Scontro sul sussidioIl piano del governo per cambiare il reddito di cittadinanza

Botta e risposta a Cernobbio tra i leader politici. Giovedì l’esecutivo presenterà ai sindacati la bozza di riforma delle politiche attive, con l’obiettivo di garantire livelli di prestazioni essenziali uguali da Nord a Sud nei centri per l’impiego

Foto Cecilia Fabiano - LaPresse

La battaglia sul reddito di cittadinanza, nel fine settimana, si è spostata al Forum Ambrosetti di Cernobbio. «Non sono d’accordo con Giuseppe Conte sul fatto che il reddito di cittadinanza sia una buona misura», dice la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni. «Il reddito di cittadinanza è metadone di Stato». «Chi usa queste metafore probabilmente non si rende conto di che cosa sia la povertà», risponde subito il ministro del Lavoro Andrea Orlando.

Certo, dice Orlando, «credo che ci siano delle modifiche da fare» ma sarebbe un «passo indietro» tornare a essere «l’unico Paese» senza uno strumento di lotta all’indigenza. Il reddito «non poteva funzionare sulle politiche attive del lavoro». Ma ha avuto successo «come contrasto alla povertà e l’ha diminuita».

Matteo Salvini, che sostiene l’esecutivo Draghi ma che a Cernobbio ha rinsaldato con un selfie la futura alleanza con Meloni, che sta all’opposizione, dichiara: «Lo abbiamo votato ma riconoscere un errore è segno di saggezza. Proporrò un emendamento alla manovra per destinare alle imprese questi soldi», assicura.

Sempre a Cernobbio, ma in videoconferenza, Giuseppe Conte per primo ha difeso invece il reddito contro chi «ne propone l’abolizione». «Dobbiamo sgomberare il campo da questa inutile e sterile polemica. Il reddito di cittadinanza è una misura di necessità, non solo di civiltà», dice. «Non possiamo tornare indietro, dopo di che discutiamo pure di modifiche che valgano a migliorarne ancor di più l’efficacia. Le critiche sono ingenerose. Anche sulla rioccupazione, i numeri dicono una cosa diversa. In due anni i rioccupati sono stati 250mila, solo l’8,3 per cento, percentuale modesta su una platea complessiva di 3 milioni di beneficiari. Ma di questi, i veri rioccupabili sono solo 1 milione, e allora ecco che quei 250 diventano un quarto del totale, e non sono pochi».

Maurizio Landini, leader della Cgil, dalla festa del Fatto Quotidiano difende l’assegno, vedendo nella campagna contro il reddito un «odio ingiustificato» verso i poveri. E chiede di «mettersi nei loro panni almeno mezz’ora al giorno».

La riforma
La necessità di ritocchi al reddito, in realtà, trova spazio trasversale nella maggioranza. Il segretario del Partito democratico Enrico Letta dice: «Siamo a favore che si modifichi o si migliori». Aperture anche nei Cinque Stelle.

Alcune idee di modifica, come racconta oggi La Stampa, le ha avanzate il Comitato scientifico presieduto dalla sociologa Chiara Saraceno. Riguardano la modifica della scala di equivalenza per le famiglie numerose con figli minori, i nuclei residenti al Nord e la proporzionalità con il caro vita e l’allargamento dei requisiti per gli immigrati. Tutte questioni che sono state sollevate da tempo, con l’obiettivo di coprire una platea più ampia e in modo più equo.

Ma le modifiche dovranno arrivare anche sul fronte delle politiche attive del lavoro, vero tallone d’Achille dell’era Parisi in Anpal. Il Messaggero scrive oggi che il principio base della riforma delle politiche attive – che riguarderà sia i percettori del reddito sia gli altri disoccupati – sarà garantire gli stessi servizi in tutta Italia, da Enna a Bolzano. Un principio finora negato, con regioni in cui i centri per l’impiego non dispongono neanche dei collegamenti a Internet. La dote su cui potrà contare la riforma sarà di 5 miliardi di euro.

Nel documento che il governo presenterà giovedì ai sindacati si parla della definizione di livelli di prestazione essenziali uguali per tutti. La dote è di 5 miliardi. E gli strumenti che si pensa di utilizzare sono du base due: la Gol, Garanzia di occupabilità dei lavoratori; e il Pnc, Piano nuove competenze. Per farli funzionare andranno rafforzati i centri per l’impiego, che hanno a disposizione 600 milioni di euro più le assunzioni già previste dal 2019. Sulle assunzioni le regioni sono in ritardo e ci vorrebbe comunque troppo tempo per far funzionare al massimo i centri, per cui si pensa a una collaborazione con le agenzie del lavoro private. Inoltre, con molta probabilità l’assegno di ricollocazione sarà rivisto.

Resta cruciale, secondo quanto si legge nei documenti, anche lo sviluppo della piattaforma per l’incrocio delle banche dati di domanda e offerta di lavoro.