Inside OsloUn laburista milionario potrebbe diventare il prossimo premier della Norvegia

Il Arbeiderpartiet guidato dal 61enne Jonas Gahr Støre ha vinto le elezioni promettendo di combattere la crescente disuguaglianza sociale, Ma non sarà facile formare subito un governo di coalizione con il Centro e la Sinistra socialista. Dalla transizione ecologica al rapporto con l’Unione europea sono tante le sfumature che dividono i tre partiti

LaPresse

Il regno di Iron Erna è finito. La Norvegia ha deciso di cambiare pagina: le elezioni di lunedì 13 settembre hanno consegnato un chiaro mandato di formare un nuovo governo al leader dell’opposizione, il laburista Jonas Gahr Støre. Lo dicono i numeri, che evidenziano il successo del Partito laburista (Arbeiderpartiet), che ha raggiunto il 26,35 per cento delle preferenze, seguito dal secondo posto della Destra (Høyre) della premier Erna Solberg, che ha superato di poco i 20 punti percentuali e dal terzo del Centro (Sentierpartiet), fermo al 13,58 per cento. «Abbiamo aspettato, abbiamo sperato e lavorato tanto. E ora possiamo finalmente dire che ce l’abbiamo fatta», ha dichiarato Støre.

I colloqui per formare una coalizione di governo partiranno subito. Per ottenere la maggioranza nello Storting, il Parlamento monocamerale norvegese da 169 seggi, serve una maggioranza di 85 parlamentari, obiettivo impossibile da ottenere per i soli laburisti, che adesso cercheranno alleati.
Cosa potrebbe accadere

La coalizione di Støre comprende il Centro e la Sinistra socialista (Sosialistisk venstreparti), che ha ottenuto il 7,48 per cento dei voti. C’è però un problema: tra partiti non corre buon sangue. Il partito di Centro, che rappresenta le comunità rurali, non vorrebbe entrare in alcuna coalizione comprendente né la Sinistra socialista né tantomeno i Verdi o i Rødt, partito di estrema sinistra di ispirazione marxista, che sposterebbero il numero dei seggi di una potenziale coalizione rosso-verde da quota 89 ad addirittura 100 seggi. A dividerli però c’è quasi tutto.

Uno dei punti più controversi è per esempio il clima, un tema sentito in Norvegia che rimane a oggi uno dei più grandi produttori mondiali di petrolio. Dalla vendita dei barili di greggio nasce il fondo sovrano norvegese, presente nel capitale di oltre 8 mila aziende e giunto al 30 giugno al valore di 11.673 miliardi di corone norvegesi, al cambio circa 1,117 miliardi di euro, secondo le ultime stime della Banca Centrale di Norvegia. Una ricchezza immensa, che impone però, vista la sua origine, una scelta drastica.

Da un lato Sinistra socialista e Centro vorrebbero un approccio più aggressivo verso il passaggio alle energie rinnovabili mentre dall’altro i laburisti preferirebbero maggiore gradualità: infatti Støre ha già rifiutato l’ultimatum dei Verdi, che hanno offerto il loro appoggio a un nuovo esecutivo solo a patto di porre fine all’esplorazione petrolifera nel Paese e di concludere la produzione entro il 2035. Concludere l’accordo rinnovando le licenze nelle aree dove è già permessa l’estrazione farebbe felici tutti, anche perché la fine totale della produzione sarebbe un enorme problema per un’industria che occupa quasi 200 mila addetti in maniera diretta o indiretta.

Altra questione rilevante è il rapporto con l’Unione europea. Il partito laburista vorrebbe mantenere intatto l’attuale accordo con Bruxelles sul SEE, lo Spazio Economico Europeo, ma gli altri membri della futura coalizione non sembrano essere molto d’accordo. «Il problema con l’accordo che abbiamo oggi è che trasferiamo gradualmente sempre più potere dai legislatori norvegesi ai burocrati di Bruxelles, gente senza alcuna responsabilità politica diretta. Mi riferisco in particolare agli accordi nell’area dell’energia», ha dichiarato Trygve Slagsvold Vedum, leader del Partito di Centro.

Le difficili negoziazioni tra Londra e l’Unione hanno però spaventato i favorevoli a una rinegoziazione. «Se vado da mia moglie e le dico “Guarda, siamo sposati da anni e le cose vanno abbastanza bene, ma ora voglio guardarmi intorno per vedere se ci sono altre opzioni là fuori” … Nessuno (a Bruxelles) risponderà al telefono per rinegoziare», ha dichiarato Støre. Una metafora che ha portato la pronta risposta di Slagsvold Vedum: «Se tua moglie ti calpestasse ogni giorno, forse reagiresti». Nonostante i norvegesi abbiano per ben due volte respinto l’adesione all’Unione, nel 1972 e nel 1994, la maggioranza della popolazione rimane favorevole al SEE: per questo sul tema sembrano difficili i compromessi, nonostante le posizioni diverse.

La coalizione di governo si deve ancora formare ma tutto lascia pensare che sarà il leader laburista Jonas Gahr Støre il prossimo premier. Classe 1960, Støre è piuttosto conosciuto in Norvegia: ha ricoperto infatti diverse cariche ministeriali nei governi guidati da Jens Stoltenberg e, quando l’ex premier è diventato il nuovo segretario generale della NATO, gli è succeduto alla guida del partito laburista. Un particolare non da poco per un leader di sinistra è la sua fortuna personale. Støre, infatti, ha un patrimonio stimato in 140 milioni di corone, al cambio pari a circa 14 milioni di euro, legato sia all’eredità di famiglia, in particolare alla vendita della Jøtul, azienda che fabbricava caminetti in ghisa, da parte del nonno nel 1977, che al controllo della società di investimento Femstø.

Soltanto nel 2020 l’impresa ha pagato quasi 140 mila euro di dividendi a Støre, secondo la panoramica fornita dallo stesso candidato e dal il partito laburista in una panoramica effettuata lo scorso luglio. La questione della ricchezza è la più dibattuta, visto che più volte ha dovuto dar prova del suo patrimonio, ma non è la sola: nella carriera politica di Støre ci sono altri episodi piuttosto contestati. Il primo è del 2011, quando Khaled Meshaal, leader di Hamas, ha confermato ai media norvegesi di aver avuto conversazioni telefoniche dirette con Støre mentre era a capo del ministero degli esteri. Hamas non è considerata un’organizzazione terroristica in Norvegia ma un personaggio politico molto scomodo con cui parlare sì: per questo l’attuale leader laburista ha cercato prima di negare ogni accusa e poi di rifare l’intervista per rivedere quanto detto.

Altra questione scottante sono state le critiche di Geir Lundestad, segretario del Comitato per il Premio Nobel. In un’intervista del 2015 alla BBC Lundestad ha accusato Støre di aver fatto pressioni sul Comitato per non assegnare il premio Nobel 2010 a Liu Xiaobo, attivista cinese contrario al regime di Pechino, per paura di un deterioramento del rapporto tra Oslo e la Cina. Una richiesta respinta al mittente.

Il futuro dei conservatori e di Ema Solberg
Grandi sconfitti di queste elezioni sono i conservatori, con la premier Erna Solberg destinata a chiudere la sua esperienza di governo durata 8 anni. «Il nostro lavoro è finito. Voglio congratularmi con Støre, che ora sembra avere una netta maggioranza per un cambio di governo», ha dichiarato la premier riconoscendo la sconfitta. Rispetto al 2017, il voto di quest’anno ha risentito soprattutto del calo dei consensi di Høyre, la formazione guidata da Solberg, e del suo principale alleato, il Partito del Progresso, che hanno perso rispettivamente 5 e 4 punti percentuali, mentre il Partito popolare cristiano, presente con ben tre esponenti nell’ultimo esecutivo, non ha superato la soglia di sbarramento del 4 per cento.

A influire sul risultato dei partiti di governo è stata soprattutto la crescente disuguaglianza sociale, tema su cui i laburisti hanno basato e vinto la campagna elettorale. «Sono aumentati i milionari sotto il suo governo», ha denunciato un pensionato in un’intervista a France24. Adesso per i conservatori dovranno andare all’opposizione così come per Solberg, che tornerà a sedere in Parlamento come semplice deputata, dopo essere stata il primo ministro più longevo nella storia del suo partito. Un dato che può essere ancora ritoccato, visto che, a 60 anni, può ancora cambiare la sua storia politica.

La tradizione vuole che i primi ministri norvegesi concludano la propria carriera politica con un incarico internazionale, come ha fatto da ultimo lo stesso Stoltenberg. Eppure, l’annuncio dopo la sconfitta elettorale lascia presagire un altro futuro: «ci vediamo nel 2025».