«Non è un cambio di strategia. Era da mettere in conto che sarebbe stato necessario rinforzare la memoria immunologica prodotta da due sole dosi ravvicinate di vaccino». Sergio Abrignani, immunologo della Università Statale di Milano e componente del Comitato tecnico-scientifico, lo spiega al Corriere, sostenendo con fermezza la scelta di Israele e Gran Bretagna.
La campagna per la terza dose ai più fragili in Italia è partita il 20 settembre. Gli interessati complessivamente sono 931mila. Qualcuno si era già prenotato, altri verranno convocati dalle Regioni.
«Nella storia dei vaccini, i richiami con una terza dose distanziata diversi mesi nel tempo sono la normalità. Come mai non abbiamo stabilito da subito che a due inoculazioni doveva seguirne una terza? C’era bisogno di avere i vaccini il prima possibile e aspettare altri 6-8 mesi per concludere una sperimentazione con triplice dose avrebbe significato rassegnarsi a vedere morire tante altre persone», dice. «Le due dosi di vaccino conferiscono protezione e rispondono anche alla variante Delta. Però si è visto che, come la maggior parte dei cicli ravvicinati, inducono una risposta immunitaria di breve durata e che quindi la protezione dopo 6-8-mesi si riduce dal 90 al 60% circa. Con un terzo richiamo, dopo almeno 6 mesi, non solo l’efficacia viene riportata ai livelli iniziali ma speriamo, in analogia con tanti altri vaccini, che sia duratura per anni».
Niente quarta dose, quindi? «Con questo virus nulla è certo», ammette l’immunologo. «Aspettiamo di vedere se e quando si reinfetteranno coloro che ricevono oggi la terza dose. Però l’esperienza con tanti altri vaccini (come quelli per epatite B, meningococco B, poliomielite, haemophilus, tetano, difterite, pneumococco, pertosse) ci fa ben sperare che ulteriori richiami, se necessari, ci interesseranno dopo 5-10 anni».
Abrignani spiega che «qualunque immunologo sapeva che avremmo potuto osservare un declino della risposta immunitaria dopo due dosi ravvicinate che sappiamo spesso inducono una risposta chiamata “effettrice”, in genere della durata di qualche mese, anche se speravamo non fosse così». Insomma, «no, non ci siamo sorpresi».
«Noi abbiamo il vantaggio di poter osservare quello che succede in Israele», dice Abrignani. Ma «non è detto che oltre alle persone fragili, agli operatori esposti professionalmente al contagio, come medici e infermieri, e ai più suscettibili (gli ultrasessantenni) occorra coinvolgere il resto della popolazione. Non a caso le agenzie regolatorie (Ema in Europa, Fda in Usa) probabilmente autorizzeranno per il momento solo l’uso per questi gruppi. L’Organizzazione mondiale della sanità non è favorevole alla terza dose a tutti perché ritiene sia più giusto, data la carenza di fiale, che si vaccinino al completo i più fragili nei Paesi in via di sviluppo».
Nel frattempo «mettiamo in sicurezza i pazienti immunocompromessi e mi riferisco ai trapiantati, dializzati o con insufficienza renale grave, oncologici in chemioterapia, malati con Hiv o con patologie autoimmuni che facciano terapie fortemente debilitanti».
Sulla sicurezza della terza dose, «secondo i dati che stanno arrivando da Israele, i possibili effetti collaterali sono sovrapponibili a quelli già osservati dopo la seconda dose. Nulla di diverso e preoccupante». E chi si è vaccinato con due dosi di AstraZeneca potrà passare a Pfizer e Moderna: «Sì, è dimostrato che la vaccinazione eterologa, con due prodotti diversi, non dà effetti collaterali superiori a quella omologa».