Addio PdLa fine ingloriosa del partito che per dieci anni ha tenuto da solo la baracca italiana

L’involuzione di una comunità politica che ha retto il paese dall’ultimo governo Berlusconi a oggi. Adesso che con Mario Draghi potrebbe raccogliere i frutti del suo servizio pubblico, si rende di nuovo complice delle forze populiste. A questo punto le responsabilità non sono soltanto della Ditta, ma anche dei sedicenti riformisti che assistono come tricoteuse alla capitolazione

Matthew Henry, Unsplash

Sempre sia lodato il Partito democratico che dall’ultimo governo Berlusconi a oggi regge pressoché da solo la baracca del sistema Italia, fornendo funzionari di governo più o meno preparati all’amminstrazione dello Stato e alle istituzioni europee. Medaglia al merito per aver reso in questi anni un servizio prezioso al paese, abbondante di onorificenze ma anche disagevole perché svolto tra marosi di babbei e di fratelli anti italiani. 

Ai ringraziamenti sinceri, si accompagnano però altrettanto vivaci contumelie per aver scelto di governare in continuità con Salvini e Fofò Dj, la combinazione più vicina alla marcia su Roma da sessant’anni a questa parte, nel corso della grottesca stagione del vincitore della Lotteria Italia Giuseppe Conte, ai tempi titolare del fortunato biglietto staccato a Volturara Appula e oggi caricatura di leader politico. 

Ma il peggio è arrivato dopo. Archiviata la parentesi dell’avvocaticchio populista, il Pd anziché stappare champagne per brindare all’incontro con Mario Draghi si è sentito offeso come un adolescente capriccioso cui è stato imposto di spegnere la PlayStation e di tornare a studiare. Incomprensibilmente, da quel momento, il partito di Letta tiene il broncio nei confronti di Draghi, dello stesso Draghi che ha liberato il paese dalla tragicommedia e il Pd dall’incantesimo politico meglio conosciuto come sindrome di Stoccolma Appula.

Per questo, il Pd è stato costretto a cambiare segretario, il quale si è presentato bene con un gran discorso iniziale, all’Assemblea nazionale che lo ha eletto, ma che ha smentito ogni singolo giorno successivo. A questo punto possiamo dire che Enrico Letta e i suoi sono la più grande delusione politica degli ultimi anni, anni peraltro di asticella delle aspettative rasoterra.

Zingaretti e Bettini, almeno, erano costretti a convivere con Conte e Casalino, da soci di minoranza di quella banda di sciamannati. Avevano una strategia di alleanza stravagante, che prevedeva umilianti sessioni di autoflagellazione pubblica. Era una scemenza impolitica ispirata alle manovre per superare la nomination nei reality show. Una scelta passiva, fatalista e priva di immaginazione, incapace di esercitare un’egemonia politica e al contrario volenterosissima di subirla, ma almeno era una prospettiva.

Letta non solo sta ripercorrendo quella strada senza uscita, peraltro interrotta dall’autosmottamento grillino e dalla ormai epica, e certificata da Beppe Grillo, incapacità di Conte, ma continua a farlo da pilastro del governo Mario Draghi, mentre potrebbe costruire intorno all’uomo più rispettato d’Europa un percorso politico promettente, credibile e largo quanto un’autostrada.

Invece, il Pd continua a mostrare il broncetto, a flirtare con l’avvocaticchio di Travaglio, ad amoreggiare con l’opposizione a Draghi, a difendere la più atroce violazione dei diritti processuali degli ultimi 25 anni, e parlo della prescrizione senza volutamente entrare nella questione libica.

Ma c’è qualcosa di più grave: anziché cancellare la controriforma Di Maio-Salvini sulla prescrizione, che per ragioni di coalizione durante il governo Conte due era stato costretto a mantenere, adesso il Pd se ne erge addirittura a difensore incurante di mettere in difficoltà non solo chi incappa nelle maglie della giustizia ma anche Draghi che saggiamente sta cercando di ripristinare la normalità giuridica.
No, niente, il Pd preferisce l’expertise giuridico di un ex disc jockey di Mazara del Vallo a quello dell’ex presidente della Corte costituzionale, quello di Travaglio a quello di chiunque non consideri l’arresto un momento magico della giustizia.

Questo Pd, inoltre, si intestardisce su una legge che non crea nuovi diritti, ma che si limita ad aggravare le pene già esistenti, sapendo bene che molti degli amici grillini in realtà lavorano per farla saltare. Al dunque la sensazione è che il Partito democratico preferisca intestarsi una sconfitta identitaria molto forte sui social piuttosto che ottenere un risultato per la comunità che dice di voler difendere. 

Se quella di Zingaretti è stata una resa ai populisti, cui è stato omaggiato anche la mutilazione anti politica del Parlamento, quella di Letta è una capitolazione che si ripete sotto forma di farsa, al punto che il segretario non è stato in grado nemmeno di spiegare come mai giudichi inadeguata la decisione di Salvini di non rivelare nulla a proposito del suo vaccino e invece giustifichi il medesimo comportamento di Conte, il quale è sempre il passante di strada estratto a sorte che abbiamo imparato a conoscere ma che formalmente adesso è anche il capo politico del principale partito NoVax d’Europa. 

Il Pd continuerà a fornire personale di governo alle nostre istituzioni, magari garantendo un turno di riposo ad Andrea Orlando, ministro con Letta, con Renzi, con Gentiloni e con Draghi, in maggioranza con Verdini e con Salvini*, ma che ieri anziché difendere la scelta del governo di cui fa parte di avvalersi della competenza professionale di Elsa Fornero ha tenuto a precisare con un tweet irriguardoso che lui non c’entra niente con quella nomina. Robe da matti. 

In assenza di una nuova aggregazione politica alternativa, liberale e democratica, siamo dunque fottuti. Il Pd finora è stato l’unico ostacolo di un certo rilievo al cammino, alimentato anche da agenti stranieri, verso la democrazia illiberale.

Il Pd, questo Pd, insomma è diventato la parodia di un partito politico, irredimibile come scriveva Leonardo Sciascia della Sicilia, senza speranza; un’organizzazione senza capo né coda, a vocazione populista e trasformatasi definitivamente in un’agenzia interinale che somministra lavoro qualificato alle istituzioni repubblicane.

Le responsabilità di questa situazione non sono più soltanto della Ditta, degli ex comunisti o degli ex democristiani, ma di un’intera classe dirigente democratica che su Twitter si riempie la bocca di riformismo e di progressismo, di Europa e di altre belle cose, ma che nella realtà quotidiana è complice delle forze della reazione oppure assiste amabilmente alla decapitazione del diritto come le tricoteuse del Terrore francese che sferragliavano sotto la ghigliottina.

Questo Pd che fa la fronda a Draghi e che regge il moccolo a Fofò Dj e al portavoce di Travaglio si illude di sopravvivere ancora un altro giro, ma non si accorge che percorrendo questa strada non sopravviverà né il Partito democratico né la Repubblica come la conosciamo. 


* Correzione: nella prima versione di questo articolo, Andrea Orlando è stato indicato erroneamente come ministro anche dei governi Monti e Conte. Ma non lo è stato. Ce ne scusiamo con gli interessati.

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