Lo specchio tedescoEcco che cosa suggeriscono all’Italia le elezioni in Germania

I socialdemocratici salgono (e non soltanto a Berlino), i democristiani scendono (e faticano in tutta Europa). I partiti terzi possono fare da ago della bilancia. Mentre gli estremisti vivacchiano o rischiano l’irrilevanza

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“Ciao Mutti”, è scritto su un manifesto affisso ovunque in Germania. Ed è un “ciao” carico di ansia. Ansia giustificata e confermata dalla realtà: infatti che cosa succederà dopo la lunghissima premiership di “mamma” Angela Merkel le urne tedesche non ce lo hanno detto, così che la notte di Berlino somiglia molto a una di quelle notti romane, quelle notti democristiane di una volta quando la sera del voto il futuro era tutto da scrivere. Il governo tedesco vedrà la luce fra settimane, forse mesi. La Merkel lascia la sua eredità – così sembrava nella notte – metà ai socialdemocratici (in crescita) e metà ai suoi popolari (in discesa), con Verdi e Liberali a fare da ago della bilancia. Tutto è possibile, ma con un punto fermo: i Verdi non si alleeranno mai con i democristiani ed è soprattutto per questo che i socialdemocratici potrebbero tornare alla Cancelleria con Olaf Scholz, dopo tanti anni dall’ultimo premier socialdemocratico, Gerhard Schröder.

Un voto difficile: perciò, trarre fuori qualche tendenza “europea”, che come tale parli anche all’Italia, non è semplicissimo. Il commento più inutile l’ha fatto il nostro ministro degli Esteri Luigi Di Maio: «Ha perso il sovranismo». Già, ma in queste elezioni tedesche il sovranismo non giocava proprio. Quello è in Italia, incarnato dai suoi ex alleati della Lega. Forse ha sbagliato il foglietto della dichiarazione.

Grosso modo si può dire che sull’Europa spira un venticello riformista che in Germania si è espresso nella buona affermazione dei socialdemocratici e dei Grünen, possibili alleati di un governo con anche i liberali. Se così sarà, la Cdu sarà relegata all’opposizione, e dunque i popolari europei governerebbero solo in Austria, in Grecia, a Cipro e da poche altre parti (e parzialmente anche in Italia con Silvio Berlusconi), con un chiaro appannamento del loro ruolo. Ma bisognerà vedere come si svilupperanno le super-trattative tra tutti i partiti, trattative nelle quali i popolari di Armin Laschet giocheranno le loro carte.
I Verdi, storicamente radicati in Germania, saranno in qualunque combinazione di governo: ma qui è veramente difficile stabilire se il buon risultato dei Grünen avrà effetti in Italia, dove da decenni si susseguono tentativi di dare forma politica alla sensibilità ambientalista senza particolare successo. E, a occhio, la funzione dei Verdi in Italia è svolta più dal Pd, o persino da Mario Draghi, che dal vecchio Sole che ride ed è per questo che sarebbe illusorio da parte dei Verdi italiani sperare in un meccanico effetto berlinese in loro favore.
L’altro ago della bilancia è il partito liberale, formazione di centro democratico, un’area che il sistema proporzionale tiene in vita e anzi tende a valorizzare: e in chiave italiana la cosa è ben presente ai bipolaristi come Enrico Letta che per questo tenterà di bloccare ogni forma di ritorno al proporzionale in base alla ferrea logica dell’ “o di qua o di là”, uno schema che non si è capito bene se sia del segretario o di tutto il partito.
Non si affievolisce, ma neppure cresce, l’estrema destra neofascista di Afd, ed è una stagnazione che in qualche modo imita quella dei lepenisti in Francia e di Vox in Spagna, e non è una buona notizia per i nostalgici italiani, detto con riferimento a una parte dell’elettorato di Giorgia Meloni. Infine il dato più evidente, la botta di Linke, il partito di estrema sinistra, che lotta per superare la soglia di sbarramento del 5 per cento: un ennesimo segno di come il radicalismo della sinistra d’opposizione abbia stancato il Vecchio Continente. E anche questa è una lezione.