Alta quotaLa polemica su chi (non) può scalare la montagna del Tricorno in Slovenia

Il premier Janez Janša fa spesso alpinismo sul Triglav, portando con sé ospiti internazionali. II gruppo Protestna ljudska skupščina, che oramai da settanta settimane scende regolarmente in piazza a Lubiana contro il governo, ha preso d’assalto la vetta per “ripulirla” dalla presenza dei politici

Pixabay

Originariamente pubblicato su Osservatorio Balcani e Caucaso

Il Tricorno è la vetta sacra della Patria. La montagna stilizzata compare sullo stemma, sulla bandiera della Repubblica di Slovenia ed è persino raffigurata sulla moneta da 50 centesimi. Il monte è il simbolo dell’identità slovena tanto che si dice che un vero sloveno, per essere tale, almeno una volta nella vita deve salire sulla sua vetta.

Sulla cima capeggia la torre di Aljaž, un caratteristico bivacco piazzato lì nel 1895. Ci si arriva dopo una lunga camminata, che parte da vari punti a valle e che può avere diversi gradi di difficoltà. Alla fine, però per giungere sulla sommità bisogna affrontare un ultimo tratto di arrampicata. Proprio su quella parete non mancano targhe che ricordano escursionisti scivolati fatalmente lungo il pendio o colpiti da fulmini.

Arrivati a quota 2864 c’è il rito del battesimo: accanto alla torre un veterano assesta a chi per la prima volta è arrivato in cima le classiche tre frustate sul sedere. A quel punto si ha diritto addirittura a un diploma, che si può acquistare per pochi euro. Poi non resta che godersi il mistico spettacolo delle montagne circostanti e quello del mare che compare a fondovalle.

Nella buona stagione sui sentieri che portano alla vetta c’è un vero e proprio pellegrinaggio di cittadini. I gruppi più numerosi, arrivati alla meta, spesso tirano fuori la fisarmonica, le bandiere o intonano canti patriottici o di altro tipo. Tradizionalmente la prova del Tricorno viene affrontata annualmente da reduci partigiani, da associazioni di vario tipo ed anche da attivisti di partito.

Milan Kučan, primo presidente della Slovenia indipendente, era spesso di casa su quei pendii; oggi il testimone sembra essere stato raccolto dal suo più acerrimo rivale: il premier Janez Janša. In questo periodo sue foto dalla montagna simbolo degli sloveni non sono mancate, tanto che si è premurato di portare sulla vetta anche alcuni suoi illustri ospiti. Lo ha fatto con il cancelliere austriaco Sebastian Kurz e anche con l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri Josep Borrell. Una delle sue più serie contendenti alle prossime elezioni, la socialdemocratica Tanja Fajon, ha cercato immediatamente di emularlo ed è salita sulla cima con due colleghi di partito: l’eurodeputato austriaco Andreas Schieder ed il ministro tedesco per gli Affari europei Michael Roth. I tre arrivati alla torre di Aljaž hanno tirato fuori dallo zaino la bandiera arcobaleno e hanno lanciato una serie di messaggi improntati all’eguaglianza ed ai diritti della comunità LGBT.

Deciso a non lasciare a Janša il monopolio del Tricorno, venerdì scorso il gruppo Protestna ljudska skupščina, che oramai da settanta settimane scende regolarmente in piazza a Lubiana, ha preso d’assalto la vetta per quella che doveva essere una edizione celebrativa della loro protesta.

Muniti di telecamere, altoparlanti, adesivi e naturalmente bicicletta d’ordinanza si sono inerpicati lungo le pendici della montagna. Con passo più veloce e meno orpelli al seguito, durante il cammino sono stati superati dal ministro della Difesa, Matej Tonin, che con alcuni suoi collaboratori stava facendo lo stesso percorso. L’alta quota e la fatica della camminata non sono comunque serviti a stemperare la polemica politica e l’acrimonia, tanto che secondo il ministro al suo indirizzo sarebbero volati una serie di epiteti, mentre il comportamento della comitiva al suo passaggio non sarebbe stato dei più signorili. Non sarebbe stato l’unico incontro ravvicinato della giornata.

Arrivati in vetta con la bicicletta in spalla, probabilmente tra lo stupore degli altri escursionisti, è subito partita la manifestazione, con tanto di musica e lettura di poesia, mentre Tea Jarc, una delle anime della protesta e la nuova icona della sinistra extraparlamentare slovena, ha pronunciato un accorato discorso all’insegna della democrazia rubata, chiuso con lo slogan: “Morte al janšismo – libertà a tutti”. Nel video diffuso in rete qualcuno ha anche voluto precisare che in tal modo la vetta è stata ripulita, visto che Tonin vi aveva fatto tappa qualche ora prima.

Il bello però doveva ancora venire. Scesi al rifugio della Kredarica, a quota 2515, la comitiva si è imbattuta nell’oggetto della loro protesta. Il premier Janez Janša era seduto in un angolo e al suo fianco c’era il ministro dell’Interno Aleš Hojs. Una ghiottissima occasione per porgli, con toni sempre più concitati, una serie di domande. Tutto naturalmente ripreso e diffuso dagli stessi manifestanti che hanno immediatamente puntato in faccia a Janša le torce dei loro telefonini. Lui è rimasto tranquillamente seduto sorridendo e poi ad un certo punto s’è chiesto se quel giorno il manicomio di Lubiana avesse aperto le sue porte. La cosa non ha fatto che imbestialire ulteriormente la comitiva, che ha alzato ulteriormente i toni, mentre Janša ha continuato a sfoderare un beffardo sorriso per poi andarsene, insieme a Hojs. Nelle concitate immagini che ne sono seguire la Jarc ha accusato, inquadrandolo, un altro escursionista di averla colpita alle spalle.

La sicurezza del premier e del ministro dell’Interno se c’era non se fatta vedere. Il giorno successivo, comunque, Janša non ha mancato di twittare una sua foto dalla vetta, in compagnia Katalin Novàk, ministra ungherese per la Famiglia, precisando che il picco era stato sanato dalla contaminazione del giorno prima.

Gli appassionati di alpinismo e di escursionismo, intanto, ci tengono a dire che almeno al di sopra dei 2000 metri di quota la preoccupazione dovrebbe essere quella di aiutarsi a superare le asperità della montagna e non quella di litigare, ma la politica slovena e lo scontro tra janšisti e antijanšisti non sembrano voler rispettare le buone maniere e le regole non scritte dell’alpinismo. Così non rimane che ringraziare il cielo che l’incontro col primo ministro non sia avvenuto in vetta o lungo l’angusto percorso che porta alla cima.

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