Memorie di un autore perbeneLa televisione italiana raccontata attraverso le riunioni

Il libro di Pietro Galeotti (Feltrinelli) è una trafila di aneddoti, storie di flop e di successi, di scelte incomprensibili della dirigenza e del pubblico (amerà sempre le trasmissioni peggiori) e di imprese impossibili portate a termine con la cocciutaggine di chi non ha mai cambiato lavoro

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«Riunione ospiti a oltranza: no di Madonna, Bob Dylan fa sapere che la nostra proposta lo ha offeso, c’è uno che conosce Schwarzenegger ma adesso è in palestra (non Schwarzenegger, quello che lo conosce), Michelle Obama ancora non si è fatta viva, quello che porta gli ospiti americani dice che oggi per dopodomani può provare con Joan Collins. Frenetiche consultazioni su Internet per verificare che la stessa sia effettivamente ancora viva».

Non conosco neanche un autore televisivo italiano cui non faccia schifo il proprio lavoro. Non conosco neanche un autore televisivo italiano che non disprezzi il pubblico. Non conosco neanche un autore televisivo italiano che non sia molto meglio dei programmi che fa.

Pietro Galeotti fa l’autore televisivo da prima che lo conoscessi, e considerato che lo conosco da venticinque anni, e che gli ultimi venticinque sono gli anni in cui il mondo è più rapidamente cambiato nella storia dell’umanità, significa che ha la cocciutaggine di uno che facesse, chessò, il maniscalco.

L’unica persona che conosca che in questi venticinque anni non abbia mai cambiato lavoro ha, negli ultimi decenni, sempre preso appunti, su quaderni tutti uguali con su segnato l’anno: quel genere di feticismi che ti crei nel caso un giorno t’intervistasse la Paris Review, sapendo quanto farà scena dire che scrivi solo su quel modello di quaderno (certo, devi avere la previdenza d’accumularne una scorta che duri una vita, o la botta di culo che non smettano mai di produrli: il principale problema dei cinquantenni dell’epoca consumista è che l’oggetto con cui sono fissati prima o poi va fuori produzione).

Un giorno tutti quegli appunti tornano utili, e quindi adesso Galeotti ne ha fatto un libro (“La riunione”, edito da Feltrinelli). Il che non ho capito se significhi che ha infine cambiato lavoro (un libro è un lavoro?).

In questi decenni in cui ha fatto sempre le stesse riunioni, Galeotti ha fatto di tutto.

Il Sanremo per il quale la Rai, un luogo dell’anima in cui è fideistica la parola «precedente» (cioè: i contratti che, chiunque tu sia e qualunque Nobel abbia vinto fuori di lì, tu hai già avuto con loro, e che sono l’unico criterio con cui l’azienda stabilisce i tuoi compensi), offrì a Renato Dulbecco duecentocinquantamila lire a puntata; ma anche quello in cui un ospite (superospite, nell’orrido gergo televisivo) annuncia bello sereno che il suo aereo decolla all’ora alla quale la serata sanremese è ai titoli di testa: «Fingo disinvoltura e accolgo la notizia come se fosse la cosa più irrilevante di sempre. Dentro di me realizzo che sta per cominciare la più lunga partita a poker della mia vita».

Le riflessioni che fa anche il pubblico inattrezzato, convinto – esso pubblico – che siano ingenuità da non addetti ai lavori, e invece: «Restano a oggi sconosciute le ragioni per cui un brutto format straniero di 50 minuti deve diventare un orrendo programma di tre ore da noi. Il pubblico italiano è tre volte più resistente di quello straniero? Abbiamo il triplo del cattivo gusto? Ci mettiamo tre ore a capire quello che gli altri capiscono in una?». Oppure: «Il picco d’ascolto della trasmissione cui stai lavorando coincide immancabilmente con quello che giudicavi il minuto di televisione più brutto mai visto in vita tua».

Molte stagioni di Che tempo che fa, e rievocherò qui la domenica mattina in cui incrociai Galeotti nel nostro comune quartiere, vestito con un garbatissimo golfino, lui mi disse che doveva andare a cambiarsi prima di andare nello studio televisivo da cui avrebbero trasmesso, io lo guardai come fosse matto, lui mi disse che non stava bene andare a lavorare senza cravatta, io lo guardai come fosse ancora più matto, e anni dopo ho aperto il suo libro e ci ho trovato la risposta.

«Decine di anni consumati sgretolando panini contundenti in compagnia di altri disgraziati come me, trasandati – loro – come chissà perché si ritiene che un autore debba trasandarsi con certi orrendi maglioni girocollo e quelle felpe da ergastolani e sulle spalle l’immancabile zainetto più adatto a una gita al Terminillo che a un caffè da Rosati». La cravatta come segnalazione di superiorità nei confronti del disgraziato a fianco, ma anche come appunto in uno di quei quadernetti, il più impubblicabile dei quadernetti, come appunto che ricordi: io voglio essere Achille Campanile, mica uno di voi derelitti che guardate le curve dello share.

Te lo vedi, Galeotti, più capace di Capote di dissimulare l’esasperazione, ma altrettanto intento a chiedersi cosa credono ci faccia, in mezzo a loro, se non prendere appunti. Sono uno scrittore, sbottava Capote – Galeotti non lo direbbe mai, è più del genere Aniene, «che sopportiamo e che non esondiamo mai»; però annota: «Vorrei avere le parole adatte per descrivere quell’impercettibile luccichio da truffatore mediorientale che illumina gli occhi dei dirigenti quando nell’aria risuona la parola fatale: Format!».

In uno dei cento punti della lettura in cui ho riconosciuto aneddoti che avevo sentito quand’erano freschi, ho chiesto all’autore: ma Tizio per aver raccontato questo non ti querela? L’autore ha sorriso come sorridono quelli che fanno gli autori televisivi in Italia, un paese in cui gli autori televisivi sono pagati per non scrivere una riga mai e fare da badanti all’ego dei conduttori sempre, e ha detto: figurati se legge, ma poi anche leggesse, figurati se si riconosce.

Vale per tutti. Chissà se leggono fino a pagina 50 e chissà se sono in grado di riconoscersi quelli che la settimana prossima commenteranno i dati d’ascolto di [omissis]: «Oggi, ma anche domani dopodomani e per tutti i giorni a venire, si festeggia la Giornata Mondiale della frase “XY (inserire nome a piacere) non è adatto per il pubblico di Rai Uno”».

Ci sono pochissimi nomi, nella Riunione. Quelli che non vengono omessi, vengono fatti perché solo loro possono dire l’indicibile, e farti venire una struggente nostalgia del tempo in cui farci ridere aveva più valore che non offenderci: «Perché vale la pena stare in riunione oggi? Per sentire Carlo Fruttero che con uno studiato, inimitabile filo di voce dice a proposito della sua eleganza: “Non sono giovane, non sono abbronzato, non sono bello. Così ho scelto uno stile disabile chic”».

Una delle cose che fanno più ridere del libro è il crescendo di surreali mail a Michelle Obama per convincerla ad andare ospite. A un certo punto le si promette addirittura un hotel quattro stelle. Mi sono ricordata, leggendo, d’una delle mille polemiche sulle produzioni esterne, dell’autore che in quell’occasione mi disse certo, ce lo vedi il tal programma prodotto dalla Rai invece che dalla Endemol, così quando viene Madonna le dici che le regole Rai pretendono lei dorma nel tre stelle convenzionato. (È mia convinzione che sia inutile inventarsi varietà, basterebbe mandare in onda le riunioni in cui si tentano d’aggirare questo e altri impedimenti a fare intrattenimento patinato in un paese votato alla ministerialità).

«Riepilogo: siamo chiusi in una stanza decrepita, a Roma, con un format battente bandiera bananense, e un presentatore da miracolare scelto tra una terna malandata».

Le parti più riuscite della Riunione sono quelle in cui Galeotti fa Stefano Benni, ma le mie preferite sono gli accenni di memoir famigliare (tifo per un libro tutto loro, suggerisco il titolo gucciniano “Son della razza mia il primo che ha studiato”).

Galeotti è figlio d’un operaio con velleità imprenditoriali. Non poteva mica finir bene: «In soli due anni il capriccio del papà imprenditore ci aveva lasciato con molti più debiti di quando eravamo partiti. Io, che frequentando quell’anno la prima media avevo il titolo di studio più elevato in famiglia, fui incaricato di scrivere la lettera alla Confartigianato della Liguria in cui si dava notizia della cessazione di attività della piccola impresa con conseguente estinzione dei debiti».

E di una madre com’erano le madri d’una volta, prima dell’epoca in cui feticizziamo i bambini: «Mia madre mi ha picchiato con qualunque strumento a sua disposizione, dal mestolo al mattarello, fino al giorno in cui ho compiuto dieci anni, quando improvvisamente si accorse che ero diventato più alto di lei. E che io mi ero accorto che lei si era accorta. Da quel giorno cominciò a minacciarmi di morte, ma dalla stanza accanto».

Gente che mica poteva finire su Chi a dirsi tanto fiera del proprio bambino che fa un lavoro «in cui uomini adulti e di buone letture parlano seriamente per ore di come risolvere il problema di mandare in onda un programma condotto da Mina e Celentano partendo dalla premessa che Mina e Celentano non intendono apparire».

«Mio padre che fu operaio, dunque una persona seria, ogni volta che cercava di spiegare a qualcuno il mio lavoro non sapendo cosa dire, e neppure cosa facessi esattamente, per troncare il discorso diceva “il giornalista”, che più o meno capiscono tutti».