L’errore di Di MaioNon è la verità di Stato l’antidoto contro le fake news

Il ministro degli Esteri sbaglia se pensa di poter risolvere il problema della disinformazione concentrandosi solo sulla comunicazione online, conferendo ai governi sempre più potere d’intervento. Per migliorare il dibattito italiano abbiamo bisogno di più pluralismo e meno monopolio pubblico. L’editoriale dell’Istituto Bruno Leoni su Linkiesta

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«L’ondata di disinformazione e fake news a cui abbiamo assistito negli ultimi anni, in Europa e nel mondo, rischia di indebolire il diritto a una corretta informazione, che è alla base dei principi di cittadinanza democratica». Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri, Luigi di Maio, alla conferenza stampa per il lancio dell’Osservatorio italiano dei Media Digitali. E ha aggiunto: «L’Italia ha partecipato attivamente alle discussioni, in ambito UE, che hanno portato all’adozione di piani d’azione sulla disinformazione e codici di condotta per le piattaforme digitali. È stato, inoltre, istituito un sistema di allerta rapida, teso ad agevolare la condivisione di dati fra Stati Membri e Istituzioni Ue e a segnalare le minacce in tempo reale».

In astratto sembrano parole di buonsenso; in concreto nascondono, però, un pericolo. È vero che la disinformazione, sia quando viene diffusa ad arte sia quando si propaga in modo più o meno spontaneo, rappresenta una minaccia per la convivenza civile. Ma tale problema non può essere affrontato definendo una specie di “verità di Stato”, affidando a organismi governativi il compito di certificare la veridicità di quanto viene detto online.

Ci sono almeno tre questioni insuperabili. La prima riguarda il concetto stesso di verità: specie quando parliamo di nozioni scientifiche in divenire, non esiste – né può esistere – un modo di distinguere la verità oltre ogni ragionevole dubbio. Lo conferma la cacofonia degli esperti che, su qualunque tema, passano le giornate a contraddirsi reciprocamente in televisione. Perfino sulle questioni apparentemente semplici distinguere il vero dal falso può essere complesso: sulla base delle dichiarazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità nelle prime fasi della pandemia, per esempio, la polizia anti fake news avrebbe dovuto silenziare gli inviti a usare la mascherina, che invece si è rivelata il più efficace strumento di contenimento del contagio fino all’immissione in commercio dei vaccini.

Consegnare le chiavi della verità a un potere centralizzato contiene sempre i semi del conflitto: è facile immaginare i propri governanti come saggi e illuminati meritevoli della nostra delega, ma cosa succede quando cambiano e al potere si trovano personaggi per i quali abbiamo disistima o timore? Chissà se gli stessi che oggi applaudono a Di Maio si sentirebbero a proprio agio vedendo Matteo Salvini o Giorgia Meloni alla guida del ministero della Verità; e, beninteso, viceversa.

Infine, c’è una questione generale: la fake news più grande è che la fake news si diffondano solo (o prevalentemente) sulle piattaforme digitali. I social network possono certamente amplificare dei messaggi, ma lo stesso fanno i media tradizionali; e molte delle fake news che rimbalzano online trovano in verità spazio e attenzione sui quotidiani e le televisioni.

Insomma: è riduttivo pensare di poter risolvere un problema così gigantesco concentrandosi sulla sola comunicazione online e dando ai governi poteri più o meno espliciti di intervento. Il controllo dell’informazione è uno dei fondamenti della società libera: e per questo è bene che sia il pluralismo, non il monopolio pubblico, a promuovere una discussione più ampia e informata.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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