Quesiti linguisticiSi può usare la parola “negazionismo” anche per chi nega il Covid? Risponde la Crusca

Bisogna distinguere i due diversi negazionismi. E speriamo che una rapida fine dell’epidemia tolga di mezzo quello della Covid e che un aumento di conoscenza spazzi via altrettanto presto quello storico

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse

Tratto dall’Accademia della Crusca

Nel caso di negazionismo (e negazionista connesso) si osserva uno spostamento di ambito d’uso, da quello storiografico a quello sanitario. Negazionismo, anche se ha qualche antecedente in senso psicologico per nominare un atteggiamento di rifiuto generico (in questo senso Google lo attesta in un libro del 1948, Maurice Debesse, La crisi d’originalità giovanile, come “negazionismo fisiologico”), è parola che compare con una certa frequenza dalla fine del Novecento per indicare la negazione della realtà o anche solo della tragica enormità della Shoah. Il negazionista è chi sostiene, condivide la teoria del negazionismo. Oggi queste due parole stanno passando a nominare anche convinzione e figura di chi nega la realtà o la gravità dell’epidemia da Coronavirus, con un mutamento di ambiti pienamente lecito e comune, come a un nostro lettore ha già fatto ben osservare l’interlocutore da lui citato.

Succede spesso che una parola emigri da un settore all’altro, come il collasso che dalla fisiologia umana è passato all’astronomia, all’economia ecc. Non c’è niente di male, anche se è bene rifletterci su. Negazionismo sta per negazione di qualcosa di specifico (lo sterminio degli ebrei). Siccome questa è la negazione più grave e pericolosa (per le sue implicazioni sul piano politico) degli ultimi anni, il suo nome la indica per antonomasia, omettendo ciò che viene negato. Di qui la sensazione di improprietà semantica che chi ci scrive ha avuto sentendo parlare di negazionismo per la negazione dell’epidemia.

Per approfondire la questione prendiamo una parola analoga: negativismo, usata da anni in psichiatria per indicare una tenace opposizione a qualsiasi gesto venga proposto o imposto e, in senso generico, un atteggiamento negativo di fronte a qualsiasi cosa. Ma un conto è la negatività, atteggiamento psichico, psicologico che non richiede necessariamente di essere precisato, un conto la negazione, atteggiamento intellettuale, concettuale, il cui oggetto dovrebbe essere specificato. Il negativismo, a rigore, non ha bisogno di essere dettagliato, perché in qualche misura chi ne è affetto nega tutto o quasi. Il negazionismo invece è la negazione di un fatto specifico e in associazione al fatto specifico della Shoah la parola si è affermata negli ultimi anni, al punto da ometterlo tanto è in essa implicito.

È lecito allora usare negazionismo per sottintendere una realtà negata diversa da quella della Shoah, la pandemia? Certo, si potrebbe parlare, esplicitamente e senza sovrapposizioni di senso, di “negazione dell’epidemia”, ma non si darebbe all’espressione la stessa carica semantica, di atteggiamento diffuso, purtroppo condiviso, teorizzato, ideologico che sta invece dentro l’-ismo né si sottolineerebbe altrettanto bene la sua assurdità denunciata dall’analogia col negazionismo storico. Negazionismo riversa sulle convinzioni di chi nega una realtà scientificamente conclamata quel sovrappiù di riprovevole che circonda il negazionismo storico. Se vogliamo, gli conferisce anche un’importanza che chi lo sostiene non meriterebbe. Ma la valenza giustamente negativa del negazionismo ci sta tutta per chi è così stolto da negare l’epidemia o attribuirla a cause immaginarie. Resta il problema di distinguere i due diversi negazionismi, cosa non difficile nel contesto; e speriamo che una rapida fine dell’epidemia tolga di mezzo quello della Covid e che un aumento di saggezza e di conoscenza spazzi via altrettanto presto quello storico.

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