La truffa grillinaIl reddito di cittadinanza che non lo era e la lezione politica di Draghi

Il provvedimento per abolire la povertà non è un’erogazione universale di denaro pubblico agli italiani, ma un semplice sussidio di disoccupazione (che naturalmente Di Maio e Conte nella loro plastica incompetenza hanno reso complicato e surreale). Quello che avevano promesso era una specie di sogno distopico di comunismo centralizzato. Per fortuna non lo è, ma ci sono cascati tutti lo stesso. Tranne il premier

Randy Jacob, Unspash

Il reddito di cittadinanza è una delle tante truffe ordite dai Cinquestelle ai danni degli italiani. Non tanto e non solo perché non ha abolito la povertà come loro stessi avevano annunciato in una notte di stampo sudamericano da un balcone di Palazzo Chigi e nemmeno perché è stato affiancato da scemenze tipo i navigator e i software importati nientemeno che dal Mississippi e e neanche perché mette qualcuno nelle condizioni di scegliere cinquecento euro cash dallo Stato per non fare niente invece di mille euro da un privato per lavorare. 

Il reddito di cittadinanza dei Cinquestelle è una truffa colossale per il semplice fatto che non è un reddito di cittadinanza, ma un sussidio di disoccupazione che ha allargato la base dei beneficiari del Reddito di inclusione (Rei) introdotto prima che arrivasse in città il circo grillino. 

Il reddito di cittadinanza, o reddito di base, è una misura totalmente diversa dall’accrocchio escogitato da Conte e Di Maio, è un’erogazione universale di denaro ai cittadini cumulabile con altri redditi e indipendente dal fatto che i percettori siano occupati o disoccupati. 

Chiamare reddito di cittadinanza il sussidio di Conte, che ha ampliato e complicato gli strumenti di lotta alla povertà già previsti dall’ordinamento, è una trappola politica e semantica in cui sono cascati tutti: sia gli italiani che hanno votato i Cinquestelle convinti che Beppe Grillo e i Casaleggio avrebbero da lì a poco versato un assegno mensile a vita, appunto un reddito di Stato per il solo fatto di essere cittadini, sia gli oppositori che hanno contestato l’idea alla base del concetto di reddito di cittadinanza, quello vero, che è un sogno distopico di comunismo centralizzato cui saremmo inesorabilmente destinati a causa dell’automazione dei posti di lavoro.

L’unico che non c’è cascato è Mario Draghi, il quale ha detto che valuterà gli effetti del provvedimento di Conte e che se necessario lo sostituirà o cambierà con uno strumento più efficace, cosa che farà da politico consumato quale è. Draghi intelligentemente ha sottolineato che condivide il concetto di base del sedicente reddito di cittadinanza che, appunto, non è un reddito di pigranza, ma una misura a sostegno delle fasce più povere della popolazione, a maggior ragione oggi che sono state profondamente colpite dalla pandemia.

Gli avversari dell’accrocchio grillino, insomma, stanno combattendo una battaglia ideologica contro la distribuzione a pioggia di denaro pubblico per non lavorare, ma il nemico di cui parlano per fortuna non c’è, perché in realtà si tratta di un sussidio pubblico a favore di chi non ce la fa, peraltro già liberato dai grotteschi consulenti di Di Maio e dal fallimento delle politiche attive del lavoro a cura dei navigator. 

Tuonare contro il reddito di cittadinanza (che non lo era) non è una mossa politicamente astuta, per quanto sacrosanta: intanto perché il disfacimento dei Cinquestelle lo declassa ulteriormente a nemico immaginario e poi perché in un Paese di cultura assistenzialista come il nostro non conviene passare gratis per quelli che non vogliono far sognare gli italiani, tanto più che rispetto a quando Luigi Di Maio, Giuseppe Conte e Rocco Casalino hanno decretato la fine della povertà è pure arrivato il Covid e l’incapacità del loro governo ad aggravare la condizione economica degli italiani. Meglio seguire Draghi.