Il guru social pronto a chiarireIl racconto di uno dei ragazzi presenti nella villa di Luca Morisi

Parla ai giornali il ventenne romeno, che nel frattempo è rientrato a Bucarest: «Quella notte mi ha distrutto la vita. Mi sono sentito male e sono fuggito. Con me ho prove, foto e chat che dimostrano che tutto ciò che vi dirò è la verità»

Foto Roberto Monaldo / LaPresse

Si chiamerebbe Petre uno dei due ragazzi ventenni romeni presenti alla festa nella villa di Luca Morisi, il guru social di Matteo Salvini, lo scorso 14 agosto. Sarebbe stato lui a consegnare ai Carabinieri la droga che, nella sua versione, era a casa dell’inventore della “Bestia” della Lega.

Il racconto di quelle ore è riportato in tre diverse interviste rilasciate da Bucarest a Repubblica, La Stampa e Corriere. I dettagli sono confusi e spesso contraddittori, per cui vanno presi con le pinze. Intanto Luca Morisi, tramite il suo avvocato Fabio Pinelli, ha annunciato che è pronto a spiegare agli investigatori perché ci fossero quasi due grammi di cocaina nel suo appartamento di Belfiore.

«Quella notte a casa di Luca Morisi mi ha distrutto la vita. Mi sono sentito male e sono fuggito. Con me ho prove, foto e chat che dimostrano che tutto ciò che vi dirò è la verità», dice Petre dalla Romania. Vent’anni, escort per necessità – raccontano i giornali – il 14 agosto ha condotto i carabinieri nell’alloggio di Morisi mostrando loro dove era nascosta la cocaina.

Il racconto di Petre, denunciato a piede libero per detenzione di stupefacenti come Morisi, a tratti è confuso. Ma dice: «Sono incazzato per quello che sto leggendo sui giornali, le cose sono andate diversamente».

L’aggancio con Morisi è stato «un mio amico, che ha vent’anni, vive come me a Milano ed è romeno, è stato contattato da lui poco prima di Ferragosto», dice. «Entrambi abbiamo profili sia su Instagram sia su Grindr, i nostri numeri sono su alcuni siti di escort gay. Sinceramente non so quali canali abbia scelto per agganciarlo. So soltanto che il mio amico a un certo punto mi chiama e mi dice che questo Morisi ci vuole incontrare».

La cifra pattuita, spiega, è stata di «4.000 euro, per andare da Milano a Belfiore e passare con lui una giornata. L’accordo tra noi era che ci saremmo divisi a metà il compenso. Prima di partire da Milano, il mio amico ha ricevuto da Morisi un bonifico di 2.500 euro. Di questi, me ne ha dati in contanti 500 perché aveva un debito da saldare avendo sulla mia partita Iva il contratto del suo telefono. Dopo il bonifico, andiamo a Belfiore. Il secondo bonifico non è mai arrivato».

Petre racconta che Morisi «era molto gentile. Abbiamo trascorso con lui la serata, circa 12 ore insieme o forse qualcosa di più, non so dirlo con certezza». E poi dice: «Di quella notte ho ricordi annebbiati, ho perso in parte la memoria per ciò che è successo…». All’inizio, dice, «ci siamo divertiti tutti, e ci siamo drogati. La roba ce l’ha offerta Morisi. Non era la prima volta che lo facevo, ma non mi è mai capitato di sentirmi così male… ne ho consumata troppa, ero devastato, mi ha preso male e a un certo punto, non so dire dopo quanto tempo, volevo andare via. Ma gli altri due mi hanno detto di no…».

A quel punto «sono scappato! Mi hanno visto tutti, anche una signora col cane che abita lì vicino. Lo possono testimoniare i filmati delle telecamere di sorveglianza. Sono fuggito e ho chiamato col cellulare i carabinieri». Non stava subendo violenza, precisa, né Morisi lo ha costretto a consumare droga. «Assolutamente no, però non stavo bene. Ero terrorizzato ed alterato dalla roba e volevo andarmene. Non so, mi è sembrato naturale chiamare i carabinieri».

«Sono corso fuori, lì davanti al cascinale c’è un viale alberato, mi sono messo a correre lungo la strada. Prima il mio amico romeno e poi Morisi mi hanno seguito», racconta. «Mi sembra con la macchina, ma ammetto di non ricordare bene. Ho visto l’auto nera dei carabinieri che veniva incontro a me. I carabinieri si sono fermati: c’eravamo io, il mio amico e Morisi. Ho raccontato cosa era successo, ho detto che da Morisi avrebbero trovato della droga e che ero disposto ad accompagnarli lì. Gli ho anche mostrato la boccetta con il Ghb, la droga dello stupro».

Il verbale descrive «una bottiglia (da succo di frutta) quasi piena in vetro, del volume di 125 ml, che lui stesso asseriva essere della droga da stupro (ghb)», spiega il Corriere.

«Mi ricordo che era nel cruscotto della macchina con cui siamo arrivati». E allora come fa a dire che era di Morisi? «Io non l’avevo portata», risponde. Forse il suo amico? «Non lo so. A me l’ha data Morisi e non so dire perché fosse finita in macchina».

Poi arriva il momento della perquisizione in casa dell’ex spin doctor di Salvini. «C’erano i piatti con la cocaina sopra. Sono stato io a indicare ai carabinieri la libreria al primo piano dove Morisi la teneva: lo sapevo perché durante la serata più volte era andato lì a prenderla», dice. Poi «ci hanno portato in caserma e i carabinieri mi hanno chiesto se volevo raccontare di nuovo tutto quanto, perché ero scappato, eccetera… Siccome ero confuso e siccome avevo realizzato che quel signore lì era un politico importante, ho avuto paura. Ho detto ai carabinieri di lasciare le cose come stavano. Volevo soltanto tornare a casa, ma è stato difficile perché fisicamente stavo male».

Petre racconta che è andato più volte in ospedale. «Ho i referti che lo provano», dice. «Non sono nemmeno riuscito a prendere un aereo per tornare, mi sono dovuti venire a prendere i miei genitori per portarmi in Romania, dove ho anche una figlia» (dal suo profilo social, però, risulta che nell’ultimo mese ha pubblicato foto da Dubai, ndr).

La Stampa racconta che è nato nel 2001. Da dieci anni è in Italia, facendo avanti e indietro. La prima della sua famiglia a trasferirsi è stata la madre, cameriera in un ristorante di Roma. Poi è arrivato lui, a sua volta a cercare fortuna.

«Provo un grande senso di vergogna, per mia madre, per mia figlia, per tutti», dice. «Quando sono arrivato in Italia ero piccolo, ho studiato per fare il modello frequentando l’Accademia di Moda. Sono stato costretto a prostituirmi, per via della crisi dovuta al Covid. Avevo bisogno di guadagnare per l’affitto e le spese, ma era tutto chiuso, quindi ho cominciato a mettere il mio numero di telefono su quei siti per farmi pagare», dice.

Ora, a quasi due mesi da quella sera, «non mi sono ancora ripreso», racconta, «mi stanno chiamando cinquantamila mila persone, cinquantamila giornalisti. Avevo una vita normale prima di questo disastro. Adesso devo riposarmi, devo prendermi cura della mia famiglia. Ci vediamo sabato in Italia».

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