L’asso nella ManicaLa proposta dell’Ue al Regno Unito e il rischio di una nuova odissea Brexit

La Commissione ha proposto una serie di modifiche al protocollo nord-irlandese per evitare che Londra sospenda il patto unilateralmente, basandosi sull’articolo 16. Il premier Johnson chiede che le dispute commerciali a Belfast non siano giudicate dalla Corte di Giustizia europea, ma per le istituzioni europee è una linea rossa da non oltrepassare

LaPresse

A quasi due anni dall’uscita ufficiale del Regno Unito dall’Unione europea, i nodi della Brexit non sono ancora sciolti. Il testo dell’accordo di recesso è stato sottoscritto a fine 2019, il periodo di transizione è scaduto il 31 dicembre 2020 con un’intesa sui rapporti commerciali raggiunta in extremis, ma i primi nove mesi di distacco sono stati segnati da conflitti e attriti sui termini della separazione. 

Il problema principale è il protocollo su Irlanda e Irlanda del Nord, che è parte integrante dell’accordo di recesso. Riguarda in particolare gli interessi dei due Paesi, uno membro dell’Ue, l’altro parte del Regno Unito: una situazione particolare, proprio perché i due Stati sono situati sulla stessa isola e contigui geograficamente. Unione e Regno Unito dovevano quindi trovare un modo per evitare una frontiera fisica, salvaguardando l’economia dell’isola e le disposizioni del Good Friday Agreement, un accordo firmato a Belfast nel 1998 che stabilì relazioni pacifiche dopo 30 anni di violenze.

Al tempo stesso, però, l’Irlanda fa parte del mercato unico europeo e dall’inizio del 2021 l’Irlanda del Nord è un territorio esterno all’Unione: tutte le merci e le persone che attraversano la frontiera devono quindi essere controllate e autorizzate all’ingresso. Per conciliare le due esigenze, si decise di «spostare» le verifiche nel passaggio delle merci tra la Gran Bretagna e l’Irlanda del Nord, in concreto nei porti nordirlandesi, in modo da non dover effettuare controlli doganali quando queste avrebbero poi oltrepassato, via terra, il confine con l’Irlanda. 

Il protocollo stabilì anche l’applicazione di dazi nei casi in cui i prodotti approdati sull’isola rischiavano di entrare nel mercato unico. Con il protocollo, l’Irlanda del Nord diventò un luogo soggetto a condizioni particolari: rimaneva allineata alle norme dell’Ue in una serie di ambiti specifici, pur formando parte del territorio doganale del Regno Unito e beneficiando così di eventuali futuri accordi di libero scambio conclusi dal governo di Londra.

Il protocollo è inoltre soggetta al il cosiddetto «meccanismo di consenso», per cui a distanza di quattro anni l’Assemblea nordirlandese potrà prorogarne l’applicazione oppure interromperne la validità. Ma non c’è stato bisogno di aspettare tanto perché venissero a galla i «punti deboli» dell’accordo. Come previsto da molti esperti della questione, l’intesa raggiunta sulla carta sarebbe stata difficile da concretizzare in tempi brevi. Il Regno Unito non ha alcun interesse a mettere in atto controlli doganali fra due territori di sua pertinenza, che rallentano il flusso di merci e aumentano i costi di trasporto. Così il governo di Boris Johnson ha sostanzialmente contestato la soluzione negoziata, denunciandone l’inapplicabilità e chiedendone a più riprese una revisione.

Dopo mesi di contrasti diplomatici, il commissario europeo incaricato a gestire le conseguenze della Brexit, Maroš Šefčovič, ha presentato un pacchetto di misure per «reagire alle difficoltà che i nordirlandesi stanno affrontando a causa della Brexit». L’obiettivo di questa mossa, però, non è solo Belfast, ma anche Londra. Al contrario di quanto suggerito in maniera più o meno esplicita dal ministro britannico per la Brexit David Frost, la Commissione non ha alcuna intenzione di negoziare un nuovo protocollo: punta piuttosto a migliorare quello attuale per renderlo «accettabile» agli occhi del governo britannico. 

Il nuovo pacchetto consta di quattro punti. Il primo riguarda le cosiddette «questioni sanitarie e fitosanitarie», cioè le condizioni igieniche degli alimenti. In questo campo si propone di ridurre dell’80% le verifiche per un’ampia gamma di prodotti al dettaglio provenienti dalla Gran Bretagna e destinati a essere consumati in Irlanda del Nord: un passo in più per smaltire la burocrazia nella catena di approvvigionamento alimentare, dopo un’altra facilitazione relativa al trasporto di animali vivi tra le due isole, concessa lo scorso giugno. Le autorità del Regno Unito, però, dovranno completare la costruzione di posti di controllo frontalieri permanenti e assicurarsi che queste merci siano imballate con etichettature che indichino la vendita solo nel territorio dell’Irlanda del Nord.

Una riduzione generale del 50% nelle pratiche doganali obbligatorie costituisce un’altra delle misure proposte. Anche questa soluzione è soggetta a garanzie, dato il Regno Unito dovrà fornire accesso in tempo reale ai sistemi informatici e adeguate misure di monitoraggio, per mantenere comunque tutelato il mercato europeo. Queste condizioni sono tra l’altro già previste dal protocollo attuale, ma le autorità britanniche non le stanno mettendo in atto, secondo quanto riferito da fonti della Commissione al quotidiano Politico.

Il terzo punto mira a migliorare lo scambio di informazioni con l’Irlanda del Nord sull’attuazione del protocollo, uno degli aspetti più complicati dei primi mesi di Brexit. La Commissione vorrebbe instaurare un dialogo strutturato con governo e società civile nordirlandesi, con tanto di riunioni congiunte e un sito web apposito per spiegare la legislazione vigente. 

Infine, la Commissione intende garantire il flusso di medicinali dalla Gran Bretagna all’Irlanda del Nord: le aziende farmaceutiche con sede in Scozia, Inghilterra o Galles potranno continuare a rifornire il mercato nordirlandese senza dover sviluppare un sito produttivo in loco, cosa necessaria quando un Paese terzo immette farmaci nel mercato unico. Quest’ultima proposta, che deve ancora essere definita nei dettagli, implica pure una modifica delle norme comunitarie in materia di medicinali.

«Abbiamo lavorato su questo pacchetto, esplorando ogni possibile aspetto del protocollo, andando a volte oltre l’attuale diritto dell’Ue», ha detto il commissario Šefčovič. All’offerta seguiranno presumibilmente settimane di discussione, con l’Ue che vorrebbe chiudere definitivamente la pratica entro la fine dell’anno. 

Ma non è detto che il Regno Unito si accontenti di questi passi in avanti. Il governo britannico ha risposto alle modifiche proposte promettendo «dialogo intenso» nella sua nota di commento, ma ha anche richiamato la necessità di «cambi significativi al cuore del protocollo» per arrivare a un’intesa. Rimangono infatti una serie di richieste insoddisfatte, come ad esempio il trasferimento libero di animali domestici dalla Gran Bretagna all’isola d’Irlanda o la possibilità da parte del governo di Londra di concedere aiuti di Stato all’Irlanda del Nord senza dover necessariamente ottenere il via libera da Bruxelles.

Soprattutto, l’esecutivo di Boris Johnson vorrebbe evitare che a dirimere eventuali dispute commerciali sia la Corte di Giustizia europea, come invece previsto dal protocollo. Per le istituzioni europee, però, questa è a tutti gli effetti una linea rossa da non oltrepassare nei negoziati: dovunque vige il mercato unico, la Corte con sede in Lussemburgo deve poter esercitare la sua autorità.

Proprio questo aspetto rischia di far saltare la trattativa, nonostante le buone intenzioni ribadite a più riprese da entrambe le parti. L’articolo 16 del protocollo stabilisce che Ue e Regno Unito possono in sostanza sospendere il protocollo stesso se «dall’applicazione derivano gravi difficoltà economiche, sociali o ambientali che rischiano di protrarsi nel tempo». La sospensione sarebbe l’ultima strada da percorrere e scatenerebbe, nei fatti, una guerra commerciale fra le due sponde della Manica. Nessuno la vuole, ma tutti si stanno preparando a combatterla. 

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