Esaurimenti pandemiciSono due anni che dico all’umanità di tirarsi su la mascherina, mi sono scocciata

È possibile, dopo due anni di Covid, evitare di morire di noia al sentire ancora ripetere quali sono i comportamenti da tenere per minimizzare i contagi su ogni mezzo pubblico, in ogni albergo, in ogni programma televisivo? Pare proprio di no

LaPresse

Alzi la mano chi ha ancora voglia di sentir parlare di pandemia. Vi sto immaginando: non c’è neanche una mano alzata.

Recentemente parlavo con un amico che fa programmi televisivi, e gli dicevo che il successo di stagione sarebbe il programma che nessuno sta facendo: un talk show in cui si parli di tutto, di qualunque cosa accada in Italia e nel mondo, purché ciò di cui si parla non riguardi la pandemia.

Niente dibattiti sull’obbligo vaccinale, sulle proteste riguardo alla certificazione verde, sulle mascherine, sulle mani da lavare: un programma senza pandemia, allora sì che riaccenderei la tv dopo due anni. 

Il mio amico è romano, e quindi mi ha detto che forse «lì al nord» la pandemia non interessa, ma a Roma è tutto ciò di cui vogliono sentir parlare (i romani fanno tv per i romani). 

Fatico a credere che a Roma ci sia meno cialtroneria che nei pezzi d’Italia che mi capita di vedere, dove l’atteggiamento nei confronti della pandemia è quello che un certo Ennio Flaiano descriveva, da parte dei romani, nei confronti del marziano che ha smesso d’essere una novità. A’ pandemi’, scànsate. 

Scena prima. Venezia, una cena di intellettuali. Sono indignati per qualunque posizione che non rispetti la prescrittività richiesta, che non sia «il vaccino è il mio pastore, ad acque tranquille mi conduce». Sbuffano disprezzo per Cacciari, per Agamben, tu che sei stato il suo allievo prediletto come lo giustifichi, ma come si fa, signora mia. 

Finché qualcuno non racconta che, al festival del cinema, una loro conoscente aveva un pass cui mancava un angolo. Era, mi spiegano, l’escamotage con cui il festival segnalava che la certificazione verde di quella persona non era derivata da vaccinazione ma da tampone. 

Esprimo apprezzamento per il festival e giubilo per l’iniziativa sensata (come sempre lasciata ai privati da uno stato che asseconda la cialtroneria dei suoi cittadini parificando le condizioni). Me ne fotto della privacy: se sono a cena con te e mi aliti in faccia, voglio sapere che lo fai da vaccinato, non che hai fatto un tampone un giorno e mezzo fa e magari nel frattempo ti sei ricontagiato. Improvvisamente i prescrittivi smettono d’esser tali: ma anche un vaccinato può contagiarti, puntesclamativo. E allora, sospiro, perché rompete i coglioni a Cacciari? 

Finché tutto va, direbbero loro, in mona, perché qualcuno butta lì che il greenpass con l’angolo mancante è la stella gialla degli ebrei, gli ebrei presenti si offendono, e io vado a prendermi dell’altro baccalà al buffet. 

Scena seconda. Generico nordest, un frecciabianca che in prima classe ha sedili più vicini tra loro dei frecciarossa in terza classe. Il vagone ha a sinistra sedili singoli, e a destra doppi. Salgo, e sarei prenotata in un sedile doppio, di fianco a uno sconosciuto. Lo sconosciuto è un turista americano. Sua moglie è stata messa in un sedile singolo un po’ più in là. Ci scambiamo. 

Quando arriva la signora che controlla i biglietti, le faccio presente che l’algoritmo non è attentissimo al distanziamento. Col tono con cui i servizi clienti ripetono come pappagalli informazioni disutili senza cercare di adattare la loro risposta alla tua domanda, la signora mi dice che il distanziamento c’è, certi posti non si possono vendere. Veramente siamo a un gradino più basso dell’obiezione: potevano mettere me nel posto singolo, e quelli che hanno prenotato insieme vicini. «È casuale». Ah beh, affidiamo alla casualità il distanziamento pandemico, cosa potrà mai andar storto. «Il vagone può essere riempito fino all’80 per cento». 

Certo, lo stato ti dà dei parametri laschi, e poi sta a te capire che all’80 per cento io e l’americano ci alitiamo virus addosso. A Mestre sono entrata in un bar con cartello «vietato consumare al bancone»: lo stato ha fornito il parametro lasco che al bancone puoi sputacchiare nei cappuccini altrui senza certificazione verde, e loro hanno deciso di sostituirsi come garanti della nostra sicurezza abolendo le colazioni al bancone. Non possiamo fare i baristi di Mestre ministri della salute? 

Non possiamo, dopo due anni, capire da soli che bisogna tenere quelle cazzo di mascherine in faccia negli ambienti chiusi, che bisogna tenerle sul naso oltre che sulla bocca, che non bisogna toglierle per parlare al telefono, cioè proprio quando sputacchiamo più vigorosamente? Non possiamo risparmiare le crisi isteriche immancabili su ogni treno, quando un tapino con mascherina si trova vicino a qualcuno che ancora non ha capito che essa non è un pannolino per il mento, e il primo inizia a urlare «si metta la mascherina»? 

Non possiamo evitare di farmi morire di noia rendendo ancora necessario ripetere «tenete la mascherina, igienizzatevi le mani» su ogni treno, su ogni metrò, in ogni albergo, in ogni programma televisivo? Non possiamo imparare l’italiano ed evitare, vicino a ogni boccione di disinfettante, i cartelli in doppiaggese «igienizza le tue mani»? 

Scena terza. Stazione di Santa Margherita, l’organizzazione del festival di Camogli ha ritenuto di scrivermi che per tutto il viaggio in macchina col loro autista sono obbligata a tenere la mascherina. Sono un po’ offesa: mi ha preso per una che dopo due anni non ha capito? Mi avvicino al signore col cartello che m’aspetta. Ha il naso fuori dalla mascherina. Cominciamo bene. Salgo, mi accomodo sul sedile posteriore, alzo gli occhi, e appena salito in macchina se l’è tirata giù a scoprire anche la bocca, e così la terrà per tutto il tragitto fino a Camogli. 

Sì, avrei dovuto dirgli qualcosa. No, non gli ho detto niente. 

Sono due anni che dico all’umanità di tirarsi su la mascherina, mi sono scocciata. Non sono vocata a fare il talk show che ripete sempre le stesse cose. Non ho pazienza pedagogica con gente dalla curva d’apprendimento piatta. Sono a quel punto d’esasperazione che ti fa pensare: meglio infetta che insegnante di sostegno.

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