Green Pass per lavorareOrlando spiega che per ora è giusto evitare l’obbligo vaccinale

«Il sindacato ha svolto un ruolo importante nel garantire la sicurezza nei luoghi di lavoro. È il momento di spingere tutti insieme affinché la copertura vaccinale raggiunga i traguardi previsti», dice il ministro. Ma niente tamponi gratis, come chiedevano le sigle

Foto Roberto Monaldo / LaPresse

«Si sono fatti dei passi per ascoltare le ragioni del sindacato, il principio del tampone gratis avrebbe minato l’impalcatura della campagna vaccinale che è lo strumento chiave della lotta alla pandemia. La priorità è la sicurezza nei luoghi di lavoro e non possiamo permetterci nuove restrizioni in autunno». Parla così il ministro del Lavoro Andrea Orlando in un’intervista a Repubblica, il giorno dopo l’approvazione all’unanimità del decreto che estende dal 15 ottobre e fino al 31 dicembre l’obbligatorietà del Green Pass ai lavoratori pubblici e privati. Un provvedimento che interessa 23 milioni di italiani.

I sindacati chiedevano tamponi gratis, ma il governo li ha garantiti solo per chi è stato esentato dalla vaccinazione. Per tutti gli altri, ci saranno costi ribassati per effettuare i test nelle farmacie. I tamponi molecolari avranno una durata di 72 ore, quelli rapidi (antigenici) di 48. «Il vaccino è gratis», ricorda Orlando. «C’è la possibilità di ottenere il Green Pass senza alcun costo», aggiunge e, peraltro, «il nostro decreto prevede un prezzo calmierato per i tamponi. Il sindacato ci ha chiesto perché non adottare l’obbligo vaccinale e noi abbiamo spiegato che, pur senza escluderlo, in questo momento preferiamo evitare una polarizzazione delle posizioni sul vaccino che sarebbe dannosa e controproducente».

Orlando chiede ora una nuova assunzione di responsabilità del sindacato: «Ha svolto un ruolo importante nel garantire la sicurezza nei luoghi di lavoro. È il momento di spingere tutti insieme affinché la copertura vaccinale raggiunga i traguardi previsti. Il Green Pass consente una scelta ed evita una messa al bando di chi non si vaccina, un’esclusione che può creare un problema di marginalizzazione».

Così, spiega il ministro, si cercano di convincere i dubbiosi e gli scettici a vaccinarsi, perché «escludo che i circa quattro milioni di lavoratori non ancora vaccinati siano tutti No Vax. Anzi, sono sicuro che questi siano una esigua minoranza. La maggior parte dei non vaccinati è composta da persone che nutrono dubbi e perplessità, anche a causa di un dibattito pubblico e di una comunicazione che ha avuto momenti di confusione e contraddittorietà».

Nel provvedimento, le sanzioni per i lavoratori non in regola nel privato scattano dopo il primo giorno, nel pubblico dopo cinque. Perché questa differenza? «La norma tiene conto del fatto che c’è un mese di tempo per adeguarsi al decreto e viene declinata alle dimensioni dell’impresa», risponde Orlando. Ovviamente, ammette, «non posso escludere che si verifichino problemi logistici o burocratici, nel caso li affronteremo, ma come per tutte le misure anti-Covid abbiamo scelto la strada con meno complicazioni».

E sulla divergenza tra il ministro Franceschini e il ministro Speranza sul tema della capienza delle sale per cinema e teatri, Orlando dice di condividere la posizione del titolare dei Beni culturali: «Il Green Pass serve appunto a tornare verso una situazione ordinaria. La necessità di procedere con cautela e la decisione di non ripristinare subito la capienza piena non hanno impedito di stabilire che a breve sarà fatta una valutazione per rivedere le regole di questo settore».

Orlando poi, come fatto da Enrico Letta esprime parole di elogio per il modo del ministro leghista Giorgetti di stare al governo, ben diverso dalla Lega di piazza. «Al di là delle ovvie differenze su molti temi, la condotta di Giorgetti è apprezzabile», dice.

Ma Giorgetti è anche il primo avversario di Orlando nel suo decreto anti-delocalizzazioni. «Ci stiamo lavorando insieme, si sono fatti passi avanti, ma è inutile negare che tra noi e la Lega ci sono posizioni diverse. In un Paese normale non dovrebbe sorprendere che tra forze così distanti ci sia convergenza nella lotta al virus e diversità d’approccio su questioni sociali ed economiche», racconta. Ma il ministro del Lavoro difende la sua posizione: «Alle aziende interessa una giustizia rapida, una burocrazia snella. E la flessibilità mi pare abbondantemente assicurata da una normativa che in qualche occasione ha persino ecceduto. Vogliamo difendere il tessuto industriale italiano da fenomeni predatori». L’obiettivo, dice, è regolare le condotte «per chi lascia senza un percorso ordinato e senza garantire a lavoratori e imprese dell’indotto di organizzarsi contro il rischio di chiusure improvvise».