InfodemiaCome i social hanno alimentato la disinformazione durante la pandemia

Nell’ultimo anno e mezzo abbiamo assistito a numerose proteste, prima da parte dei negazionisti del virus, ora da parte dei No Vax, nate sostanzialmente dalla diffusione online di fake news

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La MIT Technology Review (rivista dell’istituto di tecnologia del Massachusets) ha definito la pandemia di Covid-19 come la «prima vera infodemia» sui social network. National Geographic ha riportato un cospicuo aumento del numero di notizie false sugli animali (e in particolare sui social), durante quest’ultimo anno e mezzo. Altri studi recenti hanno dimostrato quanto le persone abbiano smesso di reperire informazioni dai browser e da altri metodi di ricerca, a favore dei social media.

Tutte queste informazioni hanno influenzato pesantemente i comportamenti delle persone, ed in particolare l’efficacia delle contromisure governative contro il virus.

Ma per capire fino a che punto i social abbiano influenzato l’informazione e, anzi, alimentato la propaganda anti-vaccinazioni e alimentato le fake news, dobbiamo tornare per un attimo alla mattina del 7 febbraio 2021, quando la dottoressa statunitense Michelle Rockwell ha aperto Facebook. Non poteva credere ai suoi occhi. In un messaggio privato c’era scritto: «Ehi, volevo solo farti sapere che sta girando un post su di te». Fine della conversazione. Invece no. C’era qualcos’altro in allegato al messaggio: Michelle Rockwell ha potuto vedere subito che qualcuno aveva fatto un collage di due post pubblicati sul suo profilo Instagram, qualche tempo prima.

Nel primo si vedeva la Rockwell festeggiare la vaccinazione contro il Covid, nel secondo la stessa Michelle condivideva la triste notizia di un aborto spontaneo. Chiunque avesse realizzato il collage, aveva etichettato le immagini facendo capire che l’aborto fosse avvenuto pochi giorni dopo aver fatto il vaccino. Un modo implicito per dire che il vaccino le aveva causato la perdita del bimbo. Lei è rimasta lì, incredula.

In realtà Michelle Rockwell aveva abortito tre settimane prima di ricevere il vaccino, il che significava che la persona che aveva creato e diffuso il post aveva maliziosamente montato due foto cambiando le date, per adattarle alla sua narrazione. La cosa peggiore, per lei, fu vedere che il post era stato già condiviso da moltissime persone, su Facebook, Twitter e Instagram.

La prima cosa che ha fatto è stata quella di segnalare i post. Facebook, da parte sua, non li ha cancellati, giustificandosi col fatto che non violavano gli standard della community, ma ha poi contattando individualmente gli account che avevano condiviso il post, chiedendogli di rimuoverlo.

In seguito alcuni utenti si sono scusati e hanno cancellato il post, altri hanno invece iniziato a commentare con frasi del tipo «Visto? Con il vaccino si diventa sterili».

Michelle Rockwell ha affermato che «la disinformazione si diffonde così rapidamente perché le persone non si fermano più a pensare, prima di premere il pulsante di condivisione». Secondo uno studio pubblicato nel 2018 sulla rivista Science, i post contenenti fake news si diffondono molto più rapidamente rispetto ai post veritieri, in parte perché queste notizie sembrano più nuove.

In generale, questo periodo non ha fatto altro che alimentare disinformazione e complottismo. Già all’inizio della pandemia sono state diffuse immagini, informazioni e testi che riguardavano l’origine del virus.

C’era chi sosteneva che fosse sfuggito accidentalmente dall’Istituto di virologia di Whuan, che fosse stato progettato intenzionalmente come arma biologica, o cospirazioni che riguardavano i campi elettromagnetici e l’introduzione del 5G nei telefoni cellulari.

Nell’aprile del 2020 circolarono voci su Facebook secondo le quali il governo degli Stati Uniti avrebbe scoperto e arrestato un certo Charles Lieber, presidente del Dipartimento di chimica e biologia chimica all’Università di Harvard, accusato di aver prodotto e venduto il virus alla Cina. Roba da “Breaking Bad”, insomma.

Le principali piattaforme social, dal canto loro, a febbraio 2020 avevano già annunciato l’intenzione di collaborare con l’Oms per affrontare la disinformazione sul coronavirus. Nonostante questo, una settimana dopo le speculazioni di Donald Trump secondo cui la luce solare avrebbe potuto uccidere il virus, il New York Times ha trovato ben 780 gruppi, 290 pagine Facebook, 9 account Instagram e migliaia di tweet a sostegno delle terapie con luce UV. L’11 agosto 2020 Facebook ha rimosso sette milioni di post con informazioni errate sul Covid-19.

Fonte: Reuters

Tantissimi politici, ma anche personaggi del mondo della medicina, virologi e immunologi hanno diffuso una gran quantità di informazioni false sul Covid, al punto che diversi Paesi, nel mondo, sono stati costretti ad approvare perfino delle leggi contro le fake news. Tra l’altro anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiarò che si fosse di fronte ad una vera e propria “infodemia” di informazioni errate sul coronavirus.

Fonte: Reuters

Durante tutto l’arco della pandemia, inoltre, moltissime celebrità hanno detto la loro attraverso post, video, stories e TikTok. Alcuni sono stati immediatamente condannati dai propri fans, tipo Ellen Degeneres e Gal Gadot, che si erano lamentati per essere rimasti bloccati nella loro villa in California, durante il primo lockdown. Altri, invece, hanno utilizzato i social per annunciare la loro positività al coronavirus (vedi Tom Hanks, Idris Elba e Daniel Dae Kim), ma ci sono stati anche influencer pagati per diffondere informazioni false sui vaccini. E qui arriviamo ai giorni nostri.

Secondo la Bbc, un’agenzia di marketing chiamata Fazze si è offerta di pagare alcune star dei social network con l’obiettivo di diffondere informazioni fuorvianti che riguardano i vaccini anti-Covid. In pratica lo youtuber di turno veniva contattato tramite e-mail con richieste del tipo: «Ti pago duemila euro, in cambio tu dici che il tasso di mortalità fra le persone che hanno fatto il vaccino Pfizer è quasi tre volte quello di AstraZeneca». Ovviamente le informazioni fornite non erano vere. Nel messaggio si incitava pure a «comportarsi come se si avesse passione e interesse per l’argomento».

In realtà ci sarebbero almeno una dozzina di personaggi responsabili della maggior parte della disinformazione online sulla diffusione del Covid-19, che genererebbero da soli il 65% di tutti i falsi miti e le teorie del complotto che girano su internet.

Come raccontato dal New York Times, tra loro ci sarebbe uno dei nipoti di John Kennedy, Robert Jr., terzogenito di Bob e figura di spicco del movimento “free vax”. Tra le sue massime, «i vaccini causano lesioni e morte» e le frasi a sostegno della falsa correlazione fra autismo e vaccini. A capo di questi personaggi ci sarebbe un certo Dottor Mercola, un osteopata che sostiene che i materassi a molle emanino radiazioni e che i lettini abbronzanti aiutino a prevenire il cancro e altre malattie. Ha quasi 2 milioni di follower su Facebook, un altro milione su Twitter e centinaia di migliaia sulle altre piattaforme.

Come scrive Reuters in questo articolo, poi, più che dal nulla, gran parte delle fake news prese in esame nei primi mesi dello scorso anno, mostrano una serie di notizie che sono state in qualche modo distorte, riadattate o rielaborate con l’obiettivo di creare una specifica narrazione. L’obiettivo era sempre lo stesso: manipolare l’opinione pubblica e incutere più paura possibile, nella testa delle persone. Prima nei confronti del virus, adesso per il vaccino. Ricorda qualcosa? Immigrazione, timore del diverso, omofobia. Gran parte della propaganda diffamatoria si basa sulla paura.

Anche i capi di governo non sono esenti da colpe. Boris Johnson, che inizialmente puntava all’immunità di gregge, è poi stato costretto a chiudere il Regno Unito in un lockdown più lungo di chiunque altro, a causa del record di casi che si erano registrati dall’inizio del contagio. O Bolsonaro, che in Brasile sosteneva che il Covid fosse una normale influenza ma che poi si è ammalato ed è finito in terapia intensiva con la maschera d’ossigeno attaccato alla faccia.

In tanti hanno polemizzato a più riprese sull’origine del virus, sull’uso delle mascherine e sulle riaperture delle attività economiche. Ad agosto 2020, ad esempio, Donald Trump ritwittò una teoria della cospirazione secondo cui i decessi per Covid sarebbero stati sistematicamente sovrastimati e che solo il 6% di quelli segnalati negli Stati Uniti proveniva a tutti gli effetti dalla malattia. Di contro, Biden a gennaio ha detto che «Facebook uccide più del virus» (riferendosi a quei 12 disinformatori che hanno il monopolio delle fake news sul web), mentre il nostro premier Mario Draghi, nel corso di una recente conferenza stampa ha affermato non senza polemiche che «chi non si vaccina muore».

Altri personaggi meno conosciuti, come i giornalisti Emilio Mola o Cathy La Torre, invece, stanno cercando di invertire la tendenza e anziché attaccare i No Vax cercano di spiegare, in modo semplice, quanto sia importante e logico vaccinarsi per uscire il prima possibile da questa emergenza. In un multipost pubblicato proprio in questi giorni sul suo profilo Instagram, Mola mette gli indecisi di fronte ad un test, attraverso il quale si ha la possibilità di scegliere liberamente e soprattutto consapevolmente se fare o meno il vaccino.

Quanto accaduto durante il corso di questa pandemia, insomma, non ha fatto altro che accentuare la diffusione di informazioni fuorvianti e fake news.

Si è in parte allargata quella forbice che esiste tra la corretta informazione (e le fonti, spesso considerate attendibili) e il comportamento delle persone. Se all’inizio, ad esempio, si brancolava nel buio e c’era la necessità di reperire più informazioni possibili su questo virus, adesso si dovrebbe fare quel passo in più per rendere il tutto più comprensibile, perché le soluzioni per far calare la diffusione di fake news, specialmente sui social, ci sono: se l’obiettivo è diminuire interazioni, condivisioni e commenti di un certo tipo di personaggi e di post, la soluzione è non dare quel post o personaggio in pasto all’algoritmo dei social.

Banalmente, non condividendolo (nemmeno per smontarlo o insultarlo) sarebbe già un gesto importante per non far circolare notizie false. Queste, infatti, si comportano come il virus: girano, e girano ancora, finché il vaccino (e in particolare gli anticorpi) lo bloccano, impedendogli di diffondersi. È questo l’unico vaccino contro la disinformazione.