Miracolo a MilanoCome ho rivalutato l’umanità raccogliendo le firme per il referendum sull’eutanasia

Seduta su uno sgabello pieghevole insieme a due volontari dell’associazione Luca Coscioni vorrei star qui a farmi travolgere da uno scetticismo facilone nei confronti della gente, ma mi sono ricreduta. Non solo vogliono firmare, tirando fuori documenti infilati nelle tasche di borse stracolme, ma vogliono pure parlare. Chiedere, dire la loro, raccontare. E andare oltre gli slogan della politica

LaPresse

«Spiegami meglio». Anche solo per sentirsi rivolgere una frase così, abituati come siamo ai social, dove tutti interveniamo su ogni argomento già spiegati, già saputi, già pieni di certezze, ne sarebbe valsa la pena. «Spiegami meglio di che si tratta, perché io voglio essere libero, certo, ma voglio anche capire come funziona, che cosa succede se firmo». In una Milano accaldata, appiccicosa, nevrotica, in cui ogni attività sembra trascinarsi quasi per inerzia verso la fine di luglio, verso quelle ferie d’agosto che sono carattere nazionale e di cui, causa Covid, ci sentiamo derubati per il secondo anno consecutivo, ai gazebo per la raccolta delle firme sul referendum per l’eutanasia legale succede quasi un miracolo. 

Sono le 16 di una domenica estiva, l’appuntamento è davanti al centro commerciale in un quartiere periferico di Milano, il Portello, un tempo sede dell’Alfa Romeo e della vecchia fiera, oggi dominato dalle torri di City Life, grattacieli con condomini di lusso e sedi di gruppi assicurativi. 

Seduta su uno sgabello pieghevole, come quelli che da bambini usavamo per i picnic in montagna, insieme a due volontari dell’associazione Luca Coscioni, promotrice del referendum, vorrei star qui a farmi travolgere da uno scetticismo facilone nei confronti della gente, della politica, dei giovani che non capiscono niente e dei cinquantenni che sono i nuovi adolescenti e a cosa vuoi che serva, tanto il mondo è egoista, caciarone, vogliono tutti andare a ballare, a fare l’aperitivo, figurati se hanno voglia di parlare di morte e di ospedali. 

Peccato che non siamo qui per un dibattito, e già quello mi pare incredibile, nel Paese in cui non c’è argomento che non diventi pretesto per dividersi in fazioni disposte a lottare fino all’ultimo post pur di averla vinta, figuriamoci poi su un tema etico. Ma prevale la concretezza: i volontari sono qui per raccogliere il più alto numero di firme possibile e non c’è polemica che possa distoglierli dall’obiettivo. Non ho nemmeno tirato fuori le penne e i moduli che già si presentano in due, una coppia sulla trentina: «Finalmente, vi stavamo aspettando». Sul sito che promuove il referendum ci sono le mappe dei banchetti, qui al Portello non ce n’erano fino a oggi e così documento e firma, grazie, pronti, via. 

Quando ho dato la disponibilità ad autenticare le firme mi è sembrata la cosa giusta da fare, o almeno la più coerente. Ho seguito tutte le udienze del processo nei confronti di Marco Cappato, che della Luca Coscioni è tesoriere ma soprattutto volto spendibilissimo, occhi chiari e parlantina efficace che, scoprirò, ha molti fan soprattutto tra i più giovani. Il processo è quello in cui è stato assolto perché il fatto non sussiste, dopo che la Corte Costituzionale ha stabilito che nel suo caso vi fossero le condizioni secondo cui aiutare qualcuno a morire non è reato, come invece stabilito dall’articolo 580 del nostro codice penale. Ricordo che già allora l’aula della Corte d’Assise di Milano era piena: non solo amici di Dj Fabo, che da Cappato era stato accompagnato in Svizzera per ricorrere al cosiddetto suicidio assistito, non solo attivisti, ma molta gente venuta lì per capire e sostenere un’idea, quella secondo cui la libertà individuale è anche libertà di morire. 

Non mi aspettavo, però, che la gente venisse apposta per firmare. Abituata a schivare con allenata abilità ogni banchetto metropolitano che negli anni mi si è presentato davanti («Sei contrario alla droga?», o il più subdolo «Ti piace leggere?»), pensavo che a parte i pochi informati nessuno avrebbe trovato il tempo o la voglia di fare qualcosa senza un tornaconto immediato, solo perché «è giusto così». Mi devo ricredere immediatamente. Non solo vogliono firmare, tirando fuori documenti infilati nelle tasche di borse stracolme, ma vogliono pure parlare. Chiedere, dire la loro, raccontare. Una cinquantenne abbronzata, jeans e sorriso bianchissimo, dice «Mia madre ha sofferto per 9 anni, male incurabile: non sopporto che altri vivano quello stesso senso di impotenza nei confronti della propria vita». Firma, via. 

Manola vive qui da vent’anni, si è sposata con un italiano ma è di Madrid. «Mio marito sta parcheggiando, adesso arriva e firma pure lui: lo sapete che in Spagna una legge sull’eutanasia ce l’abbiamo già?». Ha ragione, la loro legge, tra polemiche e ricorsi già annunciati, è in vigore da giugno, sono il settimo Paese al mondo ad avere depenalizzato l’aiuto al suicidio in presenza di determinate condizioni e di malattie incurabili.

Nei momenti di calma uno dei volontari va in giro per la piazza, spiega di che si tratta, invita a firmare. Una signora si arrabbia, spiega che solo Gesù Cristo può decidere se dobbiamo morire. Un’altra si offende, «Non sono così vecchia!». Scopro di avere qualità diplomatiche che farebbero di me una perfetta candidata alla Farnesina quando un signore sui sessanta si avvicina concitato: «Certo che firmo, io firmo tutto quello che c’è da firmare per la libertà, perché siamo in dittatura sanitaria. Ieri sono andato alla manifestazione, ma vi rendete conto che vogliono obbligarci a fare il vaccino?». Rabbrividisco, perché è chiaramente un no vax e sta arringando, dunque alitando, a mezzo metro da me, mi assicuro che la mia mascherina sia ben posizionata, lui ovviamente non la indossa e continua «Come se non lo sapessimo che sono tutte fake news! Guardate cosa succede in Israele!». Annuisco chiedendomi cosa sappia di Israele, mentre lui afferra la penna che dopo disinfetteremo: allora, la mette questa firma? 

Dopo il Portello, affronto il giro delle piazze milanesi con più sicurezza e in un nuvoloso martedì mattina autentico in via della Moscova, da sempre sede prediletta da chi è alla ricerca di firme e donazioni. Ogni quartiere ha un suo tipo preciso di firmatari, qui sono tutti più eleganti, più informati, più sbrigativi. «Mi chiamo Lisa, mi occupo di comunicazione, come posso aiutarvi?». Borsa vintage di Gucci, orecchini vistosi e telefono tempestato di brillantini, Lisa ha settant’anni, un fidanzato che fa il ristoratore e tanta voglia di rendere il mondo un posto migliore. «Vi lascio il mio numero, le mie amiche non vedono l’ora di firmare, potremmo creare un evento». Addento una brioche di Princi e annuisco, le faccio anche i complimenti per la borsa. Il mio preferito è il tassista che parcheggia sul marciapiedi (non che a Milano sia cosa insolita): «Se mi promettete che facciamo presto firmo, sennò mi becco una multa». Tutti gli altri in fila lo fanno passare, mentre cerca il documento ci chiede se sappiamo dove siano i gazebo di Salvini, quelli per la riforma della giustizia. «Matteo è il mio politico preferito, mi piacerebbe che fosse il sindaco di Milano ma al governo può fare molte più cose». Ne sono certa, come documento va bene anche la patente, grazie, il prossimo.

Scopro dalla chat su Telegram, quella su cui ci scambiamo disponibilità e foto di Cappato con i capelli al vento su un traghetto nello Stretto di Messina, che il gazebo più divertente è quello di via Lecco, in Porta Venezia. Gli organizzatori sono giovanissimi, frequentatori del quartiere movida per eccellenza, nonché sede di bar che sono storici punti di riferimento della comunità LGBTQ+. Lì, mi dicono, i moduli si firmano praticamente da soli. Gli orari sono dalle 20 alle 2 del mattino, i più affollati. Mi innamoro subito del banchetto a cui non manca nessuna comodità, hanno anche le lucine di Tiger. Un ragazzo, accento straniero, chiede di firmare, ma prima vuole spiegarci una cosa: «Io sono cattolico e vorrei dirvi che qui la religione non c’entra niente, è solo un alibi per i politici che non hanno il coraggio di fare le leggi. Perché io prego in chiesa ma sono d’accordo con la libertà di morire, e sono sicuro che anche Dio la pensi come me». Ragazze bellissime, in gruppo, con i cocktail in mano, chiacchierano mentre tirano fuori i documenti.

Chiedo se siano iscritte alle liste elettorali di Milano e una risponde di non avere ancora la cittadinanza «Ma voglio firmare, ne abbiamo parlato anche a scuola, posso?». Non può. Il miracolo che nelle scorse settimane mi ha fatto ricredere su tutto, sulla buona volontà della gente, sulla politica, sul mondo, vacilla un po’ di fronte alla delusione di una diciottenne nata qui ma con genitori indiani, in attesa che la sua domanda di cittadinanza venga accettata. Intanto il totale necessario di firme è stato già raggiunto a metà agosto, perfino prima del termine previsto, il 30 settembre. E poi, si spera, il referendum. Però che fatica, la democrazia.

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