” – e cioè la consapevolezza che intorno a noi ci sono altre persone che sono colpite, direttamente e indirettamente, da moltissime delle cose in cui crediamo, delle cose che diciamo e delle cose che facciamo.

Al contrario, se agiamo solo in base a una libertà personale illimitata, allora i nostri errori non avranno nessun significato. Il rifiuto di riconoscere che abbiamo dei doveri nei confronti degli altri, e che le nostre convinzioni e i nostri comportamenti debbano tener conto di questa consapevolezza, è un rifiuto che ci concediamo a nostro rischio e pericolo.

©️2021 The New York Times Company and Mike Schur and Todd May. Distributed by The New York Times Licensing Group

Mike Schur è nato in Michigan negli anni Settanta ed è l’ex showrunner della serie tv “The Good Place”. Il suo libro “How to Be Perfect” uscirà nel 2022.

Todd May è nato a New York nel 1955 ed è un filosofo politico. È stato il consulente filosofico della serie tv “The Good Place” e del libro “How to Be Perfect” di Mike Schur.

Questo articolo di Mike Schur e Todd May è stato pubblicato sul nuovo numero di Linkiesta Magazine, in edicola a Milano e a Roma e nelle migliori librerie indipendenti d’Italia.
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